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Davvero gli apicoltori italiani dovrebbero disinteressarsi della salvaguardia della Ligustica?

Sulla Rivista nazionale di apicoltura di Maggio c'è un articolo a firma Francesco Colafemmina: "Ligustica sì, Ligustica no... se famo du spaghi" che cita la nota canzone del gruppo musicale Elio e le Storie Tese "La Terra dei Cachi" in riferimento alla giornata di studio organizzata dall'ente Parco nazionale dell'Alta Murgia, dal titolo: “L’Ape italiana una risorsa da tutelare” che si è tenuta presso l’ex Convento dei Domenicani in Ruvo di Puglia il giorno 22 marzo scorso.

Prima di rispondere all'offensivo accostamento tra la giornata di studio e il significato della canzone che racconta la vita e le abitudini dell'Italia travolta da scandali e piena di comportamenti che caratterizzano il cittadino italiano nel mondo (malasanità, il racket, i crimini impuniti e stragi di Stato, ma che sembrano non toccare all'italiano medio che preferisce essere fedele più al calcio, alla pizza e agli spaghetti che all'etica), vorrei fare una piccola premessa di cosa è successo. In questo modo il lettore potrà farsi un'idea propria se, effettivamente, il tema della distruzione o salvaguardia di una sottospecie autoctona nella maggior parte del territorio italiano sia stata condotta nella giornata di studio con la leggerezza denunciata nel titolo.

L’Ente parco ha organizzato questo incontro per conoscere la realtà apistica nel proprio territorio e quindi individuare possibili misure per la promozione e la diffusione dell’apicoltura tra le aziende agricole del Parco. Infatti, seguendo alcuni dei propri fini istituzionali - ovvero la salvaguardia della biodiversità e della conservazione delle specie autoctone - l'ente parco ha (aveva) il desiderio di  avviare un programma di monitoraggio della specie Apis mellifera ligustica autoctona nel proprio territorio di interesse.

L'ente ha quindi invitato gli apicoltori presenti nel parco (utilizzando i dati compresi nell'anagrafe apistica) e, come relatori, Fabio Modesti, Direttore Ente Parco nazionale dell’Alta Murgia, Aniello Coppola del Dipartimento Prevenzione ASLBA Unità Operativa “Gestione Faunistica”, Rocco Addante del Dipartimento di Scienze del Suolo, della Pianta e degli Alimenti dell'Università di Bari; inoltre Rinaldo Amorosi, in quanto presidente dell'Associazione Apicoltori dell'Alto Lazio che cura un progetto di salvaguardia dell'ecotipo presente nella riserva naturale dei monti Navegna e Cervia (si può approfondire a questo link: www.apicoltorialtolazio.it) e me in quanto estensore, assieme ad altri, di un progetto di salvaguardia nelle aree protette (e quindi non in tutto il territorio nazionale) delle sottospecie e loro  ibridi naturali presenti sul territorio italiano che gli interessati possono leggere a questo link: www.bioapi.it. Forse può essere utile anche segnalare al lettore che i relatori non hanno percepito alcun compenso per il proprio intervento, ma solo alcuni - tra cui io - un rimborso delle spese a piè di lista.

Vediamo perché Colafemmina pensa che il progetto del Parco nazionale dell'Alta Murgia sia da associare al solito stereotipo dell'Italia del malcostume e degli scandali.

Nel territorio del parco si effettua un'agricoltura convenzionale con uso di pesticidi letali per le api, c'è un poligono di tiro e forse, in qualche area, sono state interrati rifiuti più o meno legali. ..."A questo punto diventa palesemente uno sberleffo preoccuparsi della biodiversità a partire dalla salvaguardia della ligustica e non preoccuparsi di salvare le api in generale dai veleni".

Quindi, in un "paese normale", secondo Colafemmina, dovrebbe vigere la regola che se un posto è già così martoriato, non si deve cercare di migliorare il migliorabile secondo la nota frase utilizzata dai fumatori che vivono in città: "Eh, tanto c'è l'inquinamento dell'aria dovuto alle automobili, che vuoi che mi succede se fumo in pacchetto di sigarette al giorno".

Secondo Colafemmina non avrebbe senso tutelare la Ligustica nell'area del parco perché per farlo si dovrebbe partire da un ecotipo locale.

Questo non è vero perché è possibile fare in modo che si crei un ecotipo locale, se si interrompono le entrate di api di genetica sconosciuta. Semmai sarebbe interessante eseguire uno studio morfologico sulle api delle colonie esistenti sul territorio del parco per capire fino a che punto l'intervento umano sia irreparabile. Il senso del progetto di salvaguardia della Ligustica non è quello di inibire l'uso di chicchessia ape su tutto il territorio nazionale (come, non nego, io preferirei, ma che per il momento pare inattuabile) ma solo in piccole aree in modo che gli stessi apicoltori trovino in qualche luogo delle api in purezza che possono servire a vari scopi: recuperarle in altre aree con simili condizioni climatiche e associazioni vegetazionali e, addirittura, a creare ibridi di qualità. Del resto le multinazionali del commercio di sementi hanno le più grandi banche di semi antichi del mondo.

Secondo Colafemmina l'ape Ligustica non ha sempre caratteristiche positive per l'apicoltore e i molteplici casi di peste europea e parapeste riscontrati in questi ultimi anni smentiscono "la vulgata" della resistenza della ligustica a queste malattie.

Sembrerà solo una questione filosofica - mentre secondo me ha delle enormi ripercussioni ambientali - ma  siccome l'ape che l'apicoltore utilizza è un animale selvatico (e anche di enorme importanza per l'impollinazione non solo delle specie di interesse agricolo) l'apicoltore dovrebbe pensare che ha preso questa specie in prestito dalla natura ma che non dovrebbe manipolare. Infatti se l'addomestica, come è stato per tutte le specie addomesticate, perderà la possibilità di vivere nell'ambiente senza l'aiuto dell'uomo.

Il fatto, poi, che la Ligustica fosse considerata resistente a molte delle malattie della covata, ha delle solide basi scientifiche e pratiche. Sul libro "Nozioni pratiche sulle malattie delle api" - un manuale pratico per apicoltori scritto nel 1982 - di Giulia Giordani, Maria Adelaide Vecchi e Marco Nardi (ricercatori di livello internazionale con decenni di esperienza pratica sulle spalle) - ed. FAI, si può leggere che, appunto, uno dei metodi per "curare" la peste europea consigliato all'estero, fosse proprio quello di "italianizzare" le colonie malate, introducendo api di sottospecie ligustica. Tesi suffragata dal fatto che campioni di covata positivi alla peste europea che arrivavano  all'allora Istituto di Apicoltura di Bologna (ora Crea-Api) erano davvero molto pochi. Forse saranno stati proprio tutti questi mix fatti da allora ad oggi ad aver indebolito la nostra ape e questo dovrebbe far riflettere sui disastri che stiamo facendo. È molto triste vedere scambiato l'effetto con la causa perché quando si vuol risolvere un problema (in questo caso quello sanitario) con il sistema che l'ha causato il risultato è, per forza di cose, fallimentare.

Ed infatti, la smodata tendenza a produrre covata agli inizi della stagione, che Colafemmina suggerisce essere il motivo della suscettibilità della Ligustica alle malattie della covata, non è affatto una caratteristica peculiare della Ligustica. Questa è una caratteristica, invece, della sottospecie Carnica che è noto svernare con colonie di piccole dimensioni e di avere uno sviluppo vertiginoso della covata in primavera. La ligustica sverna (o meglio dire svernava prima che l'apicoltore ci mettesse le mani) con nidi molto popolosi e la molta covata prodotta in primavera, viene sempre ben accudita, proprio per merito della popolosità delle colonie svernanti. Questo probabilmente il motivo della resistenza alle malattie della covata. Per un approfondimento consiglio la lettura del bellissimo libro di Hans Wille (un altro ricercatore di grandissima esperienza) "Strategie di sopravvivenza delle colonie di api", ed. FAI. Ma addirittura Padre Adam (il guru dei produttori di ibridi) nel libro "La selezione delle Api" (ed. Montaonda) afferma che tra le migliori caratteristiche della Ligustica (per la quale l'ha scelta come sottospecie principale del suo ibrido denominato Buckfast) vi è la resistenza alle malattie. Forse nel "paese normale" evocato da Colafemmina informarsi, prima di sparare sentenze, sarebbe utile.

Altri argomenti contestabili al testo di Colafemmina: accusa me o l'ente parco di aver proposto un progetto di salvaguardia della Ligustica senza il coinvolgimento delle associazioni locali. Dal testo non si capisce se avrei dovuto farlo io (in realtà l'ho fatto con una telefonata informale al presidente), ma in qualità di relatore ho lasciato questo all'organizzazione all'Ente parco. Inoltre era solo una prima riunione che serviva a capire se aveva senso attuare la strategia di salvaguardia con i pochi apicoltori che hanno le api all'interno dell'area protetta. Spero di sbagliarmi, ma credo che dopo i risultati, l'Ente parco se ne guardi bene dall'intraprenderla e probabilmente è proprio questa la finalità dell'articolo di Colafemmina. Forse sono proprio gli apicoltori che operano nel parco i primi a dover decidere se intraprendere il percorso di salvaguardia. Probabilmente Colafemmina avrebbe preferito che l'incontro non fosse stato fatto, o fosse avvenuto a porte chiuse con le associazioni degli apicoltori, come se la veicolazione delle informazioni in un "paese normale" possa essere dannoso per la popolazione. A me sembra, invece, che l'incontro sia stato proficuo e, per fortuna, si è anche discusso vivacemente e con passione, e questo non può aver portato altro che maggiore consapevolezza da parte di tutti.


A proposito di Associazioni di apicoltori, probabilmente Colafemmina non sa che a dicembre dello scorso anno ho presentato il progetto Apis mellifera ligustica, sottospecie autoctona dell’Italia peninsulare: un bene comune a rischio di estinzione (link: www.bioapi.it), all'Associazione Italiana Allevatori di Api Regine di cui la mia azienda è socia. Infatti l'associazione prevede all'articolo 3, al primo comma del proprio statuto che tra i propri scopi e finalità ci sia quello di "promuovere ogni iniziativa rivolta a salvaguardare, valorizzare e diffondere l’ape ligustica e l’ape siciliana nella loro integrità genetica, a promuoverne e realizzarne il miglioramento selettivo e la sanità, anche mediante l’istituzione di zone di produzione sottoposte a controlli sanitari e genetici" (link: aiaaregine.com). Il progetto ha riscosso un buon interesse tra i soci presenti all'assemblea, tanto che la dirigenza aveva promesso di divulgare il progetto tra tutti i soci per capire se sostenerlo e farlo proprio. A sei mesi dall'incontro ancora non è successo nulla, eppure sarebbe bastata una semplice mail con allegato il progetto. Che strano Paese il nostro, no? (NdA: in data 14/06/2015 mi è arrivata una correzione da parte della segreteria dell'AIAAR. Il progetto è stato inviato a tutti i soci in data 3 febbraio 2016 e non mi era giunta in quanto non avevano aggiornato il loro data base con le nuove iscrizioni).

Colafemmina afferma che gli ibridi hanno successo in quanto "... non vi è stato alcun processo di selezione nei ceppi di ligustica commerciali negli ultimi cinquant'anni"... "Allo stesso tempo non dovremmo criminalizzare chi usa le Buckfast".

A parte che la si dovrebbe far finita di utilizzare la parola "criminalizzare" ogni qual volta si espone un'idea contraria alla propria. Io non criminalizzo nessuno, anzi ho affermato più di una volta che ciò che sta succedendo è figlio della nostra epoca nella quale, per inseguire il reddito, si sta perdendo di vista la sostenibilità ambientale delle nostre scelte (e mi ci metto anche io tra questi). Poi ho da dire qualcosa sulla parola Buckfast visto che per Buckfast si intende un ibrido che probabilmente non viene più prodotto da anni.

Ma è la prima frase (che sento sempre dire da coloro che producono ibridi per giustificare il loro operato) è veramente offensiva per i molti allevatori di api regine Ligustiche; naturalmente, come in molti settori, ci sono allevatori che vendono regine di scarsa qualità (non solo genetica) ma la maggior parte lavora egregiamente, anzi, probabilmente esistono in commercio più ibridi (chiamiamoli Buckfast) di scarsa qualità che regine di Ligustica. Insomma, ci sono tantissimi allevatori molto bravi in Italia mentre mi mancano i nominativi di bravi allevatori italiani di ibridi, se Colafemmina volesse farmi qualche nome, sarei grato. Mi piacerebbe, poi, che ci spiegasse su quali caratteri genetici i nostri allevatori hanno lavorato poco, quali sono le caratteristiche delle Buckfast così eclatanti e se ha informazioni di ricerche scientifiche che dimostrano che in uno stesso apiario Buckfast hanno performance superiori a Ligustiche selezionate o se le sue affermazioni si riferiscono a chiacchiere da bar per lo più messe in giro da venditori o allevatori di ibridi.

Se pensare di comprare qualche madre dall'estero e moltiplicarla sia un buon modo di fare questo mestiere, direi che non è esattamente paragonabile allo sforzo prodotto dai bravi allevatori di Ligustica italiani. Siccome conosco molto bene la situazione del Lazio dove apicoltori senza scrupoli e venditori di ibridi, ma che potrebbero proporre delle pentole allo stesso compratore, che non sanno bene neppure cosa stanno prospettando, fanno il "giro delle sette chiese" offrendo porta a porta di acquistare ibridi ad ignari apicoltori vantando delle caratteristiche assolutamente illusorie. Questo non mi sembra un comportamento corretto. Stiamo vendendo per pochi spiccioli uno dei più importati beni comuni di cui l'apicoltura italiana può contare. E che gli apicoltori sappiano che gli ibridi (tra i quali la Buckfast) ha il gravissimo difetto di non avere caratteristiche stabili nel tempo per cui se si diffonde non sarà più possibile prendere uno sciame senza cambiarne la regina e far sostituire la regina in maniera naturale ai propri alveari ma si sarà costretti a sostituire le regine molto spesso (circa ogni due anni) acquistandole da pochi allevatori. E questo è il bel regalo che ci propongono gli utilizzatori di ibridi, ovvero dover rinunciare al nostro modello di apicoltura per il loro (presunto) tornaconto economico. Che bella etica che ci propone Colafemmina!

Eppure  sul numero precedente della stessa Rivista nazionale di Apicoltura Colafemmina aveva pubblicato un'intervista alla dottoressa Lena Wilfert (link per chi volesse saperne di più sul suo studio: www.bioapi.it) la quale afferma che la pandemia su scala mondiale che colpisce l'Apis mellifera è legata soprattutto ai traffici di api vive provenienti dall'Europa e dal Nord America. Siccome il commercio di api regine è la maggiore causa di trasporto di api vive, Colafemmina avrebbe dovuto essere più prudente a sposare la causa degli ibridi sapendo che il più delle volte lo spostamento di regine lo si fa per import export di ibridi o di madri per produrli.

Un'ultima cosa, a Francesco Colafemmina consiglio, se è lui il titolare dell'azienda apistica "La Pecheronza", di cambiare la filosofia della sua azienda che ho letto a questo link: www.pugliamiele.com. In un "paese normale" e non nella "terra dei cachi", credo che la coerenza debba essere un valore.

P.S.: per ulteriori approfondimenti, inserisco il link dell'Associazione Apicoltori dell'Alto Lazio (www.apicoltorialtolazio.it) nel quale il presidente Rinaldo Amorosi, anche lui presente all'incontro, ha risposto per quanto lo riguarda all'articolo di Colafemmina. 

 

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Commenti   

0 # Luca 2016-09-06 01:59
Purtroppo la golosità di denaro (a volte mista ad una buona dose di ignoranza e gelosia) producono risultati disastrosi per il territorio.

Vorrei dire due parole; lo scorso inverno ho avuto il privilegio di poter partecipare ad un corso base di apicoltura che Marco ha tenuto a San Marino.
Marco è non solo una persona molto disponibile, ma è anche incredibilmente preparato, ama profondamente il suo lavoro e possiede un radicato rispetto per la natura. Si pone questioni etiche e dedica tempo e sforzi per arrivare ad una regolamentazione che tuteli realmente le specie autoctone.

Per quanto possa sembrare una battaglia contro i mulini a vento, sono felice che ci siano persone come lei, determinate a proporre un sistema di azienda apistica sostenibile ed amichevole nei confronti delle api.

Grazie per gli spunti di riflessione, per la passione che mi ha trasmesso e per gli utilissimi consigli di lettura.
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0 # francesco 2016-06-16 16:01
Bravissimo Marco mi sono emozionato nel leggerlo. Scritto col cuore. La più grande banca di semi antica del mondo, dobbiamo ringraziare durante lo stadio d'assedio di San Pietro Burgo nella seconda guerra mondiale, morirono di fame ricercatori e difesero con tutte le loro forze ma non utilizzarono mai come fonte di cibo quell'enormità di cibo intorno a loro, altrimenti andavano distrutte per sempre.
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