Studiate per 7 anni le colonie resistenti della Foresta di Arnot. Ecco i dati.

Studiate per 7 anni le colonie resistenti della Foresta di Arnot...Ecco i dati.

Interessantissimo lavoro di Tom Seeley che ha analizzato le colonie sopravviventi che popolano la Foresta di Arnot ad Ithaca nello Stato di New York negli USA.  Alcune colonie (33) erano davvero selvatiche – ovvero i nidi sono all'interno di cavità negli alberi o altre costruzioni – mentre altre (22) simulavano la vita selvatica in quanto erano all'interno di piccole arnie.

Questo secondo gruppo era all'interno di arnie Langstrot da 10 telaini di cui 8 con foglio cereo con celle da operaia e due senza per lasciare lo spazio alle colonie di costruire un congruo numero di fuchi vicino alla quantità che si ha in colonie naturali. Le arnie erano fornite anche di fondo diagnostico a rete per la conta della caduta naturale di Varroe. Le arnie sono state poi popolate con sciami naturali.

Lo studio, durato 7 anni, ha cercato di determinare la storia della vita di queste colonie. Seeley ha denominato fondatrici le colonie che sono entrate nel nido per la prima volta (magari a seguito della morte della colonia precedente) e consolidate quelle che hanno sopravvissuto almeno un anno. La maggior parte delle colonie (97%) sopravvive alle estati, ma solo il 23% delle colonie fondatrici sopravvivono agli inverni mentre lo fa l'84% delle colonie consolidate.

Le colonie consolidate hanno una durata media di 5-6 anni e la maggior parte (87%) ha un ricambio di regina (probabilmente perché sciama) ogni estate. Il 67% dei nidi nei quali la colonia è morta sono stati rioccupati da altri sciami vaganti, nella maggior parte dei casi nello stesso anno della morte della colonia.

Un dato è davvero sorprendente è stato osservare che la storia della vita della popolazione di api della Foresta di Arnot – censita e controllata fin dagli anni ’70 – è la medesima dagli anni ’70 ad oggi, malgrado allora le colonie non dovevano confrontarsi con la Varroa e adesso sì. Sembra probabile che le colonie selvatiche che vivono vicino a Ithaca, New York, posseggano difese contro Varroa destructor che non sono per loro gravose.

L’analisi delle colonie che simulavano la vita selvatica hanno mostrato un comportamento analogo a quello delle colonie selvatiche compreso il ricambio delle regine.

Un dato molto interessante dell’analisi delle colonie che simulavano la vita selvatica è quello della caduta della varroa attraverso il fondo diagnostico eseguito dopo 48 ore. La maggior parte dei rilevamenti (80%) ha mostrato una caduta bassa (0-29 acari), ma alcuni erano alti. Le colonie con un numero di acari inferiore a 30 acari/48 ore avevano una mortalità quasi zero, ma le colonie con una caduta naturale di acari superiore a 30 acari/48 ore hanno riportato una mortalità più elevata, che raggiungeva il 100% quando il conteggio era di più di 90 acari/48 ore. È stata evidenziata anche una relazione tra il ricambio delle regine (sciamatura) e il conteggio delle varroe a fine estate. I conteggi effettuati a settembre sono molto più bassi per le colonie in cui è avvenuto il ricambio della regina (23 ± 17 acari/48 ore) rispetto a quelle in cui il ricambio non c’è stato (122 ± 75 acari/48 ore).

Ritorniamo, però al dato più interessante ovvero quello che la vita media delle colonie che si aveva negli anni ’70, quando la varroa non c’era, è del tutto simile a quello in presenza di varroa. Non va sottaciuto che la Foresta di Arnot è un luogo con una breve estate abbastanza calda ma non troppo (temperatura massima raramente superiore a 32°C) e un lungo inverno freddo con temperature che possono raggiungere i -18°C. Questo chiarisce come mai l’aspettativa di vita delle colonie fondatrici fosse così breve anche nel periodo in cui la Varroa ancora non era arrivata ed anche perché le colonie sembrano non patirla troppo ora che la varroa invece c’è perché, in fondo, il periodo nel quale può riprodursi è breve e c’è un lungo periodo (parte dell’autunno, inverno e parte della primavera) nel quale non può riprodursi. Durante questo lungo periodo oltre a non riprodursi, probabilmente muore più facilmente che in altri luoghi dove l’inverno è più corto. In questa situazione basta una sciamatura, che fa crollare la popolazione di acari all’interno della colonia, per far sopravvivere tranquillamente la colonia un ulteriore anno.

Tuttavia esistono dei comportamenti comuni tra colonie sopravviventi che è interessante analizzare. Seeeley, attraverso le sue osservazioni deduce che i costi che la colonia paga per difendersi dalla varroa e microrganismi connessi sono scambiati con altre costituenti del fitness della colonia, come il tasso di crescita, la sopravvivenza e la riproduzione. Un maggiore investimento nella difesa dai parassiti che dovrebbe indurre le colonie del 2010 rispetto a quelle degli anni '70 ad avere una crescita più lenta e una riproduzione più debole, e forse una minore sopravvivenza. Un’altra possibile spiegazione per l'assenza di cambiamento nei tratti di storia di vita è che i ceppi di Varroa destructor (e/o i virus da loro veicolati) nelle colonie selvatiche non sono virulenti, quindi queste colonie non hanno bisogno di costose difese contro gli acari e i virus.

Del resto un recente studio che abbiamo citato anche noi in un paio di post sul nostro sito (www.bioapi.it/component/content/article/48 e www.bioapi.it/le-malattie-delle-api/511) riporta che esiste una variante avirulenta di DWV in alcune località del Regno Unito e quindi probabilmente (secondo Seeley) anche in alcune delle colonie selvatiche dalle parti di Ithaca nella Stato di New York.

Le colonie selvatiche analizzate da Seeley ed anche quelle che simulano la vita selvatica sono molto distanziate e la diffusione della Varroa e del Virus delle ali deformi tra le colonie può avvenire più per trasmissione verticale (ad esempio attraverso la sciamatura) che per trasmissione orizzontale (tra colonie non apparentate grazie alla deriva, al saccheggio e al raccolto vedi: www.bioapi.it/557). Se fosse così, allora forse anche gli acari e i virus delle colonie analizzate in questo studio si stanno evolvendo verso l’avirulenza.

Quindi, sempre secondo Seeley, la spiegazione più probabile per l'assenza di un cambiamento nell'aspettativa di vita tra gli anni '70 e il 2010 è che le colonie selvatiche possiedono difese efficaci contro la varroa e i virus associati, ma a basso costo.

Le colonie selvatiche che vivono in natura occupano, per nidificare, piccole cavità e quindi sciamano frequentemente, e queste caratteristiche forniscono alle colonie selvatiche resistenza contro la Varroa. Lo stesso esperimento eseguito dall’equipe di Fries e denominato vivi e lascia morire a Gotland in Svezia ha prodotto colonie di sopravvissuti che erano molto più piccole rispetto alle colonie originali. Inoltre, proprio lo studio di Seeley ha mostrato che le colonie che avevano un ricambio di regina (probabilmente a causa della sciamatura) arrivano all’autunno con un numero di acari molto inferiore rispetto alle colonie che non effettuavano il cambio di regina (media 23 contro 122 acari/48 ore). La stessa sciamatura aiuta a controllare la varroa perché porta via circa il 35% degli acari di una colonia; infatti circa il 50% degli acari adulti si trova sulle operaie (i dati in nostro possesso in Italia sono di gran lunga maggiori arrivando e superando l’80%) e circa il 70% delle operaie parte con lo sciame principale della colonia. Inoltre, la sciamatura priva temporaneamente l’alveare di covata e la sua assenza interrompe la riproduzione degli acari e aumenta la loro esposizione alle api per il grooming.

Può, quindi, essere che alcune caratteristiche della biologia delle colonie selvatiche - come le loro piccole dimensioni e le frequenti sciamature - le dotino di buone difese contro la Varroa e che quindi non hanno bisogno di evolvere in modo costoso nuove difese contro gli acari e virus associati. Potrebbe anche essere, tuttavia, che le colonie selvatiche abbiano bisogno di evolvere alcune nuove difese contro la Varroa - tra cui il comportamento igienico e il grooming - ma che queste nuove difese non siano costose.

In finale del suo studio Seeley annuncia il prossimo obiettivo del suo Dipartimento di ricerca ovvero quello di identificare la serie di comportamenti di difesa delle colonie che consente alla popolazione studiata di sopravvivere, perché questo nuovo studio rivelerà una soluzione naturale al problema della Varroa destructor che potrebbe portare all’eliminazione dei trattamenti chimici.

https://link.springer.com/article/10.1007

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Commenti   

0 # Luca Vitali 2017-12-15 11:44
Caro Marco,
ho appena segnalato a Seeley la tua attenta recensione.
Un saluto Luca Vitali
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0 # Marco Valentini 2017-12-15 13:25
Grazie Luca. Seeley è un faro x chi vuole giungere ad allevare colonie senza trattamenti, secondo me è quello più avanti. Noi stessi stiamo osservando situazioni molto simili.
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