Clamoroso...Le api preferiscono le Langstroth!

Clamoroso...Le api preferiscono le Langstroth!

Un’interessante ricerca dal titolo “L’impatto del tipo di arnia sul comportamento e salute delle colonie di api (Apis mellifera) in Kenya” ha attirato la mia attenzione proprio mentre stavo buttando giù le mie riflessioni sul tipo di nido che le api scelgono in natura e che è possibile leggere in questo articolo.

Arnia Langstroth

Il lavoro che mi è capitato sotto mano è interessante perché l'Africa è l'unico luogo dove era possibile eseguirlo. Infatti le api africane producono molteplici sciami che vagano nel territorio alla ricerca di nidi da popolare e quindi è possibile valutare quale preferiscono quando nello stesso areale ne hanno disponibili in abbondanza.

I ricercatori hanno costituito 3 apiari dislocando in ognuno 5 arnie di fattura diversa: Langstroth, Kenya Top Bar Hive e Log Hive (tradizionali arnie a tronco d’albero), aspettando che degli sciami vaganti le popolassero. L’esperimento è iniziato ad Aprile quando il 100% di un dato tipo di arnia è stato popolato e nel caso in questione è stato, apparentemente in modo sorprendente, il modello Langstroth. Anche le Log Hive sono state popolate in maniera interessante (l’80%) mentre le KTBH non sono state gradite dalle api perché soltanto il 16% degli sciami vaganti le ha popolate.

Log_hiveNon è facile spiegare questo risultato ma probabilmente dipende soprattutto da due fattori: il volume dell’arnia e la quantità di cera presente nelle arnie che le ha indirizzate di più verso le Langstroth.

Infatti il volume delle arnie Langstroth è di 40 litri, molto vicino alla preferenza delle api (dimostrando che il reverendo americano aveva capito bene quali erano le esigenze delle api) mentre quello delle Log hive è variabile anche se di media anche in questo caso è vicino ai 40 litri. Il volume delle KTBH usate nell’esperimento, invece, era di 52,5 litri che eccede il bisogno delle api. Potendo scegliere il nido, le api lo preferiscono più piccolo.

Per quanto riguarda tutti gli altri parametri, compreso lo sviluppo della varroa, l’esperimento non ha mostrato differenze tra i vari alveari in esame e, probabilmente, è questo il dato più importante. Il volume, infatti, è possibile limitarlo con un diaframma, è possibile inserire della cera nell’arnia ma la sanità delle api è più difficile da controllare.

Kenya Top BarIn tutti i tipi di alveari, poi, le colonie erano infettate in maniera analoga da Virus. Ad Aprile (ovvero dopo 4 mesi dall’inizio dell’esperimento) il 50% degli alveari era infettato con almeno un virus, mentre a Giugno il 100% delle colonie era infettata con almeno un virus. Questo dimostra, ancora una volta, che gli alveari in un apiario tendono ad uniformarsi (per deriva o saccheggio) in fatto di microrganismi.

Mentre ad Aprile il virus più frequente era quello della cella reale nera BQCV (48,4%) seguito dal ceppo A del Virus delle api deformi (DWV), a Giugno il ceppo A del DWV infettava ben il 97,5% degli alveari, seguito dal BQCV a dimostrazione che la Varroa ha un particolare feeling verso questo Virus.

Un altro parametro valutato è stato la tendenza a migrare, un comportamento che crea non pochi problemi agli apicoltori africani. Anche in questo caso non ci furono variazioni tra i modelli di arnie (e nemmeno tra colonie più infestate dalla varroa) e il comportamento che più trattiene gli alveari dal migrare è stato la quantità di favi costruiti. In media sono rimasti nella vecchia dimora maggiormente quelli che avevano costruito più favi e avevano maggiore forza al momento dell’arrivo della stagione secca. 

Un’altra interessante osservazione scaturita da questo studio, è stato che mano a mano che l’esperimento procedeva, la popolazione di varroe tendeva ad aumentare, ma senza procurare danni evidenti agli alveari. I ricercatori ne hanno dedotto che la sottospecie autoctona del Kenya (Apis mellifera scutellata) è tollerante nei confronti di Varroa destructor mentre altri studi in Sudafrica avevano dimostrato un comportamento di resistenza, grazie al forte istinto igienico delle api della stessa sottospecie ma nel luogo dove la varroa aveva infettato per la prima volta le api africane alla fine degli anni ’90 (Sud Africa). Il lungo periodo trascorso dalla prima infezione e il lungo cammino percorso hanno probabilmente moltiplicato i comportamenti sia dell’ospite sia del parassita che hanno raggiunto il loro migliore equilibrio.

www.springer.com/article

 

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