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Resistenza delle api alla Varroa, attenzione a prendere un'unica strada

Resistenza delle api alla Varroa, attenzione a prendere un'unica strada.

VarroaLa Varroa destrurtor è senza dubbio uno dei principali problemi dell’apicoltura, certo non il solo: lo sono anche l’uso indiscriminato di pesticidi in agricoltura, i cambiamenti climatici, la diffusione di nuove malattie.

Non intendo certo sminuire le varie cause che stanno dietro le tragiche morie di alveari in tutto il mondo dicendo che la Varroa ha senza dubbio un ruolo fondamentale e che se fosse possibile tenere sotto controllo con efficacia, di alveari nel mondo ne morirebbero infinitamente meno.

Recentemente abbiamo letto (bioapi.it/tutti-aspettano-la-rivoluzionaria-molecola-che-uccide-la-varroa) che alcuni ricercatori hanno trovato una nuova molecola a base di sali di litio che sembra essere molto interessante, perché poco inquinante, ben tollerata dalle api e facile da somministrare. Vedremo tra qualche anno se davvero era giusto riporre su questa nuova molecola acaricida tante aspettative. Eppure, sia che questa molecola si dimostrerà sufficientemente efficace e ancora di più se, invece, si rileverà inutile, è fuori dubbio il fatto che con essa o altre simili non ci troviamo alle porte della risoluzione del problema Varroa che potrà essere ritenuto superato solo e soltanto quando riusciremo ad allevare delle colonie resistenti o tolleranti l’acaro.

Questi 35 anni di convivenza con la Varroa ci hanno dimostrato che era pura illusione sperare di risolvere il problema per via chimica. Anzi, più che la soluzione, i nostri interventi sono diventati causa di difficoltà sempre maggiori per l’ape e, quindi, per gli apicoltori e l'apicoltura.

Apicoltura in AfricaLì dove, invece, le cose sono andate in maniera diversa, vuoi perché gli apicoltori non avevano i mezzi per eseguire i trattamenti acaricidi (Africa), vuoi per incuria o abbandono (a macchia di leopardo un po’ in tutte le zone del mondo) in quelle aree l’ape ha trovato la strada per raggiungere un apparente equilibrio tra ospite e parassita. In Sudafrica la presenza di Varroa è stata registrata per la prima volta nelle colonie di Apis mellifera scutellata e Apis mellifera capensis alla fine degli anni '90 eppure nel giro di pochi anni (meno di 10 ma variabile a seconda della sottospecie), è stato osservato un equilibrio ospite-parassita per il quale le colonie continuano a sopravvivere in assenza di trattamenti. Alcune ricerche successive hanno cercato di determinare cosa ha prodotto questo risultato. All’inizio è stato suggerito che in entrambe le sottospecie sudafricane ci sia stata una selezione tra le varie colonie che ha portato alla sopravvivenza. In Apis mellifera capensis, ha probabilmente influito la più breve fase di opercolatura della covata femminile (Moritz, 1985), il comportamento di grooming (Moritz e Mautz, 1990) e la rimozione degli acari attraverso il comportamento igienico. In Apis mellifera scutellata, la sopravvivenza è stata attribuita alla ridotta crescita della popolazione di Varroa (Strauss et al., 2015) e alla bassa moltiplicazione dei virus (Strauss et al., 2013). Inoltre, Vincent Dietemannet al. (2016) hanno recentemente trovato che le motivazioni erano da attribuirsi alla bassa fertilità, fecondità e successo riproduttivo della Varroa madre che entra nella cella di covata per riprodursi.

CovataMolti ricercatori pensano che l’assenza di uso di acaricidi nelle colonie di scutellata ha facilitato lo sviluppo della resistenza consentendo la selezione naturale. Quello a cui si è assistito prima in Sud Africa e poi nel resto dell’Africa centrale e del sud è l'instaurazione di una relazione stabile ospite-parassita con ridotti effetti negativi dell'infestazione degli acari sulle colonie di api che si traducono in un basso livello di danno che può facilmente essere tollerato dalla maggior parte delle colonie. Questa analisi è avvalorata dal fatto che nel tempo i vari studi che si sono succeduti hanno evidenziato che la riproduzione della Varroa nelle colonie di Apis mellifera scutellata, aveva un tasso di infertilità sempre maggiore mentre i tassi di fecondità e di successo riproduttivo sono diminuiti (Martin e Kryger, 2002).

Comunque si potrebbe pensare, probabilmente con una certa ragione, che le api africane sono geneticamente più portate alla resistenza e questo sarebbe dimostrato dal fatto che anche in Sud e Centro America le api africanizzate manifestano una maggiore resistenza alla Varroa. C’è però da dire che lì l’apicoltura, proprio a causa della diffusione dell’ape africanizzata (ricordiamo un ibrido tra scutellata e varie sottospecie europee) l’apicoltura intensiva fu abbandonata e questo avrebbe potuto contribuire ad evidenziare casi di resistenza.

Quello che fa ben sperare è che osservazioni simili ovvero lo sviluppo di tolleranza o resistenza nel tempo in assenza di trattamento negli anni sono state osservate da molti ricercatori anche nelle popolazioni di api discendenti da popolazioni di api europee (De Jong e Soares, 1997; Kefuss et al., 2004; Fries et al., 2006; Le Conte et al. 2007; Seeley 2007; Locke and Fries, 2011; Locke et al., 2012; Seeley et al., 2015). Da una parte questi studi mostrano che entrano in gioco una buona varietà di meccanismi che possono portare alla sopravvivenza delle colonie e la loro identificazione può fornire utili informazione per selezionare questi caratteri delle api e aumentare la sopravvivenza delle colonie. Di contro mostrano che quando siamo in presenza di una colonia che sopravvive, non possiamo capire immediatamente il motivo e se una colonia sopravvive per uno o più caratteri che portano alla sua resistenza, un’altra colonia che le è affianco potrebbe esserlo per altri o addirittura non esserlo ma avere al suo interno varroe poco aggressive o virus amici invece che nemici. In più sappiamo che l’ape ama la biodiversità e che una selezione troppo spinta è foriera di gravi problemi per la sua salute.

Per concludere la resistenza delle api alla varroa è una questione complessa che non può essere liquidata con la diffusione di un’ape che ha un solo carattere favorevole (come la tanto sbandierata igienicità, oppure il grooming) perché questo potrebbe eliminare molti altri caratteri altrettanto positivi e ridurre nel contempo la diversità genetica delle api e questo sarebbe un danno per le api altrettanto grave.  

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