A proposito di arnia: ecco alcuni consigli per non sbagliare l'acquisto

Il più classico errore che l’apicoltore alle prime armi può compiere, è quello di costituire la prima cellula della propria azienda con materiale apistico di varie misure. L’inesperienza è senz’altro il fattore predominante della scelta sbagliata; non si conosce ancora, infatti, l’importanza, per l’organizzazione del lavoro in apiario, di avere solo materiale standard; ma anche la voglia di risparmiare (ed acquisire, per esempio, alveari di ogni tipo), che ci pervade quando siamo su con le spese, può essere l’elemento che ci indirizza su scelte errate. Tra l’altro è anche difficile porvi rimedio; o si butta via tutta l’attrezzatura fuori misura, e a volte è davvero consigliabile, oppure si cerca di lavorarci su, adattandola alla meno peggio: il rischio è quello di avere sempre materiale rabberciato che, comunque può far comodo, qualora, ad esempio, le famiglie producano un surplus di sciami. Bene sarebbe, però, ripristinare velocemente la normalità. Se ci si vuol fare una idea delle difficoltà che si possono incontrare quando in una azienda  convivono due o più tipi di arnie basta fare una visita ad alcune realtà del centro Italia. Qui, fino a qualche tempo fa, lo standard era l’arnia marchigiana, ora, per vari motivi, non ultimo quello di non rimanere isolati dal resto dell’Italia apistica, gli apicoltori stanno optando per la Dadant-Blatt (che nel nostro paese è ormai lo standard - vedi box nella pagina seguente). Ormai le aziende che producono sciami artificiali con telaini di tipo marchigiano si contano sulla punta delle dita mentre i nuclei su materiale standard non di possono introdurre nelle arnie marchigiane.

Benché l’arnia marchigiana, che è poi una Langstroth modificata, possa essere considerata tra le migliori, per esempio per la sua modularità, i benefici che si hanno a possedere solo arnie Dadant-Blatt è superiore ad ogni altra ragione.

Lo spessore delle arnie

Accanto a questo errore macroscopico, l’apicoltore inesperto, ma anche il più navigato, deve avvedersi da quelli più piccoli e, forse per questo, più insidiosi. La colpa, se di colpa si deve parlare, questa volta non la si può attribuire all’apicoltore, bensì ai produttori di materiale apistico.  Badate bene le aziende italiane sono tra le migliori in Europa e quindi non ce la sentiamo di criticarle troppo, ma visto che è al massimo che dobbiamo tendere, quando facciamo i nostri acquisti pretendiamo il meglio (che poi non costa di più); ci preserveremo da futuri problemi ed arrabbiature.

La prima e più evidente discordanza che esiste tra produttore e produttore è lo spessore del legno con il quale fabbrica le arnie. Alcuni danno la preferenza ai 22 mm, altri ai 25 mm, ma ce ne sono altri che utilizzano spessori intermedi. Ora, l’importanza per l’ape è esigua (ad esempio per i consumi invernali); l’arnia da 25 mm di spessore può sembrare più robusta, ma è anche più pesante, elemento non trascurabile per chi vuol fare nomadismo. Qualora nella stessa postazione convivessero tutte e due le misure, questi 3 mm di differenza danno molto fastidio, sia alle lavorazioni di routine, che a quelle particolari; quando, ad esempio, si mettono i melari con spessore di 25 mm su nidi con spessore da 22 mm, se ci sono gli angolari, questi devono essere forzati; stesso problema per gli apiscampo, coprifavo e, a volte i tetti. Non sappiamo voi, ma  per risparmiare tempo quando visitiamo le colonie, siamo usi porre il tetto del primo alveare vicino all’ultimo della fila; una volta finita il primo controllo, poniamo il tetto del secondo alveare sul primo e così via; se i tetti non fossero tutti uguali, è ovvio, questo non lo si potrebbe fare. Piccoli trucchi ma che alleggeriscono il lavoro.

Il fondo mobile

Non tutte le ditte che producono arnie a fondo mobile costruiscono il nido in modo corretto. Infatti in esso, alla stessa stregua del melario, i telaini devono terminare allo stesso livello della base; questo perché solo così è possibile adoperare il nido anche come melario (utile, per esempio, per avere sempre dei favi da nido pronti all’uso) senza che le api costruiscano cera superflua sotto il telaino. Ciò è anche indispensabile se si vuol inserire qualsiasi tipo di fondo, magari quello anti-varroa. È nel fondo che deve esserci un listello di 2 cm su tre lati in modo da formare la porticina di volo.

Anche la porticina non tutti la fanno di altezza uguale; essa deve essere di due centimetri perché altrimenti non è possibile inserire la trappola per il polline. Se essa è di 1 cm, come molti la fanno, lo spessore della trappola, va a chiudere la porticina . È, inoltre, importante che tra parte finale dei telaini e fondo vi siano almeno due centimetri dove le api stazionano in estate o quando si effettua uno spostamento.

Gli optional

Ci sono alcuni accessori dell’arnia che sono considerati, purtroppo solo degli optional, malgrado siano di grande utilità, e tali sono trattati anche dai produttori di materiale apistico. Uno di questi è il diaframma, che il più delle volte viene costruito inserendo, sul listello superiore di un telaino (portafavo), un pezzo di masonite. Ciò non va bene per due motivi: il primo inconveniente lo si può attribuire al tipo di materiale usato, la masonite, che all’interno dell’alveare (microclima caldo-umido) si deforma; il secondo alla foggia. Infatti il dente che si forma tra masonite e stecca portafavo invita le api a costruire il favo accanto al diaframma in maniera sovrabbondante. Questo telaino non lo si potrà più mettere né tra due favi e neppure vicino alla parete.

Il diaframma dovrebbe essere invece costruito da un unico pezzo di legno (lamellare, compensato, ecc.) con spessore di un centimetro, in modo che accostandolo il più vicino possibile (rispettando lo spazio d’ape) all’ultimo telaino, questo venga modellato correttamente. Se, poi, come spesso succede le misure interne degli alveari, e capita spesso per l’altezza, tra ditta e ditta, non sono uguali (può variare anche di 1 o 2 mm), il diaframma costruito da una azienda non si adatta facilmente all’arnia prodotta dalla concorrente. Se di questo ce ne rendiamo conto ad arnia aperta, le imprecazioni sono assicurate.

Anche l’apiscampo (altro accessorio ingiustamente trascurato dagli apicoltori) a volte è costruito male. Infatti il listello esterno deve essere il più alto possibile, almeno 3 cm. Molte ditte, invece lo fanno rispettando lo spazio d’ape e ciò, almeno questa volta, non va bene perché è troppo facile che qualche pezzo di cera vada ad ostruire il foro d’uscita compromettendo la sua funzione. Dato che l’apiscampo non deve rimanere nell’arnia più di 1-2 giorni, le api non fanno in tempo a costruire cera in abbondanza. Questo rimane l’unico caso in cui lo spazio d’ape non solo può ma, ancora meglio, deve non essere rispettato. 

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