La società delle api: regina, fuchi e operaie

Possiamo dire, con una certa sicurezza, che l’apicoltura è uno degli alle­vamenti più antichi. Risalgono a più di 4.000 anni fa le prime testimo­nianze, riportate da alcuni disegni dell’antico Egitto, che raffigurano api­coltori intenti ad accudire le proprie famiglie. Intendiamoci, l’ape cosid­detta sociale e che, quindi, immagazzina una certa quantità di miele per i propri fabbisogni invernali, è comparsa sulla Terra almeno una decina di milioni di anni prima; tanto per fare un paragone, l’uomo, che ha imparato a conoscere la dolce ambrosia seguendo le orme del ghiottone di miele per eccellenza, ovvero l’orso, ha cominciato a calpestare il suolo del no­stro pianeta “solo” un milione di anni fa. Ma l’apicoltura, che più che un allevamento era, allora, una vera e propria depredazione, si è mantenuta praticamente invariata fin verso la metà del secolo scorso, quando il re­verendo americano Langstroth scoprì lo spazio d’ape. Da allora l’apicoltura si è indirizzata verso un sistema di allevamento che, con molta presunzione, definiamo “razionale”, ma che almeno ha il pregio di non costringere l’apicoltore all’apicidio.

Quindi, per molti anni, l’allevatore non ha fatto altro che indurre le api a colonizzare i ricoveri, che lui stesso preparava, e ad accudirli nelle vici­nanze della propria abitazione. Non ci deve, dunque, stupire il fatto che,  malgrado molti chiamino l’Apis mellifera “domestica”, essa è, al contra­rio, tanto selvatica quanto la sua progenitrice di dieci milioni di anni fa. Ciò è dimostrato dal fatto che se uno sciame prende il via senza che l’apicoltore se ne accorga, questo va a collocarsi in un ricovero naturale (tronco d’albero, anfratto roccioso, ecc.) e comincia la sua nuova vita senza per nulla rimpiangere (anzi!) la vecchia dimora.

L’ape sopravvive da così tanti anni, malgrado tutte le catastrofi naturali che hanno afflitto il nostro pianeta, non ultima la presenza dell’uomo, per una enorme capacità di adattamento, che noi stessi sfruttiamo per soddi­sfare le nostre esigenze alimentari. Qualsiasi comportamento dell’ape è caratterizzato dall’abbondanza, la produzione del miele è solo l’esempio più evidente. Ma alcuni studiosi svizzeri hanno dimostrato che è così an­che quando allevano la prole: se gli individui nati dalla covata  natural­mente presente nell’alveare durante l’arco dell’anno, fossero in grado di vivere per il periodo medio di esistenza delle api (35-45 giorni durante la massima attività e 3-5 mesi in inverno) avremmo famiglie che supere­rebbero tranquillamente le centomila unità. L’apicoltore sa, al contrario, che le sue colonie, al massimo, possono raggiungere le 50, 60 mila api. Dove vadano a finire in realtà queste api prodotte in sovrannumero, in re­altà, non lo si sa. Un altro esempio? Quando una famiglia ha deciso di sciamare, può allevare decine di celle reali malgrado, in realtà,  ne utiliz­zerà al massimo 2 o 3.

È, quindi, questa stupefacente previdenza che ha permesso all’ape di sopravvivere per milioni di anni, ma anche di adattarsi praticamente a ogni tipo di clima compreso quello limite che si ha in alcuni paesi nor­dici (es. la Scandinavia) dove la stagione produttiva è limitata ad alcuni mesi. Ma vediamo più da vicino questo che è considerato, a ragione, uno degli insetti più evoluti.

Come è oramai universalmente noto, l’ape vive in una società costituita da tre “caste” di cui due sono rappresentate da individui femminili ed una da maschi. Precisiamo subito che tutte sono essenziali per la cor­retta vita della colonia che, lo abbiamo detto molto spesso in passato, è quella che noi dobbiamo considerare come il vero individuo o “super-or­ganismo”. È ovvio che un alveare è un alveare è basta, ed è solo la mania dell’uomo di catalogare e attribuire definizioni, che ci spinge a tali astra­zioni; certo è che la specializzazione tra caste o tra individui della stessa casta ma di diversa età ha raggiunto qui limiti così elevati che, almeno dal punto di vista didattico, parlare di super-organismo ci è di enorme utilità.

La regina

La regina, che in antichità si pensava fosse un re, è, tranne casi rarissimi, unica nell’alveare, ed è anche la sola che ha capacità di produzione e de­posizione delle uova. Anzi la specializzazione di cui dicevamo in prece­denza, l’ha portata ad essere una vera e propria macchina riproduttiva. È infatti capace di deporre, in piena stagione, anche 2.000 uova al giorno. Eppure, dal punto di vista genetico, è un individuo in tutto e per tutto identico alle operaie. Ciò che ha prodotto le differenze che tutti possono vedere, sono dovute al tipo di alimentazione che la larva reale ha rice­vuto, e che l’adulto continuerà a ricevere per tutto il resto della vita, ov­vero esclusivamente pappa reale, dalla schiusura dell’uovo all’opercolazione.

Pensare che un solo alimento, per quanto portentoso sia, possa essere l’unica causa di tali trasformazioni, si stenta a crederlo, eppure è così: la regina vive molto più a lungo delle operaie (circa quattro anni, contro i 35 giorni, massimo sei mesi delle operaie); produce una serie di fero­moni (di aggregazione, di inibizione degli ovari delle operaie, ecc.) es­senziali per la vita dell’alveare e diversi da quelli prodotti dalle operaie; il pungiglione non ha funzione di offesa, a parte quando lo usa contro al­tre regine, possibili rivali; non ha una serie di organi, quale ad esempio l’apparato boccale atto a nutrirsi in maniera autonoma.

Il suo ciclo di sviluppo dura sedici giorni, ora più, ora meno, ed inizia qu­ando la regina, sua madre, depone un uovo in un abbozzo di cella reale che le operaie hanno costruito spinte dalla necessità impellente dovuta alla mancanza o attenuazione di uno specifico feromone prodotto dalla regina stessa. Ciò può accadere perché la famiglia è così numerosa che il feromone non riesce a raggiungere, grazie allo scambio di cibo che av­viene tra le operaie (detto trofallassi), tutte le api; oppure perché la re­gina comincia a diventare anziana e a perdere la capacità di produrne nella quantità sufficiente a inibire la costruzione reale.

Al contrario di tutte le celle di covata, quella dalla quale nascerà la re­gina, ha posizione verticale e quindi facilmente riconoscibile dalle altre. L’uovo schiude dopo tre giorni e la larva che ne fuoriesce, di muta in muta, raggiunge gli otto giorni (8,5 per la precisione), prima che le api di casa chiudano la cella così da permetterle la trasformazione in pupa e, quindi, in adulto, che, come dicevamo, sfarfalla al sedicesimo giorno.

Dopo circa una settimana, la regina è pronta per accoppiarsi. La feconda­zione avviene in volo ed è opera di circa 10-15 fuchi. Anche qui è possi­bile notare l’abbondanza che contraddistingue questa specie. La regina, infatti, è munita di una spermateca che serve a conservare il seme ma­schile per tutta la durata della sua vita (quindi non avverranno altri ac­coppiamenti e rarissime, addirittura, saranno le sortite all’esterno); ma la spermateca può contenere una quantità di liquido spermatico corri­spondente a quello prodotto da un solo fuco. L’abbondanza, in questo caso di patrimonio genetico, è certamente utile per trasmettere alla prole il maggior numero possibile di caratteri positivi.

I fuchi

I fuchi sono presenti nella colonia, in misura variabile dai 2.000 ai 6.000 esemplari, soltanto nel periodo fertile delle regine (primavera-estate), perché la loro funzione è soltanto quella riproduttiva. Passata la stagione utile, la regina non depone più uova maschili, mentre i fuchi rimasti, vengono scacciati dall’alveare o addirittura uccisi dalle operaie.

Anche la covata maschile è facilmente riconoscibile; infatti le cellette sono più grandi e gli opercoli, con i quali le operaie le chiudono, sono convessi. Abbiamo visto che la regina ha una spermateca dalla quale fa uscire il liquido spermatico necessario affinché l’uovo venga fecondato, ma ciò non avviene (partenogenesi arrenotoca) quando depone un uovo nella celletta maschile. Questo spiega perché, se in una colonia la regina anziana non è stata sostituita (dalla famiglia stessa o dall’apicoltore) si può trovare nei favi esclusivamente covata maschile; la sua spermateca è esausta e la deposizione di uova di operaia e di regina, non può avve­nire.

Il ciclo di sviluppo del fuco è simile a quello della regina, ma un po’ più lungo: dalla deposizione dell’uovo, che si schiude dopo tre giorni, alla sfarfallamento dell’adulto, passano 24 giorni. Dopo nove giorni e mezzo, infatti, le operaie chiudono la celletta con l’opercolo che verrà forato dall’individuo perfetto, dopo altri 14 giorni e mezzo.

Se la regina può essere considerata una vera e propria macchina per la produzione di uova, al fuco può certamente essere assegnato lo stesso titolo, ma per la fecondazione; e la sua anatomia non nasconde certo questa attitudine. La sua conformazione tozza, fa trasparire un capacità di resistenza al volo non indifferente: sono stati avvistati fuchi ad una di­stanza di ben 16 km dall’arnia di provenienza, ma siamo certi che, lontano dall’occhio indiscreto del ricercatore, siano avvenute trasmigrazioni ben maggiori; i suoi grandi occhi, permettono una visione a 360°, necessaria per localizzare in volo la regina ovunque  essa si trovi e le sue potenti antenne permettono di captare gli odori regali a distanze inimmaginabili.

Le operaie

È certamente la casta più rappresentata e, sicuramente, quella che si sobbarca la maggior mole di lavoro, anche se alcune recenti ricerche hanno dimostrato come, all’interno dell’alveare, vi siano api più attive di altre che, anzi, passano molto del loro tempo a oziare. Sfatato dunque il mito dell’ape simbolo di laboriosità? certamente no, perché l’abbiamo vista capace di performance strabilianti! certo è che il nostro umile in­setto ha sofferto in passato di una forzata similitudine che qualcuno amava fare tra la società dell’uomo e quella dell’ape che, come ormai sappiamo, più che una società deve essere considerata un super organi­smo.

Il ciclo di sviluppo delle operaie è di 21 giorni: sempre 3 giorni per la schiusura dell’uovo, 6 giorni allo stadio di larva prima dell’opercolatura e altri 12 giorni prima che l’adulto fuoriesca dalla celletta. Ma concentria­moci in quei sei giorni in cui l’ape, allo stadio di larva, riceve la nutri­zione dalle proprie compagne. Per i primi due giorni l’alimento è, per tutte, pappa reale; poi la dieta cambia radicalmente in una sapiente mi­scela di miele e polline. Questo cambiamento di alimentazione provo­cherà tutte quelle trasformazioni, anatomiche e comportamentali, che le differenzieranno da una regina.

Tutta la vita dell’operaia può essere suddivisa in epoche entro le quali esegue determinati lavori. Per i primi tre giorni, aspettando che le pro­prie ghiandole entrino in funzione, pulisce le cellette e le riveste di pro­poli; quindi, per altri tre giorni circa, nutre le larve più anziane con quella miscela di miele e polline che dicevamo in precedenza. Poi, qu­ando le ghiandole che producono pappa reale entrano in attività, per circa sette giorni nutre le larve giovani e la regina. Quando sono le ghian­dole per la produzione di cera, ad entrare in gioco, e ciò perdura per 5 giorni, l’ape si dedicherà alla costruzione dei favi, ma anche alla matura­zione del nettare e allo stoccaggio del miele e del polline.

I prossimi tre giorni sono quelli appena precedenti le prime uscite dall’alveare e l’operaia li trascorre pulendo la propria abitazione, soprat­tutto il fondo, da possibili detriti e da cadaveri di compagne eventual­mente morte; ventilando per creare all’interno dell’arnia quelle correnti d’aria utili alla deumidificazione del nettare e proteggendo l’alveare da  nemici sempre in agguato. Gli ultimi giorni della loro vita le api li pas­sano tra l’alveare e l’ambiente esterno dal quale prelevano le sostanze indispensabili alla loro vita: nettare, polline, acqua e propoli. Questi compiti, che sembrano rigidamente prestabiliti, se interviene qualche turbativa, ad esempio la produzione da parte dell’apicoltore di uno sciame artificiale, vengono armoniosamente ridistribuiti all’interno della popolazione senza che ciò crei nessun tipo di inconveniente.

Non solo la regina, ma anche le operaie producono quelle sostanze indi­spensabili per l’organizzazione e la coesione dell’alveare che, abbiamo detto in precedenza chiamarsi feromoni. I principali sono due: quello prodotto dalle ghiandole di Nasonoff, situate negli ultimi tergiti (o anelli) dell’addome, che viene utilizzato per richiamare le compagne verso l’alveare (ad esempio quando l’apicoltore solleva il coprifavo disper­dendo in volo alcune api) oppure verso fonti di pascolo inodori (es. l’acqua); e quello prodotto dalle ghiandole situate in prossimità del pun­giglione che stimola l’aggressività. Questo spiega, ad esempio, perché quando un’ape punge in vicinanza dell’alveare, alcune altre compagne la seguono nella mortale azione e proprio in prossimità della precedente ferita.

L’azione è mortale perché, come molti sanno, l’ape, al contrario di tutti gli altri insetti, quando punge, lascia il corpo offendente nella ferita. Esso, infatti, ha all’estremità, piccoli uncini simili a quello dell’amo da pesca, e, volando via, l’ape si procura la lacerazione dell’apparato dige­rente e delle ghiandole velenifere. L’ape muore, ma massimo sarà l’effetto nefasto nei confronti del nemico al quale le ghiandole continue­ranno a pompare il veleno nella ferita. Anche questo comportamento così altruistico, nei confronti delle sorelle, altro non è che un’altra dimo­strazione che è l’alveare tutto a dover essere considerato il vero organi­smo.

Ma anche questo essere che abbiamo visto così perfetto, può mostrare alcuni comportamenti aberranti quali l’operaia figliatrice. Succede, a volte, che l’ape regina muoia senza che riesca a riprodurne una nuova: mancando il feromone specifico secreto dalle ghiandole della regina, all’ape, ultima nata, non si atrofizzano gli ovari; ma le uova che riesce a deporre, mancando la fecondazione, daranno vita solo ad individui di sesso maschile.

Sarà compito dell’apicoltore, visto che quasi certamente ciò è stato pro­vocato da un suo intervento maldestro, ripristinare la situazione origina­ria. Come fare, lo vedremo in uno dei prossimi numeri di questa rivista.

 

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Commenti   

+8 # Luisa Perilli 2013-04-18 15:25
:D :* mi avete salvato la vita!! dovevo fare una ricerca!!
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-1 # vivo 2013-01-12 13:53
:lol: 8)
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