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“…Siamo realisti, vogliamo l’impossibile…” Ernesto Che Guevara.

Salve a tutti i lettori del sito, mi chiamo Giorgio e vi scrivo dalla valle del fiume Beas - più nota come Kullu Valley -, situata nel nord-ovest dell’Himalaya nello stato indiano dell’Himachal Pradesh. Sono arrivato qui 4 anni fa, e, dopo aver partecipato  2 anni fa ad un corso di apicoltura con l’Associazione Regionale degli Apicoltori del Lazio, dallo scorso  Aprilemi prendo cura di 6 sciami di ape cerana cerana, indigena di queste montagne, che ho alloggiato in arnie Warrè a 20 lati, quasi circolari, in una radura di montagna  a circa 2000 mt d’altezza. Le pendici di questa valle, che si sviluppa tra i 1000 e i 4000 mt d’altezza ed è situata a circa trentadue gradi  di  latitudine - all’incirca come Marrakech in Marocco -, sono ricoperte da una fitta foresta di varie specie di pini e cedri deodar, e anche aceri, ippocastani e abeti al di sopra dei 2500 mt; oltre a essere un paradiso ornitologico è anche casa di orsi bruni, numerose scimmie, capre selvatiche di montagna e dei sempre più rari leopardi delle nevi.


Vista a 2000mtA cavallo di settembre e ottobre poi, qui in questa foresta avviene l’interessantissima fioritura di una moltitudine di erbe e piante selvatiche, molte di cui medicinali, che producono un miele che tradizionalmente è stato ritenuto un potente rimedio curativo. In realtà in questa valle, come poi in tutto il mondo e in tutti i tempi, l’ape ha connesso la vita dell’uomo con il mondo intorno a lui in maniera molto più profonda e intima di questo, e per questa ragione la cultura delle api è universalmente ritenuta un’esperienza spirituale, ossia una consapevolezza che ci fa trascendere il nostro piccolo io nella realizzazione dell’unità della vita sulla terra. Questo fortissimo legame è evidente ancora oggi nei numerosi e remoti villaggi d’alta montagna di questa zona, dove la maggior parte delle case, costruite in legno e pietra,ospitano una o più colonie in intercapedini ricavate nei muri, la parte esterna chiusa da una tavola di legno munita di feritoia per il passaggio delle api, e la parte interna da una tavola che è possibile rimuovere al tempo della raccolta. In primavera queste cavità sono cosparse di miele, nella speranza che esse saranno scelte come dimora dagli sciami -purtroppo sempre meno numerosi- che in questo periodo vagano per la valle; la presenza delle api nella casa oltre che fornire miele alla famiglia è anche considerata una grande benedizione e di ottimo auspicio, giacché porta il divino nella dimora e la protegge dalle forze negative. Il miele così ricavato (Madhu, in sanscrito), ritenuto da sempre un importantissimo ingrediente di moltissime preparazioni ayurvediche, tradizionalmente non era venduto, ma era riservato ai familiari e agli ospiti importanti, oltre ad  essere, come nel resto dell’India, un elemento fondamentale di molti rituali e preghiere.
 

L’ape di queste montagne, recentemente catalogata  come Apis cerana Cerana, è presente in tutto l’Himalaya del nord-ovest, dall’Uttarakand fino all’Afghanistan, e poi in Cina e nel nord del Vietnam. E’ più piccola della nostra Ligustica e in estate, mediamente, una colonia raggiunge le 10.000 unità e arriva a produrre, con i metodi tradizionali, fino a una decina di chili di miele l’anno. Sono poco aggressive - forse anche perché ho lavorato con loro solo nei giorni favorevoli indicati dal calendario biodinamico -, e sono perfettamente adattate al clima inclemente di queste montagne, tanto che durante il monsone le ho viste continuare a bottinare a dispetto della pioggia battente. Sono inoltre molto importanti per l’impollinazione di tantissime piante selvatiche himalayane che fioriscono in periodi freddi dell’anno, quando le temperature troppo rigide prevengono l’attività di molti insetti impollinatori, fra cui la Ligustica che è stata introdotta per la prima volta in queste montagne dagli Inglesi all’inizio degli anni ‘30.

Ape cerana su rampicante della fioritura ottobreLe piccole dimensioni delle colonie, l’inabilità della Varroa a deporre uova nelle cellette delle api operaie (le cui dimensioni, nei favi naturali costruiti dai miei sciami, si aggirano sui  4.2mm), la presenza di un singolare, e a tutt’ora misterioso, foro centrale nell’opercolo delle cellette dei fuchi, la possibilità di sciamare e “ascondere” - ossia l’abbandono in massa dell’alveare in condizioni di scarso raccolto (o se disturbate eccessivamente), un comportamento che però può essere facilmente controllato dall’apicoltore -, l’assenza dello scambio di telaini e api tra diverse famiglie, mal tollerato o rifiutato da questa specie, contribuisce non solo alla sua resistenza nei confronti dell’acaro varroa e dei suoi virus, ma anche di Tropilaelaps spp. e altri predatori, fatto ancora più sorprendente se si considera che l’ape Cerana non raccoglie la propoli. Per queste ragioni, quest’ape è la scelta delle comunità montane isolate e svantaggiate, delle caste più basse, spesso senza terra, e delle donne che con un investimento minimo di denaro e tempo integrano la dieta - spesso carente - dei loro bambini e fanno magari un po’ di denaro. Essa permette quindi l’apicoltura a tutti, produce miele incontaminato o quasi - poiché quest’ape non necessita trattamenti e il miele è prodotto prevalentemente da piante selvatiche non trattate da pesticidi e lontane da altre fonti d’inquinamento antropico -, e allo stesso tempo protegge e incrementa la biodiversità di queste montagne.

Dagli inizi degli anni ‘60 però è stata introdotta nella valle la coltivazione delle mele e di altri prodotti ortofrutticoli che sebbene abbiano liberato le popolazioni locali dalle incertezze e durezze dell’economia di sussistenza, sono stati anche la causa dell’introduzione di vari pesticidi e fungicidi il cui uso nel tempo è divenuto molto intenso. Questo è avvenuto sia a causa del riscaldamento del clima, che qui come in altre parti dell’Himalaya ha creato condizioni più favorevoli alle varie pesti agricole, sia per il loro stesso uso, spesso indiscriminato, che ha creato ceppi resistenti ai trattamenti e simultaneamente decimato i loro predatori naturali. Il risultato è stato un drammatico calo degli insetti impollinatori - api solitarie, vespe, farfalle, bombi e molte colonie di Cerana - e il conseguente sostanziale calo dei raccolti. Per far fronte a questa situazione molte organizzazioni, governative e non, hanno promosso l’uso della Cerana e della Ligustica per l’impollinazione delle colture, oltre che la transumanza degli alveari e le altre tecniche dell’apicoltura moderna. In pratica però, l’uso della Ligustica è diventato predominante, sia perché produce più miele  sia perché sono necessarie meno colonie per impollinare una data area. Di solito esse vengono alloggiate in alveari Langstroth, e se stanziali devono essere alimentate con circa 30 kg di zucchero all’anno (dato che le loro regine incominceranno a deporre troppo presto per il clima locale), mentre se impiegate nel nomadismo svernano prima nelle piane del Punjab e dell’Hariana e poi tornano qui in montagna ad aprile-maggio (spesso aggredendo e saccheggiando l’ape locale più piccola) non solo cariche di varroa - e quindi satolle di trattamenti - , ma anche portando tutta una serie di malattie una volta sconosciute, come la peste europea e il virus della covata a sacco tailandese che attaccano anche l’ape Cerana. Di solito non sono usati melari e il miele è estratto centrifugando i telaini dov’è ancora presente la covata e che prima erano stati trattati con i vari farmaci; si può ben immaginare la qualità del prodotto ottenuto.

Arnia warre' circolareIncominciando la mia attività apistica in questa situazione mi è parso logico adottare la Cerana: essa rappresenta il modo più razionale - da un punto di vista sociale, economico ed ecologico - di praticare l’apicoltura su queste montagne... in un mondo ideale però! Purtroppo, nella realtà economica di oggi, la cui farsa e distruzione è oramai indubbia ai più, essa non è considerata abbastanza produttiva e questo perché tutti gli altri vantaggi  che essa arreca – in termini di qualità del miele prodotto, servizi ecosistemici, coinvolgimento di gruppi sociali svantaggiati - o sono male quantificabili con l’attuale scienza economica o sono poco monetizzabili in un mercato, come quello indiano, dove il consumatore è spesso non sicuro della qualità e della provenienza del miele che sta acquistando. In questo paese quindi, i prodotti della Cerana devono competere con quelli dell’ape mellifera senza che molti dei costi inerenti all’utilizzo di quest’ultima, mantenuta in un contesto completamente alieno alle sue esigenze e con i metodi di produzione accennati prima, influenzino il prezzo finale. Essi sono “esternalizzati”, ovvero pagati dalla collettività e le generazioni future,distruggendo il capitale naturale su cui a lungo termine si basa l’apicoltura.

Al momento le strategie contemplate per aumentare la produttività della Cerana, che è stata paragonata a quella della Ligustica pre ‘900, sono le stesse impiegate dall’apicoltura moderna, quindi impiego di regine selezionate, uso dei telaini mobili, nomadismo ecc. ecc. Questo focalizzarsi su un solo aspetto della vita di questo insetto non prende in considerazione che la quantità di miele che l’ape produce e’ il risultato di una miriade di relazioni che essa instaura con il mondo circostante; si potrebbe pensare al numero di chili raccolti come un a valore numerico che rappresenti tutti i compromessi - trade off - e le possibilità  impliciti nell’esistere nel mondo...si potrebbe pensare al comportamento dell’ape come alla settima sinfonia di Beethoven, l’euritmia creata dalla musica di decine di strumenti differenti: si può cambiare la partitura dei violini senza stravolgere tale armonia? Il comportamento di una colonia d’api è il frutto di un’ottimizzazione lunga almeno trenta milioni di anni, e dopo un tale, incredibilmente lungo, intervallo è ragionevole pensare che un sistema così complesso abbia raggiunto un’efficienza quasi perfetta a bilanciare le esigenze, spesso contrastanti, della sua esistenza, e nel lungo termine la sua capacità di produrre miele sarà assicurata facilitando tale ottimizzazione piuttosto che manipolando solo una o alcune variabili.

Casa tradizionale della valleTanto più che forse ci sono altre strade. Nel bellissimo libro del professor Tautz, Il Ronzio Delle Api, si scopre che durante l’estate una forte colonia di Ligustica può produrre fino a 300 kg di miele, sebbene solo una piccola parte di questo sia presente nell’alveare a ogni dato momento. Di questi, durante l’intero periodo della covata, 2 milioni di kilojoules - circa 167 kg di miele, giacché 1 kg produce 12.000 kJ - sono letteralmente bruciati dalle api termoregolatrici per riscaldare la covata (i due terzi dell’energia utilizzata durante l’estate), e altri due milioni per  mantenere il glomere invernale. I quattro quinti del miele raccolto quindi - 240kg! - sono utilizzati, nelle arnie convenzionali, per la termoregolazione dell’alveare. Questo vuol dire che basterebbe rendere le arnie circa il 3% più efficienti energeticamente per recuperare i 7,5 kg di miele - sempre secondo l’autore - che sono impiegati dalle api per costruire i 1.200 g di favi loro necessari. E se si riuscissero a ridurre questi sprechi del 10%? Avremmo una maggiore produzione, api che costruiscono i loro favi - l’esoscheletro del superorganismo (v. ICIMOD p. 98), organo fondamentale del sistema immunitario dell’ape - e mangiano il loro miele, un alimento considerato universalmente benefico per l’uomo (anche se per la scienza tutte le proprietà che gli si tributano non sono dimostrate) ma considerato uguale allo zucchero per l’alimentazione delle api, nonostante la scienza stessa oramai lo consideri dannoso come l’alcol e il tabacco.

Fiore di ippocastanoQueste considerazioni, come quelle sulla termologia dell’alveare in inverno, il lavoro di David Heaf, Marco Valentini e altri, mi hanno spinto a costruire 6 arnie Warré circolari, con un volume circa un terzo più piccolo delle Warrè tradizionali cosi' da adattarle alle dimensioni ridotte delle colonie di Apis cerana Cerana. Ogni box è costituito da 20 pezzi di legno di 25 mm di spessore, tenuti insieme da 2 cinghie di plastica per imballaggio (qui i dettagli per costruirle), che così assemblati formano un icosaedro, una forma molto vicina al cerchio. I vantaggi: la possibilità di usare piccoli pezzi di legno,molto importante in questa zona dove il disboscamento illegale è rampante, l’assenza di colle sintetiche e chiodi, una più omogenea distribuzione di calore all’interno dell’arnia così da minimizzare la condensa, e il fatto che essendo la dispersione e l’assorbimento del calore direttamente proporzionale alla superficie dell’alveare, una forma quasi circolare, a parità di volume, disperde/assorbe meno calore di una rettangolare, un’altra considerazione importante per l’apicoltura di montagna. Gli svantaggi: la laboriosità nel costruire le 8 top bars, che sono di lunghezza diversa, e la precisione richiesta dalla costruzione dei singoli pezzi, che devono combaciare perfettamente l’uno con l’altro per evitare spifferi (anche se piccole imperfezioni possono essere facilmente colmate con una pasta fatta di terreno e letame di mucca). Condividendo gli ideali dell’apicoltura naturale, non conoscendo l’ape cerana e volendo evitare di disturbare il più possibile le colonie, mi ero prefissato all’inizio della stagione di capire “solo” quale fosse il potenziale di questo insetto e di quest’ambiente, fornendogli un riparo che le permettesse di risparmiare energia - e che quindi fosse fresco in estate e caldo in inverno ma che al contempo nellastagione fredda si riscaldasse velocemente (per permettere alle bottinatrici, specialmente nel tardo inverno quando la regina inizia a deporre e il bisogno di polline aumenta, di incominciare a volare presto al mattino; vedete anche le seguenti tabelle tratte da E. Villumstad) -, eche infine riducesse o eliminasse la condensa.

Fig.1: I dati in questa tabella dimostrano che il consumo invernale di miele –“decrease in weight during winter”- è minore nell’arnia più coibentata a parete doppia (Double walled,63mm)

 

Fig.2: si noti come il raccolto di miele sia più grande nell’arnia a parete doppia durante  l’estate, ma più cospicuo nell’arnia a parete singola in autunno; la ragione potrebbe essere che durante le tiepide giornate autunnali l’arnia a parete singola si riscalda più velocemente e permette quindi una maggiore attività delle bottinatrici al mattino, quando la quantità di nettare offerta dai fiori è spesso maggiore. L’autore dello studio interpreta i dati in modo differente.

 

La mia arnia warre' coibentataHo cercato di raggiungere questi obiettivi riempiendo il quilt con lana grezza - un materiale che assorbe umidità fino al 30% del suo peso -, e aggiungendovi anche un po’ di sale, un'altra sostanza molto igroscopica che potrebbe ridurre l’energia che le api ventilatrici dissipano quando evaporano l’acqua dal miele. Ho inoltre ombreggiato l’alveare durante l’estate e l’ho avvolto con un materassino da campeggio, dello spessore di circa 7 mm, durante i mesi invernali. Questo materassino non aderisce direttamente alla parete esterna dell’arnia, così che l’aria  intrappolata, oltre che a fornire un’ulteriore strato isolante, permette al vapore acqueo prodotto dalla respirazione della colonia di traspirare attraverso il legno e non condensare all’interno dell’arnia (cosa che invece non avviene in quelle di polistirolo, che, sebbene ottimamente isolate termicamente, permettono la formazione di molta condensa una volta che il volume d’aria all’interno dell’arnia diviene saturo di vapore acqueo; inoltre tale arnia rimarrà fredda e umida anche all’arrivo dei raggi del sole mattutino).

Il foro di volo poi non è posto alla base del box più basso, come nella Warrè classica, ma è ricavato da una fessura posta all’apice di un’ulteriore box che gli fa da base (chiamato anche SUMP) e che crea uno spazio vuoto - pari al 20% del volume dell’arnia - che è simile a quelli trovati in natura da Seeley e Morse, fra i pochi a ricercare le caratteristiche delle cavità naturali scelte dagli sciami selvatici; si elimina cosi il problema delle correnti d’aria sotto l’arnia, si eliminano le api morte che occludono l’apertura durante l’inverno e al contempo si allontana dai favi e dalle api l’inevitabile condensa che si forma quando l’aria calda e umida proveniente dal glomere  incontra l’aria fredda che entra dalla fessura. Il materassino menzionato prima non si estende al di sotto del foro di volo: questo permette alla base di riscaldarsi velocemente al mattino, così che l’evaporazione della condensa e il  riscaldamento della parte bassa dell’arnia avviene celermente e le bottinatrici iniziano prima la loro attività. Infine, la stratificazione dell’aria all’interno dell’arnia è mantenuta, oltre che dal sump -che crea anche uno strato isolante per il freddo che proviene dal terreno-, anche dal fatto che l’alveare non viene ristretto in inverno, come invece suggerisce l’abate Warrè: visto che questa è un arnia che si sviluppa verticalmente e l’aria calda ricca di vapore acqueo tende a salire verso l’alto, allontanando il foro di volo dal glomere si dovrebbero ridurre ulteriormente gli scambi di calore con l’esterno. In futuro conto di coprire le arnie anche durante le notti estive, realizzando ultimamente (...oltre al fatto che ignoro un mezzo miliardo di altre questioni!) che le api - almeno qui in montagna - riscaldano attivamente la covata anche durante questi periodi.

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