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Partiamo con un’apicoltura più amichevole, a cominciare dalla scelta dell’arnia

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Contributo lettori

Qual è il prodotto migliore per trattare gli sciami naturali?

Ho letto l'articolo che spiega l'utilizzo dell'acido lattico nella lotta contro la varroa e mi chiedevo se non potesse risultare valido nel trattare gli sciami il giorno dopo la cattura quando sono ormai sui favi, ma non hanno ancora la covata.
Eventualmente quale altro prodotto ad uso istantaneo mi consigliesti per trattare gli sciami appena catturati?
Attendendo risposta e ringrazio per l'attenzione.
Dario

Assolutamente l'acido ossalico spruzzato, da utilizzare nella stessa modalità d'uso dell'acido lattico. Si tratta di diluire 30 grammi di acido ossalico in un litro di acqua tiepida e introdurlo in un spruzzatore tipo quello che viene utilizzato per bagnare le foglie delle piante da giardino. Poi si estraggono i telaini ad uno ad uno e gli si somministrano tre spruzzate per facciata di favo, in modo che tutte le api siano colpite dalle goccioline. Conviene, però, aspettare un po' più di tempo, per non rischiare di disturbare troppo lo sciame quando si sta adattando all'arnia, senza arrivare però all'ottavo giorno dalla raccolta dello sciame, quando qualche varroa porebbe già essere all'interno della covata pronta per essere opercolata.
Io faccio così e mi trovo benone.
Marco

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Come introdurre in una nuova arnia lo sciame artificiale

 

Buona sera, intanto complimenti per il sito ben strutturato. Volevo chiederti una cosa: tra un mesetto mi consegneranno il mio primo sciame, ho gia studiato qualcosa ai tempi della scuola (avendo fatto agraria alle superiori) ma leggendo il tuo articolo i primi passi, volevo capire come posizionale i favi del nucleo nella nuova arnia. Nella stessa posizione ma alternandoli con telaini nuovi per riempire il nido???

In attesa di risposta colgo l'occasione per ringraziarti in anticipo
Andrea

Caro Andrea,
il momento migliore per compiere il travaso è quando lo sciame (naturale o artificiale) ha costruito tutti i favi ed è pieno zeppo di api, ma non ha ancora costruito le celle reali. Alle api, infatti, piace svilupparsi in uno spazio ristretto dove si moltiplicano più celermente, probabilmente perché riescono a tenerlo più facilmente sotto controllo. 

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Varroa e apicoltura in allevamenti da reddito, amatoriali, sciami artificiali e ricerca.

Vorrei sottoporre alla tua attenzione la questione: "Apicoltura e Varroa destructor": convivenza acariosi-ciclo biologico api in allevamenti apistici produttivi da reddito;  in allevamenti amatoriali; in sciami selvatici; in apiari per "ricerca".

La realtà dell'apicoltura, a tutte le latitudini, è molto complessa. Là dove i maggiori problemi si sono manifestati troviamo "l'apicoltura professionistica" e l'apicoltura amatoriale che scimiotta quella da reddito. Indubbiamente minori sono i problemi dove l'apicoltura in cattività lascia giocare un ruolo maggiore all'iniziativa delle api. In alcuni paesi dell'Africa sono predisposte "casse di raccolta" dove gli sciami entrano spontaneamente e,così raccolti, vanno a costituire nuovi apiari, "in arnie razionali". In questa modalità la selezione genetica viene giocata dalla selezione naturale. L'uomo funge da raccoglitore dello sciame offertogli nella stagione propizia. Ovviamente è uno schema comportamentale che in Europa, o negli U.S.A. è considerato "primitivo". In Africa funziona! (pratica consolidata in Mozambico). Conciliare la produttività, con la salvaguardia delle realtà economiche aziendali, in una apicoltura rispettosa delle leggi della diversità biologica è diventato l'imperativo di attualità. Se consideriamo che l'apicoltore amatoriale tipo oggi è alla ricerca della regina "ligustica neozelandese", piuttosto della regina "Buckfast ", o comunque in grado di soddisfare il proprio prurito di novità ad ogni costo, trascurando l'importanza della biodiversità autoctona degli areali nei quali vivono i propri apiari e la qualità della conduzione dell'apiario, abbiamo il quadro del disastro generale in cui versa la nostra apicoltura  in generale.

Ad un convegno di apicoltori professionisti mi è capitato di ascoltare la testimonianza di un allevatore che vantava di avere effettuato 17 trattamenti (diciassette !!) invernali in successione di ossalico sublimato nella stessa stagione. Dunque l'apicoltura oggi è sentita e o gestita come un mestiere in luogo di una diversa qualsiasi altra attività, ad esmpio quale quella in precedenza esercitata (dismessa poichè non considerata sufficentemente redditizia). Giocano dunque diversi fattori. La qualità del rapporto con l'apicoltura risulta fondamentale, (siamo in presenza di una apicoltura prevalentemente predatoria?). L'aspetto culturale, l'aspetto etico, l'attenzione intelligente al benessere della nostra ape mellifica ligustica italiana dovrebbero darci le giuste coordinate per le nostre giuste decisioni sulle questioni cruciali nella nostra sempre più difficile attività.

Purtroppo l'mpressione percepita è che le api siano trattate come avviene con gli allevamenti avicoli intorno ai quali ergere un muro, ed entro i quali tutto si possa fare pur di ottenere un prodotto vendibile al minor costo e nei tempi economici più convenienti. L'interesse, in contro tendenza, che l'apicoltura nel corso di quest'anno sta suscitando nei giovani, un entusiasmo durante i corsi di apicoltura che non era riscontrabile sino allo scorso anno, testimonia di un nuovo risveglio per una nuova apicoltura più amica delle api e più attenta alla intelligenza delle leggi della natura.

Lettera firmata

Non sto a dire quanto sono d'accordo con te; così tanto che, per propugnare idee analoghe alle tue, sono stato messo anche un po' in disparte dal settore (ce da dire che un po' mi ci sono messo anche da solo). Mi piacerebbe, però, provare a fare un passo in avanti, perché l'analisi che hai fatto la condividiamo in molti e non solo te e io.

Partiamo dalla domanda: Perché è capitato tutto questo? A mio avviso per tre motivi (semplificando e provando a discutere senza il vincolo del bene e del male): da una parte c'è la nostra essenza di animali un po' particolari, gli unici che si sono svincolati in maniera pesante dai limiti dell'istinto; secondo la società che ci siamo dati e, per ultimo, il tipo di alveare (evidentemente sono tre cose strettamente collegate).

Proprio per la nostra natura di animale al di fuori dell'istinto, troviamo difficile darci un limite. L'esempio più calzante lo troviamo tra i campioni dello sport. Appena raggiunto il primato tanto agognato, subito cominciano a lavorare per batterlo di nuovo. Ma passetto dopo passeto, per chiunque è diventato ormai impossibile superarlo se non al prezzo di allenamenti folli, impiagando materiali tecnici sempre più sofisticati, oppure facendo uso di sostanze dopanti. E già ci si chiede se sia etico utilizzare la manipolazione genetica per far nascere dei campioni sempre più imbattibili. Eppure, a ben vedere, sembrerebbe del tutto ininfluente per l'umanità sapere che Tizio è più veloce di Caio di un decimo di secondo!

Perché questo esempio? ci comportiamo con le api (ma è un meccanismo imperante un po' in tutti i settori produttivi e in ogni attività dell'uomo) come il campione di sport col suo record. Appena raggiunto un risultato (non so, una resa per alveare media del 5% più elevata, grazie alla meccanizzazione sempre più spinta, oppure attraverso un incrocio di razze del tutto improbabile), subito lo dobbiamo polverizzare. Con una unica differenza, non da poco, rispetto al campione sportivo e che va a tutto discapito dell'ape. Gli animali sono considerati un mezzo produttivo di proprietà degli uomini (ce lo dice anche la nostra religione) che ne possono disporre come meglio credono. Ad oggi consideriamo immorale fare all'uomo, quello che facciamo già da tempo agli animali.

E l'arnia? È semplice: l'arnia a favo mobile ci ha permesso di imparare tutto sul comportamento dell'ape (non per nulla Langstroth l'aveva realizzata proprio a questo scopo) e di mettere in atto tecniche assolutamente impensabili. Non c'è nulla da fare l'arnia a favo mobile è quella che permette produzioni per alveare maggiori, assolutamente inarrivabili da qualsiasi altro tipo di ricovero.

In ultimo si diceva della società che gli uomini si sono dati che non va più bene e non rappresenta più l'umanità. La società del consumismo è al termine e quelli che avvertiamo, noi che abbiamo le antenne più sensibili, sono gli scricchiolii che ci stanno avvertendo che il cambiamento è dietro l'angolo e la questione è solo: quanto i media riusciranno ancora a lavorare sull'immaginario collettivo per convincere intere popolazioni che il migliore dei mondi possibile è quello attuale? Purtroppo più ci riusciranno e più il tonfo, quando avverrà, sarà catastrofico (ti consiglio la lettura di Collasso - Come le società scelgono di morire o vivere di Jared Diamond; puoi trovare una bella recensione qui: http://www.earthcare.it/archives/2435). Cosa non va nella società che gli umani si sono dati - cercando di concentrarci solo alle ripercussioni con l'apicoltura, altrimenti si potrebbe parlare per ore - che spinge gli allevatori - apicoltori compresi (ma il ragionamento può essere esteso a tutto il mondo produttivo) - a super sfruttare gli animali allevati? Buona parte del problema, a mio avviso, può essere ricondotto al concetto della crescita, la crescita del Pil, la religione della crescita (questo è stato già tema del mio articolo: "E' urgente inaugurare una nuova stagione apistica" (http://www.bioapi.it/e-urgente-inaugurare-una-stagione-apistica.html).  In un mondo finito, quale la Terra, è puramente folle pensare che questa abbia risorse infinite e più che mai oggi che siamo 6 miliardi di persone ogni giorno a calpestarla.

Siamo a questo stato di cose perché ogni anno, ci dicono, di dover crescere (ci dà tanto fastidio la parola decrescita che la chiamiamo crescita negativa) e più si cresce (basta vedere come gli economisti si eccitano parlando della Cina che cresce con percentuali a due cifre, poi chiudono un occhio sul fatto che ogni anno muoiono circa 800.000 persone per l’inquinamento ambientale) e, secondo i sacerdoti della crescita, più si sta meglio, si ha benessere. Il forte dubbio è che molti di noi abbiano scambiato il ben-essere con il ben-avere se è vero che il benessere è strettamente legato ai buoni rapporti conviviali che riusciamo a instaurare con i nostri simili mentre il ben avere porta all’egoismo, a rinchiuderci in casa e ad avere diffidenza verso il prossimo e (questo è il quid) a consumare di più. Siamo come l'atleta che per superare se stesso ricorre ad ogni pratica lecita ed illecita. C’è un filosofo francese, Serge Latouche, che da alcuni anni sta teorizzando la società della decrescita come quella che prende in esame, nel valutare il benessere dei popoli non più quello del consumo di beni, ma lo stato delle relazioni umane, della giustizia, delle discriminazioni tra i componenti della società, del carattere democratico delle istituzioni e della salute del territorio.

Alle fine di questa lunga e forse noiosa disquisizione, come la mettiamo con le tue giuste osservazioni? Per fortuna chi scimmiotta in maniera acritica i professionisti, un domani continueranno a scimmiottare qualcosa di diverso, e continueranno a non farsi domande. Il problema fondamentale è: come si riesce a convincere gli apicoltori a fare qualcosa di diverso quando, chi lo fa, rischia di uscire dal mercato? Degli apicoltori professionisti quanti sono convinti di quello che fanno e quanti seguono la scia solo perché devono fare reddito per le loro famiglie? In ultima analisi: è possibile cambiare apicoltura senza cambiare contemporaneamente la società? Si è vero, i nuovi apicoltori (e confermo la tua impressione perché ogni anno faccio una decina di corsi di apicoltura) si stanno affacciando al nostro mestiere in maniera più critica di una volta. Ma per il momento questo è solo il sintomo di una insofferenza delle nuove generazioni verso l'attuale modus vivendi.

Che senso ha impegnarsi a salvare l'apicoltura (l'ape si salverà da sola, non c'è dubbio) se non si salva l'uomo? Se non riusciamo a percorrere queste due strade contemporaneamente, sarà solo tempo sprecato.

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Carteggio tra un giovane apicoltore ed uno... un po' meno giovane

Pubblico un lungo scambio di mail tra me ed un giovane apicoltore. Credo sia interessante perché sono le domande che molti giovani apicoltori intelligenti, in bilico tra il rispetto della natura e la necessità di fare reddito, si fanno, arrovellandosi su ciò che è giusto e non giusto fare. Naturalmente io questo non lo so, le mie risposte cercano solo di evitare l'ipocrisia; se poi ci sono riuscito lo lascio a voi decidere. Posso però dire che questo scambio di idee tra una persona che si affaccia ora all'apicoltura e un anziano apicoltore (io) denotano come l'apicoltura (come il resto della società umana) sia ad una svolta. Purtroppo, però, la classe dirigente è anziana e non ha voglia di lasciar posto ai giovani e, quindi, di queste cose non se ne discute da nessuna parte. L'apicoltura è rimasta ingessata e fintantoché gli anziani non passeranno la mano, le novità e la speranza per un futuro migliore mancheranno, peccato.

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Un altro modo di fare apicoltura

Ieri al corso c´era un apicoltore di Latina, che mi ha colpito molto e sto cercando dei riscontri tra voi altri professionisti perche io vivo in un paese di pochissime anime dove sono ancora convinti che l´ape rompe l´uva. Questo apicoltore ha una conduzione di apiario molto interessante, é stanziale e usa solo arnie da 6 telaini ed é tutto numerato dal melario ai telaini, ogni telaino é numerato e pure quelli del melario e non vengono mai intercambiati con pezzi degli altri alveari. Facendo cosi dice che si risparmia un sacco di chimica e malattie microbiologiche dell´alveare, infatti usa solo oli essenziali e tavolette per la varroa. Ok, é un pochino eccentrico ma il ragionamento che ha fatto fila. Ha detto poi che non cambia lui le regine ma lascia il compito alle api (che alla fine dopo 2 anni la sostituiscono da sole) ma è spietato con le regine che non passano il test del rombo (ha una spece di formina romboidale e conta le cellette vuote).

Devo ammettere che tutto ció mi ha confuso, credevo che una famiglia su 10 telaini era piu forte di una su 6, invece pare proprio il contrario, una bella famiglia su 6 telaini in arniette da 6 con melario rimane piu sana, autosufficente e riempie prima il melario. Lui produce quasi solo miele di eucalipto in favetti francesi e dice che é una vera soddisfazione. Il consiglio suo era quello di produrre miele in favetti e piano piano farsi un piccolo laboratorietto per smielare anche miele da invasettare, te che ne pensi? Conosci qualcuno appassionato o specializzato in miele in favi?
Antonio Zangana

Caro Antonio,
naturalmente dipende sempre da dove si tengono le api (una cosa è allevare api in provincia di Latina con le fioriture tipiche della zona, una cosa è allevarle in montagna) ma sicuramente l’arnia da 10 favi è troppo grande. Se quella giusta è da 6, da 7 o da 8, va visto zona per zona. Numerare tutto anche telaino per telaino smielando con la centrifuga è molto oneroso e il gioco non vale la candela ma solo se usi l’escludi regina perché i problemi microbiologici li porta la covata. Producendo miele in favo, naturalmente, ti elimini i problemi relativi ai telaini del melario (anche lo stoccaggio!). Comunque è molto interessante il tipo di apicoltura che sta facendo l'apicoltore di Latina anche perché lavorare con alveari che pesano pressapoco la metà, è molto meglio e adattabile ad un tipo di apicoltura al femminile.
Sicuramente il suo successo sul versante microbiologico lo deve più all’allevamento di regine con caratteristiche di tolleranza alle malattie. Il cosiddetto test del rombo, come lo chiama lui, vuol dire preferire, nella selezione, le regine che rimuovono la covata morta entro 2 giorni, il periodo entro cui la forma vegetativa della peste americana non si trasforma ancora in spora. Così facendo le api sono più resistenti alla peste perché si seleziona un comportamento virtuoso delle figlie della regina. E’ il corretto modo di fare selezione, ovvero anticipare quello che farebbe la natura alla quale non importa far produrre, ad una famiglia, 10 kg in più di miele, se non strettamente necessario alla sopravvivenza della specie in quell'areale.
Sulla questione miele in favo non mi pronuncio in quanto dipende dal tipo di clientela, ma non conosco i favetti francesi. Personalmente mi sto orientando a produrre miele pressato quindi non lontano da ciò che fa l'apicoltore di Latina. Il mercato del miele in favo, per il momento, è piuttosto limitato e, quindi, facilmente saturabile (ed anche quello pressato). 
Un caro saluto
Marco Valentini

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Cronaca di un alveare Top Bar Hive dall’insediamento al suo invernamento... e situazione varroa

Il 12 giugno di quest’anno, sul Carso sloveno, ci è stato donato da un'apicoltrice, ancora sull'albero, uno sciame di piccole dimensioni di api di razza carnica, che abbiamo preso e introdotto  in un’arnia TBH da noi costruita.

La famiglia è stata introdotta nel centro dell’arnia, la porticina è sul lato lungo ed è circolare (ne abbiamo a disposizione quattro, ma mai più di due aperte). Due diaframmi permettono di avere spazio libero sia a sinistra che a destra, dove abbiamo nutrito con una bottiglietta appoggiata alla rete che fa da fondo. Le barre sono larghe 3,5 cm, con qualche lieve irregolarità.

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Il carteggio col giovane apicoltore continua...

Lo scorso anno ho pubblicato un lungo scambio di mail tra me ed un giovane apicoltore. Evidentemente voi lettori lo avete considerato molto interessante se è stato tra gli articoli più cliccati. Niente di nuovo, potrebbe dire qualcuno, si ripropone l'antico passaggio di sapere tra generazioni; c'è, però, una piccola - grande differenza col passato: nella nostra società tecnologicizzata, purtroppo, i vecchi, con l'aiuto degli strumenti, possono competere fisicamente con i giovani a discapito, però, dell'evoluzione del settore perché il mondo visto dagli anziani, purtroppo, è troppo ancorato al presente, per non dire al passato. 


 

Ciao Marco, come va?

Qui tutto ok, a parte una siccità eccezionale.

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Scambio di opinioni sulla Top bar Hive

RACCOLTA DI POLLINE E PROPOLI IN UNA TBH, APITERAPIA

 

Caro Marco,

avrei alcune domande per te. 

 

1. Con le nostre arnie TBH (top-bar-hive) mi piacerebbe raccogliere anche il polline e la propoli oltre che il miele. Sul forum di Chandler (http://www.biobees.com/) ho visto che i top-bar apicoltori tendono a usare i classici raccoglitori di polline che magari modificano un po'. Altre idee per caso?

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