Crowdfunding per sostenere la produzione del documentario "Il tempo delle api"

Oggi sono stato contattato da Darel, uno dei registi del film in costruzione "Il tempo delle api" perché promuovessi il crowdfunding utile a terminare la post produzione della loro opera, ovvero quella parte del lavoro che viene dopo le riprese di un film: il montaggio delle scene, il montaggio audio, il missaggio audio, la color correction, le grafiche, i sottotitoli e la masterizzazione finale. Il documentario racconterà la storia di due giovani apicoltori che decidono di sperimentare un'apicoltura naturale, senza trattamenti preventivi né medicinali.

 

Quando è iniziata la loro avventura, me lo ricordo bene perché lo lessi su un post di facebook. Avevo da poco terminato un estenuante lavoro per un'azienda che si stava impegnando anima e corpo per arrivare a non trattare i propri alveari chimicamente. Per me quel post fu come un pugno nello stomaco e un pugno nello stomaco te lo ricordi bene! Due ragazzini, che di apicoltura sapevano poco e nulla, avevano capito già tutto di come era possibile salvare le api; semplice: possibile che nessun'altro lo aveva capito? Eh, già, le multinazionali... i vecchi apicoltori assetati di denaro facile... Ma, come, in Argentina c'è un apicoltore, un certo Perone, che afferma che era solo questione di far vivere le api in altri contenitori, non le terribili arnie a favo mobile, dirette discendenti di quella di Langstroth, ma in un'altra ben più confortevole! La permapicoltura... Fico! Trovato anche il nome adatto.

Ma porca miseria, mi sono detto, faccio l'apicoltore da trent'anni e sempre con una certa attenzione nei confronti delle api e da 5 sto sbattendo la testa per cercare di arrivare a produrre miele senza trattamenti chimici. In questi 5 anni ho viaggiato in giro per il mondo, sono andato a vedere come allevano le api quelli che ancora praticano un'apicoltura arcaica, non ho dormito notti intere a leggere ogni possibile ricerca scientifica che mi poteva dare un appiglio per arrivare a sperimentare qualcosa che non si tramutasse in un fallimento. Eppure nulla!

Ma figuriamoci se un'arnia può salvare le api; su questo tema ho scritto anche la prefazione al libro della Christie Hemenway "L'apicoltore consapevole - Guida all'apicoltura naturale con arnie top bar" edito da WBAbooks (se lo vuoi leggere clicca qui: www.bioapi.it). L'ape è così adattabile che "dove la metti, sta". Ma sarà possibile che a nessuno di quei ragazzi sia venuto in mente che l'arnia di Langstroh ha più di 150 anni? e perché mai le api avranno aspettato così a lungo per soffrire tanto da morire con percentuali che oramai sfiorano il 30%? E, poi, ma se l'ape ce la potesse fare così facilmente da sola a risolvere i suoi problemi, perché mai i nostri boschi non sono più stracolmi di api? Mica penseranno che l'arnia Perone è migliore di un'arnia naturale scelta direttamente dalle api tra vecchi nidi di picchio, vero?

Dell’arnia Perone non ho un buon giudizio e chi mi conosce lo sa bene. Non è certamente perché qualcuno l'ha trasformata nella salvatrice dell'ape e dell'apicoltura mondiale. Non mi piacciono, innanzitutto, le attrezzature o le tecniche che portano il nome della persona che le propugna. In apicoltura sono troppe e quasi tutte fallimentari. C'è un che di narcisistico, che da una parte mi suona patetico e dall'altra mi irrita. Ogni scoperta umana si è formata perché ci sono stati dei predecessori che l'hanno preparata e un contesto storico che l'ha resa inevitabile. Guardate l'arnia Warré, inventata negli anni '40 (anche in questo caso prendendo dei particolari da altre arnie già esistenti) diventa un cult 80 anni più tardi. Perché? Per lo stesso motivo cavalcato da Perone, of course!

Prima di Langstroth una miriade di apicoltori avevano già scoperto come estrarre i favi senza romperli. In Grecia, abbiamo i primi racconti datati 1.600; gli apicoltori avevano messo a punto un modello di arnia, formata da una cesta la cui imboccatura era chiusa da listelli di legno, che dava libertà alle api di costruire i favi parallelamente al listello. La cera dei favi non si attaccava alla cesta, così che questi potevano essere sollevati senza problemi. In Sicilia, fino a pochi anni fa, erano ancora in funzione i “fasceddi”, anch'essi a favi mobili. Ma a nessuno importava perché in quegli anni era ancora troppo importante la cera e nelle arnie a favo mobile di cera se ne produce poca. Ma, guarda caso, in America la cera aveva perso importanza per via della scoperta della luce elettrica e l'agricoltura si stava industrializzando. Tutti avvenimenti che hanno aperto le porte all'arnia di Langstroth.

Tuttavia, c'è anche un motivo strettamente tecnico per il quale non mi piace. Infatti, a mio avviso, è troppo grande e l’ape non ama spazi troppo grandi. Inoltre, come ho già detto, non credo che un modello di arnia possa permettere alle api di salvarsi dalla varroa. Naturalmente è possibile che in qualche arnia Perone disseminata per il mondo, per il solo fatto che non vengono ispezionate (ma vale per qualsiasi altra arnia non ispezionabile), si realizzi una qualche sorta di relazione ospite-parassita che risparmi l’alveare. In Argentina, patria di Perone, vive un’ape di origine africana che resiste alla varroa. Nelle altre arnie ciò è difficile perché vengono trattate sia le api sensibili che resistenti la varroa e queste ultime non verranno mai messe in evidenza. Però non è corretto lasciar morire le api di varroa perché ciò aumenta incredibilmente il numero di varroe nell'ambiente che andranno a finire negli alveari degli apicoltori che rischiano di perdere gli alveari anche se hanno fatto i loro trattamenti a regola d’arte.

Detto questo, ho già prenotato la mia copia del film " Il tempo delle api". I pugni sullo stomaco fanno male ma, purtroppo, sono inevitabili tra abitanti di generazioni così distanti. E del resto, oggi, con questo mio articolo, non faccio altro che restituirlo. Ma non posso non costatare che i ragazzi che hanno partecipato a questa avventura sono più vicini alla mia filosofia di vita di tanti bravissimi apicoltori professionisti ma che poco hanno a cuore la sostenibilità ambientale del lavoro che fanno e, probabilmente, anche l'ape che allevano.

Per chi interessato a rispondere alla campagna di crowdfunding e sostenere la produzione del documentario "Il tempo delle api" che, ricordo, è partito come un progetto indipendente, può collegarsi a questo link www.produzionidalbasso.com dove è possibile vedere il trailer.

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