Ma in apicoltura il bio è ancora bio?

Ma in apicoltura il bio è ancora bio?


C’è qualcosa che non va nel biologico in apicoltura. A guardare gli ultimi dati che ci arrivano dall’Osservatorio del Mercato del Miele (http://www.informamiele.it/agosto-2018-indagine-produttiva-ed-economica.html) la differenza di prezzo che viene pagata al produttore tra miele bio e convenzionale è praticamente nulla, a volte anche negativa.

apiarioQualunque operatore economico che guardi il settore dell’apicoltura dall’esterno, senza avere quindi alcuna conoscenza delle difficoltà che incontra l’apicoltore biologico, potrebbe pensare che fare apicoltura sia diventato difficile (i prezzi del miele sono alle stelle) e che tuttavia fare apicoltura biologica non sia poi così diverso. Ma è veramente così?

Chi davvero fa apicoltura biologica seguendo alla lettera i regolamenti comunitari (https://www.aiablombardia.it/wp-content/uploads/2009/11/REGOLAMENTO-CE-889-2008-MODALITA-DI-APPLICAZIONE-DEL-REGOLAMENTO-CE-834-2007.pdf) sa che così non è. Il dato più eclatante è il costo della cera biologica che quest’anno ha raggiunto prezzi da capogiro. Chi volesse acquistare un chilo di fogli cerei bio dovrebbe essere pronto a sborsare non meno di 30 euro al chilo più Iva, mentre quelli convenzionali si trovano ad un terzo del prezzo.

candito

Se un’azienda bio ha da rimpiazzare qualche perdita con l’acquisto di nuclei certificati, non li paga meno di 120 euro sempre più Iva: se va bene, il 20% in più dei nuclei convenzionali. Questo vuol dire che i primi 20 chili di miele che produce un nucleo acquistato vanno a pareggiare il suo costo e qualche spesa per il suo mantenimento.

Chi ha bisogno di alimentare le api si scontra con un differenziale pazzesco: è del 140% la differenza di prezzo tra candito bio e convenzionale (https://shop.zuccheroec.it/it/13-candito). Né conviene produrlo da soli, perché il differenziale tra zucchero a velo senza amido bio e convenzionale è davvero incredibile. Ci si avvicina vertiginosamente al + 200% (https://shop.zuccheroec.it/it/12-apicoltura#/page-2). E poco cambia che un ingrediente del candito sia il tuo miele bio che vale un misero 10% in più rispetto a quello convenzionale, perché per fare il candito non ne puoi mettere più del 25%. Per fortuna se sei un bravo e soprattutto coscienzioso produttore bio, le tue api le devi alimentare davvero poco! Ben diverso se produci regine o pappa reale… Se poi ti venisse voglia di usare sciroppo al posto del candito, non ti preoccupare perché i prezzi te la farebbero passare. Lo sciroppo di glucosio convenzionale costa 5 volte di meno di quello bio. In questo caso meglio acquistare direttamente lo zucchero semolato perché quello bio costa “solamente” (si fa per dire) 3 volte e mezza in più di quello convenzionale.

Sul versante delle attrezzature c’è poca differenza di prezzo tra quelle specifiche per le aziende certificate o convenzionali. A parte i portasciami che le aziende certificate bio devono acquistare in materiale naturale, mentre quelle convenzionali possono prenderli in polistirolo. Costo? Un bel po’ meno della metà.

Ma non è finita qui perché le aziende certificate bio devono superare altri problemi che alzano i loro costi di produzione: i loro apiari devono essere lontani da fonti di inquinamento in maniera più rigorosa di quelli convenzionali e, in più, sono controllate, quindi non possono sgarrare neppure quando fanno nomadismo e lasciano gli apiari nella zona di raccolto solo per pochi giorni. Per alcuni tipi di miele questa restrizione è piuttosto onerosa perché costringe a cercare postazioni in luoghi più impervi e a volte proprio non si trovano. È il caso ad esempio del miele di tiglio, che il più delle volte è prodotto dai tigli dei viali dei paesi, o del miele di girasole, visto che nelle aree di raccolto i campi di girasole certificati bio si mischiano con quelli convenzionali.

In caso di malattia batterica, gli apicoltori convenzionali possono portare a sterilizzare le arnie e soprattutto i favi già costruiti nelle ditte che usano i raggi gamma. Questa opportunità abbassa i costi di produzione perché usare un favo già costruito al posto di un foglio cereo permette alla colonia di svilupparsi più in fretta, con rischi di sciamatura inferiori. Le aziende certificate bio, invece, non hanno altra scelta che distruggere tutti i favi e, a volte, anche l’arnia.

Gli apicoltori biologici non possono tagliare le ali alle regine, pratica molto utilizzata tra gli apicoltori convenzionali. Attraverso questa modalità quando la colonia sciama, lo sciame rimane davanti all’alveare perché la regina non può volare. In questo modo l’apicoltore convenzionale recupera più sciami e può essere meno preciso nel seguire le costose pratiche di contenimento della sciamatura con grande risparmio di tempo e denaro.Ligustica

Gli apicoltori biologici dovrebbero utilizzare solo sottospecie autoctone. Questo lo afferma sia il regolamento comunitario 889/2008, sia il Decreto Ministeriale 6793/2018 (http://www.ccpb.it/wp-content/uploads/2018/09/DM-2018_07_18-n.-6793-ABROGAZIONE-E-SOSTITUZIONE-DM-18354-2009.pdf). Usare le api ibride (quelle che in gergo sono chiamate buckfast) non è un vantaggio per le piccole aziende, ovvero quelle che hanno un numero di alveari/operatore limitato a non più di 200, ma lo è per quelle che vogliono spingere sul numero di alveari senza avere manodopera specializzata che, come si sa, costa più del doppio.

Altro punto di non poco conto è il contenimento della varroa. Anche in questo caso non è tanto sul costo dei medicinali che si gioca l’aumento dei costi di produzione delle aziende certificate (casomai sulla possibilità di farla franca se vogliono utilizzare molecole non consentite, visto che le aziende convenzionali sono sottoposte a minori controlli), ma sulle tecniche apistiche di corredo come il blocco della covata o similari, che sottraggono all’apicoltore molto tempo. Inoltre l’uso di molecole di origine naturale permesse dal regolamento comunitario sul bio non sono solo meno efficaci, ma anche meno tollerate dalla colonia, per cui le aziende che le utilizzano dovranno sopportare un incremento di costi per le maggiori perdite di alveari ed anche la grande difformità sulla forza che hanno le colonie all’uscita dall’inverno. Questo implica maggiori costi per portare queste colonie alla possibilità di produrre.

ClippaggioAlla luce di tutto questo, come è possibile che il miele biologico valga solo un misero 10% in più di un miele convenzionale? Le ragioni sono svariate, ma riconducibili tutte a due ordini: alcune regole facilmente eludibili (come l’alimentazione con prodotti bio e il taglio delle ali delle regine) non sono rispettate, mentre le altre sono interpretate a proprio favore: in questo caso, purtroppo, con il beneplacito degli organismi di controllo. Il perché questi ultimi si prestino a tale comportamento è presto detto: in Italia gli organismi di controllo sono privati e pagati dalle aziende certificate e quindi il comportamento poco ortodosso di un organismo di controllo, con il suo fare poco indagatore, permette di attrarre più aziende, almeno quelle che non vogliono essere messe sotto la lente di ingrandimento di ispezioni approfondite. Ecco che allora tutti (o quasi) gli organismi di controllo si allineano alla interpretazione più permissiva, con buona pace della sostenibilità ambientale dell’allevamento bio rispetto al convenzionale e della concorrenza sleale che le aziende borderline praticano rispetto a quelle virtuose.

È pratica comune, ad esempio, permettere alle aziende che vendono nuclei, di poterli allevare durante la stagione non produttiva in portasciami di polistirolo, malgrado il regolamento comunitario 889/2008 all’artico 13 reciti: Gli alveari sono costituiti essenzialmente da materiali naturali che non presentino rischi di contaminazione per l'ambiente o i prodotti dell'apicoltura. Il quid è la parola “essenzialmente”, che il legislatore ha voluto utilizzare per non infierire su quelle piccole parti dell’arnia difficili da costruire in materiali naturali, perché mi sembra chiaro che invece il polistirolo generi seri rischi di contaminazione dell’ambiente. Basterebbe andare negli apiari di questi fantomatici produttori bio per osservare pezzi di tale materiale (che si sbriciola abbastanza facilmente) un po’ dappertutto nei dintorni dell’apiario. Per non parlare di quanto possa inquinare l’azienda che li produce!Arnia in Polistirolo

Il regolamento 889/2008, la cui conoscenza è fondamentale per l’applicazione del biologico alla zootecnia, all’articolo 8 comma 2, ovvero dove parla dell’origine degli animali biologici, dichiara che “Per le api, è privilegiato l'uso di Apis mellifera e delle sue subspecie locali”. Il Decreto del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari, Forestali e del Turismo n. 6793/2018 che contiene le disposizioni per l’attuazione del sopra citato regolamento, all’articolo 3, al primo comma sancisce che “la scelta delle razze in apicoltura deve privilegiare le razze (in realtà sono sottospecie) autoctone secondo la loro naturale distribuzione geografica: Apis mellifera ligustica , Apis mellifera sicula (limitatamente alla Sicilia) e, limitatamente alle zone di confine, gli ibridi risultanti dal libero incrocio con le razze proprie dei paesi confinanti”. Naturalmente, molte aziende si aggrappano alla parola “privilegiare” che lascia adito a malinteso per utilizzare ibridi o sottospecie non autoctone. Certo sono le aziende bio a cui evidentemente fa difetto la comprensione delle motivazioni che hanno spinto molte aziende, ben prima che venisse normata l’agricoltura biologica, a praticare un modello di coltivazione e allevamento “basato sull’interazione tra le migliori pratiche ambientali, un alto livello di biodiversità, la salvaguardia delle risorse naturali, l’applicazione di criteri rigorosi in materia di benessere degli animali e una produzione confacente alle preferenze di taluni consumatori per prodotti ottenuti con sostanze e procedimenti naturali”. Usano ibridi, non curanti che questo modo di fare lede pesantemente, per via del fatto che le api regine si fecondano in volo con fuchi provenienti da ogni parte, tutte quelle aziende che invece vorrebbero avere un comportamento di minor impatto ambientale e maggiore sostenibilità nel tempo. E questo in barba a quanto stabilito dal documento adottato dall’Assemblea IFOAM in Adelaide (Australia) nel 2005 che afferma che il biologico, oltre ai vantaggi per l’ambiente, deve promuovere relazioni corrette e una buona qualità della vita per tutti coloro che ne sono coinvolti. Certo ci sarebbe da dire che il sistema di controllo spesso chiude un occhio e a volte anche tutti e due…

Altro punto molto controverso riguarda i residui che sono permessi nella certa certificata bio. Un’azienda apistica si può definire conforme alla normativa bio se i residui nella cera dei propri alveari sono sotto alcune soglie che sono evidenziate nello schema qui sotto, che è tratto dal Documento RT -16 di Accredia (https://www.accredia.it/documento/rt-16-rev-04-prescrizioni-per-l%C2%92accreditamento-degli-organismi-che-rilasciano-dichiarazioni-di-conformita-di-processi-e-prodotti-agricoli-e-derrate-alimentari-biologici-ai-sensi-del-regolamento/):

Tabella residui

Questi sono i limiti che al tempo della emanazione del primo regolamento CE (1999) erano, per vari motivi, accettabili. Ma oggi, a quasi venti anni da quella data (https://www.regione.veneto.it/c/document_library/get_file?uuid=a2234a98-2d14-49e4-be7a-c966ca85dae8&groupId=10701), risultano assolutamente anacronistici e, per quel che è peggio, rischiano di aprire la strada a comportamenti truffaldini. Infatti il fatto che la somma dei 5 residui dei principi attivi possa essere inferiore o uguale a 0,3 mg/kg permette all’Amitraz, l’unico principio attivo di sintesi chimica permesso in apicoltura oramai rimasto efficace, di poter residuare nella cera degli allevamenti bio nella misura massima e non permessa alle altre molecole di 0,3 mg/kg. Ma l’Amitraz ha una caratteristica che può interessare gli apicoltori con pochi scrupoli. Infatti, soprattutto nella cera, è una molecola poco stabile che si rompe velocemente, in un giorno, trasformandosi in più metaboliti. Per cui se sapientemente adoperato può lasciare dei residui che rimangono sotto il limite richiesto. Per cui permettere un residuo di Amitraz di 0,3 mg/kg, è come permetterne 0,6 mg/kg dato che, come abbiamo visto, si degrada in un giorno.Cera grezza

Se andiamo ad analizzare le motivazioni per le quali abbiamo raggiunto in Italia una situazione simile è perché manca un’associazione che tuteli gli interessi delle aziende biologiche che si sono prese a cuore gli interessi di sostenibilità ambientale del proprio operato. Gli apicoltori biologici hanno sperato fosse una reale garanzia il fatto che al vertice di alcune associazioni di apicoltori a livello nazionale vi fossero imprenditori che conducono aziende bio. Così purtroppo non è stato. Da una parte il conflitto tra aziende convenzionali (più forti perché in numero maggiore) e biologiche ha portato a tralasciare le seconde, un po’ per il fatto che la classe dirigente apistica italiana, anche se ha aziende certificate bio, è più attenta alla produzione che alla sostenibilità ambientale (vedi il rifiuto a firmare la Carta di San Michele all’Adige). Il fatto è che gli apicoltori bio che intendono allevare le api in piena armonia con l’ambiente sono rimasti completamente emarginati malgrado, probabilmente, siano anche in numero maggiore.

A questo punto non è possibile far altro che creare un’associazione di apicoltori bio con una forte propensione a tornare ai valori che hanno permesso al movimento del biologico di nascere e prosperare. È importante che l’apicoltura rimanga un modello di allevamento delle api che permetta di far godere la popolazione dei suoi meravigliosi prodotti ma è altrettanto importante che il modello di apicoltura che il biologico propone debba essere sostenibile nel tempo e, contemporaneamente, valorizzi le relazioni umane, comprese quelle economiche e di lavoro.

Ma dato che in fin dei conti il biologico si regge sul patto tra le azienda bio e una fetta di consumatori che sono interessati ad acquistare prodotti ottenuti con sostanze e procedimenti naturali, l’apicoltore bio deve impegnarsi a non fare mai alle api e ai suoi prodotti ciò che non può raccontare alla sua clientela. Se non è così, il biologico non ha più senso di esistere.

 

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