150 anni dall'unità d'Italia, 150 anni di storia dell'apicoltura

Mentre i ragazzi che fecero il Risorgimento consegnavano l’Italia unita, per molti al prezzo della propria vita (purtroppo noi che godiamo i frutti del loro romantico ideale, tendiamo a scordarlo troppo facilmente) c’era nell’aria un altro grande fermento rivoluzionario che attraversava l’apicoltura mondiale e che l’avrebbe trasformata in maniera decisiva.  

Era l'estate del 1851, infatti, quando un reverendo americano di nome Lorenzo Lorraine Langstroth scoprì che le api non accumulano propoli negli spazi che sono abbastanza ampi da passarci liberamente e non vi costruiscono favi nel caso in cui siano più piccoli di una data misura, che Langstroth stesso individuò in 1 cm.

Quella che ai più potrebbe sembrare solo una piccola scoperta, che noi apicoltori in gergo chiamiamo spazio d'ape, è stata la scintilla che ha dato l'impulso alla più grande rivoluzione dell'apicoltura di tutti i tempi. Dopo di allora, estrarre i favi dall'alveare senza romperli non era più una chimera e ciò ha reso possibile un mucchio di nuove operazioni, all'inizio neppure immaginabili, come l'allevamento di regine, la produzione di pappa reale, la produzione di sciami artificiali, ecc. Ha permesso, inoltre, di sviscerare ogni più piccolo segreto della vita sociale delle nostre amiche api.

In quel periodo sembrava, e lo fu anche per il Risorgimento, che non si aspettasse altro che piccoli “pretesti” per far scatenare, come un vulcano da troppi secoli rimasto inattivo, una successione di eventi, quelli che in pochi anni trasformarono in via definitiva anche l’apicoltura. A soli soli 6 anni dalla scoperta di Langstroth, l’ebanista bavarese Johannes Mehring inventa il foglio cereo e dopo meno di 15, l’austriaco Franz von Hruschka, inventa lo smielatore centrifugo. Non ne passano neppure 50 anni e, addirittura, Doolittle comincia ad allevare regine trasferendo larve di operaia in celle reali artificiali. Il fermento coglie anche la giovane Italia che vive in pieno il vento del rinnovamento ed è capace di trasformare velocemente un comparto a forte vocazione tradizionalista (gli ultimi bugni rustici e i raccoglitori di miele dagli sciami selvatici li fa scomparire solamente la varroa più di 120 anni dopo!). Già nel 1867 nasce a Milano la prima associazione di categoria: L’Associazione Centrale d’Incoraggiamento dell’Apicoltura in Italia che l’anno seguente dà alle stampe “L’Apicoltore” un giornale d’informazione apistica. Tutto questo lavorio restituisce i suoi frutti e nel censimento del 1928 il numero di alveari moderni e quelli tradizionali, quasi si equivalgono: 309.123 contro 323.202 (oggi superano il milione).

Ma gli apicoltori di tutto il mondo l’Italia la conoscevano bene per la sua razza l’ape (la Ligustica) che ricercavano e anelavano per incrementale le loro produzioni ed anche per diminuire l’incidenza di alcune malattie assai gravi (purtroppo questo gli apicoltori italiani del nuovo millennio sembrano scordarselo andando a ricercare razze esotiche per improbabili incroci). Molti di coloro che uccidevano gli alveari per raccogliere il miele, ne salvavano le regine per venderle anche a migliaia di chilometri di distanza.

L’Italia agli albori della sua unità era ancora, lo sappiamo, prettamente agricola e malgrado questo stupisce che il numero degli apicoltori doveva (i dati statistici in quel periodo erano difficili da acquisire) essere qualcosa come il doppio di quello odierno ma con circa la metà degli alveari. Allevare api era molto semplice perché non c’erano malattie (sono arrivate con il nuovo modello di allevamento e con la globalizzazione) e ad un certo punto dell’anno, variabile da luogo a luogo, per raccogliere il miele c’era chi prelevava solo alcuni favi (castrazione) o chi uccideva alcune colonie di quelle che allevava, pratica via via andata in disuso allorché la cera perse il suo interesse commerciale. Il miele, poi veniva torchiato, altra grande differenza tra miele dell’epoca e quello di oggi.

Ma per le api e gli apicoltori, gli anni di fine ‘800 – inizi ‘900 erano una vera pacchia; prima dell’avvento della meccanizzazione spinta che interessò anche l’agricoltura e della lotta senza quartiere a erbacce, insetti e crittogame con uso di pesticidi sempre più potenti, infatti, i pascoli venivano sfalciati in tempi dilatati dando modo alle fioriture di durare più a lungo; i diserbanti non erano utilizzati e, quindi, anche nei campi coltivati con piante di scarso interesse per le api (come i cereali), c’era sempre qualche erba che fioriva in concomitanza (come lo stoppione) o che prendeva il sopravvento subito dopo la mietitura, come il fiordaliso e l’erba strega, grandi produttrici di ottimo miele. Per non parlare degli insetticidi, assolutamente inesistenti agli albori dell’unità d’Italia ed ora sempre più subdoli e sofisticati, come i neonicotinoidi, che sono additati tra i responsabili addirittura del colony collapse disorder, sindrome che ha portato, negli ultimi anni, a forti mortalità di alveari tanto da mettere in pericolo oltre che l’apicoltura, anche l’impollinazione di piante coltivate e selvatiche.

Gli alveari, nelle zone rurali, erano diffusissimi e quasi non c’era famiglia abitante delle campagne che non li possedesse. Il miele, in alcune parti d’Italia, era ancora più economico dello zucchero ma sicuramente lo era per chi allevava le api per autoconsumo (la maggior parte). Lo stesso Giuseppe Garibaldi, una volta ritiratosi a Caprera e diventato apicoltore (e che apicoltore!), lo utilizzava addirittura per dolcificare il caffè e non per salutismo (ancora ben lungi da venire) ma per risparmiare sul costo dello zucchero e a mostrare ai posteri che l’irriconoscenza della classe dirigente italiana verso chi si prodiga per il bene del paese, quella sì, è rimasta inalterata negli anni.  

Quindi, come detto, il miele che assaporavano i giovani rivoluzionari del Risorgimento proveniva ancora completamente dalla pressatura dei favi ma il suo uso era in bilico tra quello alimentare e la cura di alcune malattie (tipicamente quelle da influenza) e per far guarire velocemente le ferite difficilmente trattabili.

Storia dell’apicoltura italiana che procede fino ai giorni nostri con alti e bassi quest’ultimi dovuti soprattutto ai periodi bellici ma anche ad una crisi del mercato del miele che intorno agli anni 60 impone di fatto agli apicoltori di portare il loro prezioso prodotto all’ammasso e alienato per pochi spiccioli. Crisi che termina con il ritrovato interesse degli italiani per i prodotti naturali e salutistici che ovviamente mettono il miele in primo piano fino ad oggi in cui il miele rimane tra i pochi prodotti agricoli che sembrano non essere toccati dalla crisi degli acquisti, giustamente valorizzato anche se c’è necessità di risparmiare.

Ma c’è un suo utilizzo che chiude idealmente il cerchio tra Italia del miele (e dell’apicoltura, naturalmente) post unità politica e i giorni nostri ed è quello di ingrediente di favolose leccornie. E non mi riferisco solo al suo impiego nei gustosissimi dolci delle feste di Fine anno o di Carnevale giunte a noi praticamente immutate (panforte, pangiallo, panpepato e le varie cicerchiate, strufoli, carteddate e quant’altro) ma del suo connubio con i formaggi e nell’agrodolce. Certo, nelle case dei contadini di fine ‘800 il miele lo si usava per prolungare l’utilizzo di un formaggio andato in sovramaturazione (il dolce stempera, notoriamente, il gusto salato e acido tipico di una stagionatura spinta) e oggi a presentare agli amici squisiti abbinamenti da gourmet, ma questo è solo il segno dei tempi.

 

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