Primo congresso internazionale sull’apicoltura biologica

Nella poco appropriata sede di Sunny Beach (detta l’Ibiza dell’est) si è tenuta dal 27 al 29 Agosto scorsi la prima conferenza internazionale di apicoltura biologica organizzata dall’Associazine Apicoltori Bulgari in collaborazione con Apimondia. Questa località, infatti, nulla ha a che spartire con il biologico e il naturale essendo una delle zone più violentate della Bulgaria con milioni di metri cubi di cemento costruiti in pochi anni. Anche il periodo non era propriamente azzeccato in quanto, solo una settimana dopo, a pochi chilometri di distanza, si sarebbe tenuto il congresso del centenario di Apislava, l’associazione che raggruppa le associazioni di apicoltori di Bulgaria, Grecia, Slovacchia, Cechia, Slovenia, Ucraina, Russia, Belorussia, Romania, Croazia, Turchia, Moldova e Polonia e sarebbe stata un’ottima occasione per incontrare gli apicoltori di questi stati.

 

A parte questo, l’incontro è stato molto proficuo in quanto si sono dati appuntamento i migliori ricercatori al mondo che si occupano di apicoltura tra quelli che sono convinti che le api devono essere allevate con tecniche soft. Inoltre, data la poca gente convenuta, si è creato un clima familiare che ha permesso di intessere rapporti e discutere familiarmente con coloro che sono universalmente riconosciuti come i migliori ricercatori riguardanti le api.

Apicoltura sostenibile e apicoltura biologica
La prima relazione è stata quella di Nicola Bradbear, già ricercatrice dell’IBRA (International Bee Research Association ) e professore di apicoltura alla Cardiff University e grande esperta di apicoltura nei paesi in via di sviluppo. L’idea di Bradbear è che bisogna andare oltre l’apicoltura biologica che non è particolarmente diversa dall’apicoltura globalizzata (quella che si pratica con l’Apis mellifera un po’ in tutto il mondo) e non ha risolto i problemi di malattie (peste americana, europea, nosemiasi e varroa) che colpiscono sia alveari convenzionali che certificati bio. La ricercatrice chiede di prendere in esame la possibilità di ritornare ad una apicoltura sostenibile (e chiede anche un’idea di nome da affidargli: es. “Apicoltura naturale”).

I termini di un’apicoltura sostenibile sono quelli di rispettare il comportamento naturale delle api: ovvero farle sciamare se vogliono sciamare, non aprire troppo spesso gli alveari, diminuire la densità di alveari per m2, accettare che nel periodo del raccolto alcuni alveari possano essere vuoti, non alterare l’identità genetica delle api.

Come esempio la professoressa porta il caso dell’Africa sub sahariana che è l’unico luogo dove rimangono intatte le popolazioni indigene di Apis mellifera che possono prosperare e sono libere dagli effetti deleteri di parassiti e malattie importate, e dove le forze della selezione naturale consentono la sopravvivenza di popolazioni che ben si adattano sia alle condizioni naturali che all’allevamento degli apicoltori.

La peste americana negli alveari naturali e allevati dagli apicoltori
Molto interessante anche la seconda relazione di Ingemar Fries del Dipartimento di Ecologia, Università svedese di Scienze Agrarie di Uppsala, in Svezia. Il prof. Fries è colui che circa 10 anni fa ha iniziato un interessante esperimento nell’Isola danese di  Gotland con 150 alveari lasciati a loro stessi senza alcun tipo di trattamento. Dopo circa 7 anni si può affermare che si è instaurato un rapporto di convivenza tra api. Il ricercatore svedese ha ricordato come la modalità di trasmissione delle informazioni tra l’ospite e gli agenti di malattia può essere orizzontale o verticale ed è di estrema importanza per determinare l'evoluzione della virulenza degli agenti patogeni. Si parla di modalità di trasmissione verticale di un agente patogeno quanto questo avviene tra generazioni diverse (es: trasmissione genitori-figli-nipoti) e orizzontale quando avviene in unica generazione ma tra più individui (epidemia)  e questo sia a livello individuale (tra le api) che a livello di colonia (tra le colonie). La trasmissione verticale di norma genera un rapporto ospite-parassita benigno, mentre la trasmissione orizzontale si traduce spesso in un rapporto più aggressivo. In Svezia il Dipartimento di ecologia ha studiato il tasso di trasmissione verticale del  Paenibacillus larvae, l'agente eziologico della peste americana (AFB) all’interno di colonie di api che si riproducono attraverso la sciamatura. I risultati dimostrano la trasmissione verticale del patogeno dalla colonia madre alla figlia (sciame). La densità di spore cala con il tempo in entrambe le colonie (madre e figlia) non presentano i sintomi della malattia clinica. I campioni positivi presi occasionalmente più di un anno dopo la sciamatura indicano una produzione di spore infettive ma senza che possa essere osservata la manifestazione della malattia a livello clinico. I risultati suggeriscono che la virulenza della peste americana, può dipendere da pratiche messe in atto dagli apicoltori e, in presenza di un’apicoltura più amichevole nei confronti dell’ape, potrebbe mantenersi a livelli non esiziali per le colonie. In generale, l'apicoltura aumenta la trasmissione orizzontale della malattia rispetto ai sistemi naturali, che privilegiano la trasmissione verticale. Se così fosse, l'apicoltura seleziona agenti patogeni più virulenti rispetto a quelli delle popolazioni naturali di api.

Dopo queste due interessantissime relazioni, la giornata continua con alcuni resoconti dell’apicoltura biologica in alcuni paesi emergenti: Messico, Turchia, Indonesia, Camerun, Nigeria, Oman.

Messico
Il Messico è al sesto posto nel mondo nella produzione di miele (57.000 t di cui 1.150 t certificate bio) e la terza come esportatore (25.000 t di cui il 5% bio). Ha un notevole potenziale nel perseguimento dell’apicoltura biologica in quanto l’ape maggiormente allevata (per cause di forza maggiore) è l’ibrido africanizzato che, purché piuttosto aggressivo, ha una notevole resistenza alle malattie e alla varroa, tanto che è possibile allevarle senza la necessità di utilizzare farmaci.
Inoltre, gli stati del sud del Messico hanno un basso livello di industrializzazione e un'agricoltura di piccola scala caratterizzata da un uso piuttosto ridotto di pesticidi. Così, una grande parte del territorio è adatta per la produzione di miele biologico in quanto soddisfa i bassi livelli di esposizione ai contaminanti.
Vi sono circa 20 piccole cooperative di apicoltori (ed alcune lavorano per il commercio equo e solidale) certificate bio che associano (dati 2010) 448 apicoltori biologici (e 291 apicoltori in conversione) e che gestiscono oltre 46.318 alveari certificati (8.629 alveari e in conversione). Il miele biologico è prodotto principalmente negli stati di Yucatan, Campeche, Quintana Roo, Chiapas, Oaxaca, Jalisco e Morelos.

Turchia
La Turchia è uno dei maggiori produttori di miele al mondo e dispone di una superficie molto adatta alla produzione di prodotti delle api certificati bio (prati pascoli, alberi d'alto fusto, boschi di pini nel Mar Egeo e del Mediterraneo, di nettare e polline delle piante dell'Anatolia orientale e regione del Mar Nero). Nel 2004 erano 256 gli apicoltori certificati biologici mentre nel 2009 sono diminuiti a 147 mentre 318 erano in conversione. Le ragioni della forte diminuzione negli ultimi cinque anni è da addebitarsi alle difficoltà di attuazione delle norme dell’apicoltura biologica, alla bassa resa di miele per colonia ed anche al prezzo che rimane piuttosto basso. Pertanto, per migliorare la situazione, sarebbe necessario supportare e guidare un gruppo di apicoltori professionisti verso la conversione. Contemporaneamente sarebbe necessario incoraggiare anche gli apicoltori convenzionali a produrre prodotti delle api senza residui.

Indonesia
L'Indonesia ha enormi risorse naturali ed umane occupate in apicoltura e la produzione di miele è affidata ad api autoctone (Apis dorsata e Apis cerana indica) il cui numero è di molto superiore a quello di colonie di Apis mellifera che trova difficoltà di sopravvivenza a causa della scarsità di polline e di sovvenzioni per migliorare il nomadismo. L’Indonesia, infatti è costituita da oltre 17.000 isole e lo spostamento degli alveari è costoso e complicato. Ecco quindi che il miele viene prodotto dall’Apis dorsata (l’ape gigante che vive solo allo stato selvatico e considerata una delle api più antiche esistenti al mondo) e l’Apis cerana che è adatta solo per un tipo di apicoltura stanziale e per apicoltori con pochi alveari. Questi apicoltori, poi hanno dei contratti con grandi aziende che comprano i loro prodotti e si occupano della formazione e di finanziare l’acquisto di regine, attrezzature e farmaci contro i parassiti.

Camerun
Il Camerun ha dieci province e ognuna di esse conta, in media, circa 3.000 apicoltori. Qui vengono usati diversi tipi di alveari: arnie tradizionali, alveari in rattan, arnie in terracotta e tronchi d'albero. Il National Syndicate of Beekeepers and Farmers  di Yaoundé è nato nel 2007 ed è composto da 14 apicoltori e tra gli scopi principali dell’organizzazione ci sono l'apicoltura e l'agricoltura ma la produzione di miele è la maggiore. I membri del National Syndicate hanno in media 50 alveari e ogni colonia produce circa 40 kg di miele. I mieli maggiormente prodotti sono quelli di caffè, di eucalipto, miele millefiori, di montagna, di bosco e di savana
Nel Camerun si alternano due stagioni il miele, da settembre a gennaio con una produzione non molto alta e da marzo a giugno con produzioni di norma più cospicue. Il miele ha un prezzo piuttosto alto, circa 5 euro al kg, soprattutto in confronto con gli altri prodotti alimentari di base.

In Camerun, grazie alla cooperazione con PAELLA-E (Programme d’Appui aux Initiatives Locales à L’Auto-Emploi), nel 2007 è stata costituita un’impresa (denominata Guida Hope) per il commercio nazionale ed internazionale di miele biologico, cera e propoli. Attualmente più di 800 apicoltori conferiscono i loro prodotti ottenuti da alveari tradizionali a favo fisso costruiti con materiali locali (rafia, erba e rattan) e collocati in un’area di più di 25.000 ettari di savana altrimenti utilizzati per la piccola agricoltura biologica e pascoli. In questa zona non esistono malattie delle api e le piante sono unicamente selvatiche e forniscono nettare alle api praticamente per tutto l’anno.

L’associazione di sviluppo PAELLA ha incitato e sostenuto il governo del Camerun nella creazione di un sistema di sorveglianza dei residui per il miele necessario per vendere  il miele all’interno dell’UE che è stato accettato nel mese di ottobre del 2009.

Le malattie delle api in apicoltura biologica
Il giorno seguente le relazioni più interessanti sono state quelle relative al controllo delle malattie nell’apicoltura biologica, le varie relazioni su come viene tenuta sotto controllo la varroa nei vari paesi del mondo e la contaminazione dei prodotti dell’alveare a causa dell’inquinamento ambientale.

Il primo ad intervenire è stato i prof. Fries che ha spiegato come il pericolo che si corre quando l’unica selezione è lasciata nelle mani dell’apicoltore, in un momento in cui sono completamente sparite le api selvatiche, è quella di diminuire la variazione genetica all’interno di un popolazione di api. Il rischio è quello di ottenere una perdita di tratti del genoma come quelli della resistenza ai  patogeni che per le api, avendo una popolazione aplo-diploide, è molto più importante che in altre specie.

Secondo il ricercatore  svedese, gli apicoltori devono cambiare strategia di lotta alla varroa. Fino ad ora hanno utilizzato la strategia dello struzzo, ovvero hanno utilizzato principi attivi sempre più potenti ma che hanno coperto possibili rapporti di coabitazione tra varroa e ape uccidendo sistematicamente le varroe poco virulente e disinteressandosi delle api che mostrano il carattere della tolleranza all’acaro.
Da qualche anno alcuni ricercatori (e lui stesso) hanno provato a lasciare le api a loro stesse ed hanno notato che è possibile evidenziare rapporti più amichevoli tra ape e varroa. Si tratta di osservare, senza intervenire, quali alveari riescono a sopravvivere dopo una lunga convivenza. Questo metodo, che sembra essere efficace per avere linee di api resistenti alla varroa, non può essere accettato, però, dagli apicoltori che hanno paura di non poter trarre reddito per troppi anni, viste le forti mortalità, dal loro allevamento.
La proposta di Fries è quella di combinare le strategie non rinunciando a imporre una pressione selettiva sia sulle api che sulla varroa e, contemporaneamente, evitare di perdere le colonie troppo infestate. Si tratta di tenere sotto controllo l’infestazione delle api evitando di trattare le colonie che la mantengono sotto un certo livello e di trattare solo le colonie che superano tale livello ma, subito dopo, sostituire la regina (e quindi il patrimonio genetico) dell’alveare super infestato e quindi eccessivamente sensibile alla varroa, con regine provenienti da alveari che, al contrario, riescono a tenere a bada l’infestazione di varroa. Il trattamento punisce, altre alla regina troppo sensibile, anche le varroe che si sono manifestate troppo aggressive.

I prodotti anti varroa
I prodotti che vengono utilizzati per la  lotta alla varroa  e nei vari paesi del mondo e permessi dalle loro normative, sembrano essere gli stessi adoperati dagli apicoltori europei e in Italia (timolo, acido formico e ossalico); in alcuni casi cambiano solo formulazioni e modalità di somministrazione: Il timolo è la molecola più utilizzata e il problema da risolvere sembra essere soltanto quello di trovare un sistema per ridurre la sua sublimazione  (subsrato e diluizione). Il ricercatore Peter Nentchev della facoltà di Agraria dell’Università di Trakia in Bulgaria ha indagato gli effetti del trattamento degli alveari con l’olio essenziale di Hissopus officinalis L durante l’inverno su 20 colonie. Il ricercatore bulgaro ha utilizzato delle strisce impregnate di olio essenziale poste sulla parte superiore delle colonie mentre dei fogli di carta adesiva sono state poste nel fondo antivarroa per valutare l’infestazione. L'efficacia del trattamento con l’olio essenziale è stata 80,1% e non ha causato effetti negativi sulle api o agli apicoltori.

Qualità dei prodotti biologici e inquinamento ambientale
Molto interessante anche la relazione del prof. Klaus Wallner dell’Università di Hohenheim che ha riguardato gli effetti dell’inquinamento ambientale sui prodotti delle api. Infatti la qualità dei prodotti delle api è influenzata da una moltitudine di fattori. Oltre alle molecole introdotte dagli apicoltori per cercare di contenere le malattie e i parassiti delle api, si possono trovare i prodotti chimici usati in agricoltura e quelli derivanti dall'inquinamento ambientale.
L’analisi sui prodotti delle api, secondo il ricercatore tedesco, mostra una chiara differenza tra quelli certificati bio rispetto ai convenzionali sia rispetto alla contaminazione con farmaci veterinari che pesticidi. Infatti i prodotti biologici sono relativamente liberi da tali residui.
Wallner ci ha anche spiegato del perché i prodotti delle api sono meno inquinati di quello che ci si potrebbe aspettare da esserini che perlustrano in maniera così perfetta ogni angolo dell’ambiente in cui vivono e che spesso vengono a contatto con sostanze indesiderate. Infatti l’ape, tra la borsa melaria e l’intestino ha una ghiandola (Ghiandola a x o di Zander) che funziona da filtro.
Per quanto riguarda i contaminanti provenienti nell'ambiente, guardando i risultati delle analisi dei residui effettuate su diversi prodotti delle api possono essere evidenziate le seguenti tendenze:

  1. In materia di inquinamento ambientale, in molti paesi comincia a ridursi l'attività industriale, il traffico motorizzato e di altre emissioni. Per quanto riguarda la contaminazione del miele con metalli pesanti, in Germania la situazione è così migliorata negli ultimi dieci anni, che esso è stato eliminato dal programma nazionale di controllo degli alimenti.
  2. Vi è un calo anche dell’uso di sostanze chimiche nell’agricoltura convenzionale grazie all’affermarsi, nella pratica agricola, della gestione integrata.
  3. C'è un cambiamento nel modello di coltivazione della terra. In molti paesi, vi è una diminuzione del numero di fiori sia della flora spontanea che coltivata. La disponibilità e la varietà di fonti di polline e nettare, sono influenzati dai cambiamenti radicali nel settore agricolo, guidati da decisioni economiche e politiche. La possibilità per le api di evitare colture (colza, frutteti), che sono trattati con antiparassitari fitosanitari diventa sempre più difficile. In alcuni paesi, le fonti di nettare e polline per le api sia per l’apicoltura biologica che convenzionale, sono diventate più o meno la stesse. E così aumenta il rischio, per le api, di entrare in contatto con i pesticidi.
  4. Vi è un notevole miglioramento dei metodi di analisi dei residui, che porta a limiti di rilevazione e quantificazione estremamente bassi. Per quanto riguarda i pesticidi idrofili, ciò induce nuove discussioni circa la purezza dei prodotti dell'apicoltura convenzionale e biologica.

Qualità dei prodotti biologici e inquinamento causato dagli apicoltori
Completa il quadro dei contaminanti la relazione di Stefan Bogdanov ricercatore in pensione del Laboratorio svizzero di apicoltura di Liebefeld (Svizzera) che ha analizzato i diversi contaminanti che provengono dalla pratica dell'apicoltura. Tra questi gli acaricidi che sono utilizzati in molte parti del mondo per il contenimento della varroa e che, essendo per lo più lipofili i loro residui persistono principalmente nella cera d'api e nella propoli, piuttosto che nel miele. Altri acaricidi non tossici, come gli acidi organici e i componenti degli oli essenziali, non mettono in pericolo la qualità del miele se sono utilizzate secondo le prescrizioni. In queste condizioni, i livelli di timolo nel miele sono bassi e sicuri. I residui di timolo nella cera sono molto più alti, ma non mettono in pericolo la qualità del miele. Gli antibiotici, utilizzati per il controllo delle pesti americana ed europea sono una fonte importante di contaminazione di miele. Sono diversi i tipi di antibiotici individuati nel miele ma sono soprattutto tetracicline, streptomicina, sulfamidici, nitro furani, tilosina e cloramfenicolo che vengono trovati più spesso. Altri contaminanti dell'apicoltura sono: para-diclorobenzene, utilizzati per il controllo della tarma della cera; insetticidi (coumaphos ad esempio), utilizzato per il controllo del piccolo scarabeo dell'alveare (SHB); repellenti, utilizzati al momento del raccolto del miele, i pesticidi, usati per proteggere il legno. In sintesi i contaminanti più importanti che possono essere rilevati nei prodotti delle api provenienti direttamente dall’allevamento delle api sono antibiotici per il miele, pappa reale e propoli;  acaricidi sintetici lipofili per la cera e propoli.
La cera d'api in apicoltura biologica dovrebbe avere una quantità molto bassa o nulla di acaricidi di sintesi. I limiti di acaricida per la cera d'api biologica stabiliti in diversi paesi sono nel range da <0,1 a 0,5 mg / kg. La diminuzione più efficace dei residui di cera d'api dai favi si ha con la messa a sciame dell’intera colonia e l’inserimento di fogli cerei puliti senza residui. In questo caso, dopo 2 stagioni nella cera non vi sono più residui misurabili.

Apicoltura biologica nei diversi paesi
Grazie ad una intervista ai partecipanti al primo congresso internazionale sull’apicoltura biologica, sono scaturiti alcuni dati riportati nella seguente tabella:

Apicoltura biologica nei vari paesi 

Paese Numero di apicoltori bio
(% del totale)
 Numero di apicoltori  Commento
Aizerbaidjan - 30.000 Ufficialmente non esistono apicoltori certificati
Bulgaria 150 (0.3 %) 45.000  44.861 ovvero circa il  6.5 % di tutti gli alveari sono certificate con una media di  300 alveari per apicoltore. Esistono  10 Organismi di certificazione. Ogni apicoltore riceve circa 15 euro per ogni alveare biologico allevato
Canada 10.000* (2 %) 600.000* Le aziende certificate sono perlopiù in Quebec  dove operano 9 apicoltori Il più grande ostacolo sono le colture OGM.
Germania 600  (0.7 %) 85.000 25. 000 ovvero il 3 % di tutti gli alveari sono biologici, 42 alveari per apicoltore. Sono operanti I regolamenti UE, leggi nazionali e differenti regolamenti privati e 8 organismi di certificazione
Residui max di acaricidi nella cera: < 0.5 mg/kg per ciascun principio attivo
Francia 219 (0.3) 80.000 42.500 ovvero il  3 % di tutti gli alveari sono certificate bio, 194 alveari per apicoltore, 7 % l’incremento dal 2007 al  2008.
Georgia 15 (0.2 %) 6.600 Regolamento: Elkana e regolamentazione nazionale; certificazione: Caucascert.
Grecia 100 (0.4 %) 24.000 11 organizzazioni di certificazione. La Grecia è uno dei più grandi produttori di miele di melata biologica.
Italia 9.000(13 %) 70.000  Circa 100 000 ovvero circa l’8 % di tutti gli alveari sono certificate 11 alveari per apicoltore. 13 Organismi di certificazione. Consumo di miele biologico: 3.6 % del totale.
Residui di acaricidi nella cera  < 0,2 o 0,1 mg/kg per ogni principio attivo
Libano nessuno 132.000* Due organismi di certificazione; c’è una Associazione per l’agricoltura biologica Libanese
Repubblica della Macedonia 15.000* (20 %) 75.000* Biocert e Procert le principali etichette individuali.
Mexico 448 (1 %) 45.000 46.300 ovvero circa il 2.3 % di tutti gli alveari sono certificati. Sono esportate 1.150 tonnellate di miele bio, circa il 5 % di tutto il miele esportato. Certificazioni: IMO e Certimex.
Moldova 1 6.000 5 apicoltori in transizione
Polonia 60 (0.1 %) 44.000 1.000 ovvero lo  0.1% di tutti gli alveari sono certificati, 17 alveari per apicoltore, miele prodotto circa  25 t. 11 organismi di certificazione.
Portogallo 49 (0.15 %) 16.267 6.120 ovvero l’1 % di tutti gli alveari sono certificati, 124 alveari per apicoltore. 7 Organismi di certificazione
Romania 620 (0.8 %) 80.000 20% degli operatori biologici.
Russia nessuno 300.000 Le statistiche ufficiali non comprendono apicoltori biologici ma alcune volte il miele è venduto sotto la denominazione di biologico
Slovacchia 1 (< 0.1 %) 20.000 400 or 0,2 % di tutti gli alveari sono certificati. Un nuovo regolamento nazionale del 2010 potrebbe creare migliori condizioni per lo sviluppo dell’apicoltura biologica
Spagna 194 (0.8 %) 25.000 57.600 ovvero circa il   3% di tutti gli alveari sono certificati, 300 alveari per apicoltore.
Svizzera 400 (2 %) 20.000 Regolamento nazionale, Demeter e Bio-Suisse,
Residui di acaricidi  nella cera: < 0.5 mg/kg per ogni principio attivo
Turchia 147 (0.1 %) 115.000 318 apicoltori in conversione; nessun residuo ammesso. 400 t di miele biologico prodotto ovvero il 5 % del totale.
UK 1 a 6 (0.01%) 40.000 Non vi sono ufficiali statistiche sull’apicoltura biologica. 6 organismi di certificazione e ognuno di essi ha un proprie norme in accordo con UK Standard biologici
Ucraina 1 (< 0.01 % ) 50.000  

* - numero di colonie

Unione Europea
Secondo gli intervistati, in 9 paesi dell'UE gli apicoltori biologici rappresentano tra lo 0,1% e il 13% (Italia) di tutti gli apicoltori. Il numero di alveari certificati biologici in 7 paesi esaminati varia tra i 1.000 e 100.000, in rappresentanza 0,1-8% del totale alveari, Il maggior numero è in Italia. Un apicoltore in questi 7 paesi gestisce da 11 (Italia) a 300 (Bulgaria e Spagna) colonie. In media un apicoltore biologico in questi paesi, gestisce 141 colonie, mentre ogni apicoltore convenzionale gestisce solo 28 alveari. L'Italia è leader con circa 100.000 alveari certificati biologici, ovvero circa l'8% di tutti gli alveari del paese, seguita dalla Spagna con 57.600 alveari. Al terzo posto si trova la Bulgaria con 44.861 alveari certificati. Anche se non ci sono giunte informazioni relative agli alveari biologici provenienti da Romania o dall’Ungheria, la loro produzione biologica sembra essere significativa e il loro miele è spesso commercializzato in Germania, soprattutto mieli di acacia e tiglio.

Paesi non UE
Nella maggior parte dei paesi non UE l’apicoltura biologica è solo all'inizio, ad eccezione della Repubblica di Macedonia, con 15.000 colonie certificate, che rappresentano il 15% del totale delle colonie di api allevate.

Paesi non europei
Il Brasile è il più grande produttore non europeo di miele biologico. Una parte importante della sua produzione totale annuale di 40.000 tonnellate è biologica e ci sono diverse società che si occupano di commercializzare esclusivamente miele biologico. L’Argentina, è il secondo produttore al mondo di miele biologico. Secondo un recente rapporto alla fine del 2008 vi erano 51.970 alveari certificati biologici con una produzione totale di miele di 1.279 tonnellate. Anche il Messico ha anche un significativo potenziale per la produzione di miele biologico e produce attualmente circa 1.150 tonnellate.

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