Può la società della convivialità salvare le api?

L’industrializzazione dell’apicoltura nasce nel 1851 (la data è certa perché c’è un brevetto di una nuova arnia che l’attesta), quando il reverendo statunitense Langstroth scopre lo spazio d’ape e rende possibile l’estrazione del favo e, quindi, la standardizzazione degli alveari e della loro gestione; da allora è possibile estrarre il miele con delle macchine complicate, allevare regine, produrre pappa reale, ecc..

Già del 1930, ma qui la data è meno certa perché non c’è un brevetto da difendere, l’abate francese Emile Warré si accorse che perseguendo la strada aperta da Langstroth l’apicoltura sarebbe diventata presto affare di pochi apicoltori super specializzati mentre le api, oramai è conoscenza comune, favorendo l’impollinazione devono poter essere allevate e diffuse quanto più è possibile; egli, quindi, costruisce e sperimenta una nuova arnia di facile costruzione – economica e alla portata di tutti – e manipolazione in quanto permette alle api di seguire il loro comportamento naturale.

Sono già trent’anni che allevare api è diventato impossibile, almeno per chi lo volesse fare senza seguire alcun percorso formativo. Quel limite, quindi, è stato già da tempo superato.

La responsabilità di questo stato di cose, però, non dipende solo dal tipo di società industrializzata, anche se strettamente collegata, ma da un minuscolo acaro che uccide le api qualora non vengano opportunamente trattate. Strettamente collegata perché è la globalizzazione e la necessità che hanno gli apicoltori di incrementare il loro reddito (perché glielo chiede la “legge” dell’incremento del PIL) che li costringe a escogitare tutte le possibili azioni per incrementare la produzione. Una di queste fu importare l’ape europea in Asia che tuttavia, percorrendo la strada inversa, per sciamatura naturale, vendita di sciami artificiali e regine, si è portata dietro il terribile flagello.

Se si pensa che l’unica nazione dove non c’è la Varroa (così si chiama) è l’Australia che difende la sua unicità minacciando con la prigione coloro che importano fosse pure un’ape sul proprio suolo, la dice lunga dell’impellenza che si ha di aumentare il proprio reddito, sia pure a scapito di quello futuro (e del bene collettivo!).

Malgrado l’esperienza negativa del passato, siamo riusciti a rendere ubiquitari almeno altri due parassiti, un fungo e un virus, che, probabilmente, sono tra le cause del colony collapse disorder  che sta mietendo così tante vittime tra gli alveari di tutto il mondo tanto che, probabilmente, la notizia vi è già giunta attraverso i media.

Un’altra causa di mortalità delle api deriva dall’inquinamento sempre più subdolo delle campagne con insetticidi via via più potenti e con una selettività che non riesce, naturalmente, a risparmiare l’ape.

Parafrasando ciò che Illich disse nel suo libro “La Convivialità”, a proposito della medicina, “è possibile strappare il miele dalle mani degli apicoltori?”.[1] Considerato che in una società conviviale, cui dovrebbe confluire quella industrializzata, forse una delle prime cose di cui riappropriarsi, anche prima della cura delle persone e della costruzione delle proprie abitazioni, è la possibilità di produrre il proprio cibo, la domanda è alquanto plausibile. La risposta è no, non si può tornare indietro così facilmente da una società industrializzata; non dico che non lo dobbiamo fare, dico che non sarà così facile. La ricerca dell’incremento del PIL ha fatto sì che gli apicoltori si occupassero (e continuano a farlo vieppiù) anche di selezione e mancando al momento totalmente colonie di api allo stato brado, manca il rimescolamento dei geni selvatici proveniente dagli alveari liberi in natura che prima di scomparire a causa della varroa, potevano coprire le magagne dell’operato degli apicoltori. Dopo anni di interventi abbiamo creato una varroa sempre più aggressiva, a causa dei trattamenti acaricidi che fanno sopravvivere solo le più forti e la loro progenie, e un’ape sempre più debole perché non le abbiamo lasciato la possibilità di occuparsi del problema varroa quando era per lei relativamente più semplice farlo. Così, non solo il gene della tolleranza alla varroa non ha avuto modo di stabilizzarsi nel DNA dell’ape ma ora è costretta  ad affrontarla, dopo anni di selezione per maggiore produzione, docilità e assenza di sciamatura, su un piano di maggiore sensibilità alle avversità esterne. Alla natura non interessano le performance produttive, interessa solo che le specie possano sopravvivere alle avversità.

A tutto ciò, quindi, segue un’altra domanda: l’umanità potrà rinunciare all’ape aspettando che il sistema esca dal caos e ritrovi il giusto equilibrio (omeostasi)? Stiamo parlando di alcune decine di anni affinché le api sensibili e le varroe aggressive muoiano e altrettanti perché, con l’aiuto dell’uomo recuperato alla convivialità, si espanda per sciamatura ripristinando la situazione precedente all’introduzione della varroa.

Naturalmente non è detto che le trasformazioni che abbiamo innescato nell’apicoltura come anche in moltissimi altri comparti, possano essere “resettate” soltanto dalla decisione di abbracciare la società conviviale; purtroppo nella vita reale non esiste il comando ctrl-z come nei computer per cancellare i terribili errori provocati da anni di cieco individualismo e aggressione alla natura. Nel caso specifico, la varroa se ne fregherà bellamente del nostro ravvedimento e, rinforzata dalla nostra selezione al contrario, provocata da continui trattamenti acaricidi, continuerà a mietere vittime; si parla che meno del 3% delle colonie di Apis mellifera (la nostra ape) siano, in qualche modo, resistenti alla varroa; da che se ne deduce che lasciando alle cose di seguire il loro corso, circa il 97% delle colonie perirebbero già nel primo anno di mancato controllo chimico degli alveari.

 

In conclusione mi sembra di poter dire che le società umane sono tra gli esempi più evidenti che, come vuole lo studio dei sistemi complessi, le variabili dell’insieme andrebbero prese in considerazione in modo olistico, ovvero con un approccio interdisciplinare e globale. In questo momento le parole chiave sono: no allo sviluppo illimitato,  riconoscimento della nostra natura animale (o se ci fa male, della nostra partecipazione al Tutto secondo la teoria che l’uomo e le stelle sono composte degli stessi elementi) e fine della sacralizzazione del denaro. Non credo che far finta di nulla sia molto salutare; prima o poi il conto da pagare arriva e più tempo chiudiamo gli occhi e più questo sarà salato. Finora abbiamo agito come se il conto lo avrebbero dovuto pagare generazioni a noi molto lontane e sconosciute; ora sembra lo dovranno pagare se non noi, i nostri figli.


[1] Ivan Illich, recentemente tornato alle cronache in quanto aveva predetto già molti anni fa la possibile caduta del sistema capitalistico industrializzato (“Bisognerebbe essere indovini per predire quale serie di eventi svolgerà il ruolo del crollo di Wall Street e scatenerà la crisi incombente; ma non occorre essere geni per prevedere che si tratterà della prima crisi mondiale non più localizzata dentro un sistema industriale, ma che metterà in gioco il sistema in sé”.  Ivan Illich, La Convivialità, 1974, Boroli Editore, (ed. del 2005) pag. 133), era fortemente contrario all’estremo tecnicismo cui sono approdate le professioni tra le quali quella medica: “A somiglianza di ciò che fece la Riforma quando strappò il monopolio della scrittura ai chierici, noi possiamo strappare i malati dalle mani dei medici”. Ibidem, pag. 59.

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0 # piarelal 2012-07-13 07:27
Ciao Marco,il profitto e'la creazione di un surplus attraverso il lavoro ed e' evidente che cio' e' quello che fa qualsiasi specie per vivere. Nella societa'umana pero',al contrario di quello che avviene nel resto della natura, i costi-per es.sociali(salute pubblica, disoccupazione, criminalita', etc.)e ambientali- di qualsiasi attivita' possono essere esternalizzati, ovvero pagati da qualcun altro, ossia la maggioranza povera del mondo,la natura o le generazioni future: se ci fosse una societa' conviviale-dove cio'non e' possibile, ognuno paga veramente per quello che usa, ed e' pagato adequatamente per quello che produce, molte cose,e l'attuale apicultura, sarebbero considerati investimenti non profiqui. Strappare le api dalle mani degli apicoltori vuol dire: disseminare alveari, e farli sciamare, cosi da combattere l'alta moria dovuta alla varroa e diversificare il patrimonio genetico dell'ape; una tassa sull'impollinazione; integrare la relazione di tutti gli apicultori e le api con internet.
Se si distribuissero alveari in scuole elementari e medie, prigioni, circoli per anziani, parchi comunali e nazionali, etc,se questi, con l'assistenza delle associazioni di apicoltori, si gestissero con metodi rispettosi per l'ape, che per es. non ostacolano la sciamatura, aumenteremmo non solo il numero di famiglie tra cui quel 3% resistente alla varroa puo essere trovato, ma anche nel medio-lungo termine, la diversita' genetica dell'ape-presupposto fondamentale per la sua adattabilita' ad un ambiente in continuo mutamento-. Inoltre nascerebbero tantissimi nuovi networks di apicUltori e degustatori di miele, nuovi mercati locali e biologici per i prodotti dell'ape e la flora mellifera del territorio aumenterebbe, con benefici estesi anche agli altri insetti impollinatori. Tutto questo potrebbe essere finanziato da una tassa che si basi su stime del numero di insetti impollinatori eliminati dai vari trattamenti;negli Usa il servizio di impollinazione vale circa 20miliardi di dollari ,in Italia?
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0 # Marco Valentini 2012-09-17 21:02
Grazie ancora, pienamente d'accordo con te. Perseguiamo l'utopia piuttosto che vivere come zombie!
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0 # saverio2 2012-01-24 19:14
Interessante il discorso relativo a Ivan Illich pensatore che ho amato molto e che a tutt'oggi studio sempre. Ti ricordo però che un altro grande personaggio, diciamo un "iniziato" Rudolf Steiner predisse circa CENTO ANNI FA che trattare troppo le Api avrebbe indebolito il LORO EQUILIBRIO MILLENARIO, e qui mi fermo perchè tu ne sai più di me.
Di Ivan Illich poi, amo il suo "Descolarizzare la società", in quanto Insegnante di scuola Primaria (le scuole andrebbero chiuse tutte o RIFONDATE da cima a fondo) tocco con mano ogni giorno il DEGRADO DELLA NOSTRA CIVILTA' che abbattendosi sui piccoli mina alle fondamenta il futuro del genere umano.
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