“C'è un'ape che si posa su un bottone di rosa: lo succhia e se ne va. Tutto sommato, la felicità è una piccola cosa.”

Trilussa

 

L'ape è sempre stata per l'umanità una fonte inesauribile di simboli. Innanzitutto perché vive in una società così ben strutturata da rassomigliare molto e addirittura superare, per efficienza, quella umana. Ma questo motivo da solo non può essere sufficiente a spiegare l'abbondanza di allegorie che il prezioso insetto ha saputo ispirare nei vari periodi storici.

La motivazione più profonda, va ricercata nella grande considerazione che l'ape o, meglio, l'alveare ha avuto in quanto animale pieno di meriti – fructuosus, direbbero i Romani – poiché capace di fornire, fino al tardo medioevo e oltre, il più importate alimento zuccherino, il miele, considerato come la propoli e la cera rimedio curativo; ce n'era in abbondanza per attribuire alle api il ruolo di animale sacro e doni celesti i suoi prodotti, diretta elargizione divina.

La società umana post-industriale ha perso la venerazione per l'ape, probabilmente perché l'attività manifatturiera ha concepito una serie di surrogati ai prodotti e ai servizi dell'ape molto più a buon mercato, seppure quasi mai della stessa qualità; ma non è detto che nel momento in cui i timori per un ambiente sempre più degradato preoccupano l'umanità per la sua stessa sopravvivenza, l'ape non possa recuperare il suo antico valore di simbolo, ma su un piano del tutto diverso ed inimmaginabile. Solo pochi decenni fa, essa è diventata paladina dell'integrità ambientale, perché sensore di allarme per l’ingente quantità di agenti inquinanti presenti nel nostro habitat: la Terra.

La società delle api

Nelle Naturalis Historia, Plinio narra che un ronzio di prima mattina, simile allo squillo di una tromba, dà la sveglia alla colonia ed un altro la sera ne decreta il riposo. Ecco allora l'alveare che diventa modello politico per la società degli uomini in cui viene esaltata la vita comunitaria consacrata all'obbedienza per le leggi e per il capo (allora si pensava che la regina delle api fosse un re), la ferrea divisione dei compiti e la diligente operosità ottenuta anche grazie alla virtù della castità. Sta di fatto che ancora non era ben conosciuta la reale organizzazione della società delle api che cominciò ad essere più chiara verso il 1700.

Probabilmente, se la società delle api fosse stata compresa davvero nel profondo, allora sarebbero stati evitati molti paralleli che alla luce delle scoperte relativamente recenti (ovvero a seguito dell'invenzione del microscopio) risultano addirittura paradossali. L'alveare, infatti, è un matriarcato composto da una madre (l'ape regina) e una moltitudine di figlie sterili (le api operaie). La regina  è l'unica a cui è delegata la procreazione, vive circa 4 anni e nasce da uova esattamente identiche a quelle delle operaie da cui si differenzia (tanto da sembrare morfologicamente un insetto di una specie diversa) unicamente perché nutrita fin dalle prime fasi di vita con pappa reale. Sono le operaie, invece, quelle alle quali è delegato ogni lavoro all'interno dell'alveare (cura della prole, costruzione dei favi, trasformazione del nettare in miele, difesa da possibili intrusi, ecc.) ed anche fuori (raccolta di nettare, polline, propoli ed acqua) e il ruolo viene stabilito in base all'anzianità, nel senso che tutte, o quasi, nell'arco della loro breve vita (circa 40 giorni nel periodo di raccolto e anche oltre i 3 mesi in quello invernale) eseguono cronologicamente tutte le mansioni.

In alcuni periodi dell'anno, ovvero in primavera-estate, sono presenti nell'alveare anche i fuchi, i maschi,che hanno l'unico compito di fecondare le api regine vergini nate a seguito di una sostituzione per anzianità, morte accidentale o sciamatura (ovvero la divisione dell'alveare originario).

 

La fecondazione avviene in volo, una sola volta nella vita, ed interessa un numero di fuchi variabile, ma che spesso supera i 15 (altro che simbolo di castità!).  La relazione tra i vari esseri che popolano l'alveare è molto stretta tanto che i singoli soggetti che lo compongono perdono la loro individualità così l'alveare diviene una sorta di super-organismo. Per intenderci è l'alveare da considerare come individuo.

Affascinante è, invece, osservare come api e uomo facciano parte di una evoluzione convergente ed abbiano molte più cose in comune di quanto si pensi. Alveare e uomo sono animali omotermi, ovvero riescono a mantenere una temperatura corporea stabile (le api singolarmente sono eterotermi, come i rettili, ma l'alveare no) scollegata da quella esterna; entrambi hanno una formidabile cura della prole che alimentano in maniera progressiva durante la loro crescita (la maggior parte degli insetti, invece, depone l'uovo nel substrato da cui il piccolo si alimenterà da solo durante la fase di sviluppo e senza conoscere la madre); entrambi alimentano i piccoli con un secreto di una loro ghiandola (il latte e la pappa reale); entrambi producono, trasformandolo, il cibo di cui si nutrono; entrambi, infine, possono usare un linguaggio simbolico (la parola e la danza) con la quale gli individui si scambiano  informazioni essenziali alla sopravvivenza.

 

 

La società delle api: trasfigurazione simbolica dello stato romano

 

Cicerone delineò una res publica delle api paragonandola alla res populi, alla collettività in cui il popolo è tenuto insieme da uno scopo comune. Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia descrisse con ammirazione l’organizzazione nell’alveare. Ma è Virgilio il massimo cantore universale delle api, alle quali ha dedicato i versi più sublimi di tutta la letteratura latina.

 

Nelle Bucoliche virgiliane le api costituiscono appena un elemento del paesaggio campestre, nell’Eneide attraverso la figura retorica della similitudine questi piccoli insetti sono inseriti nel contesto umano e poetico del poema epico. Nelle Georgiche invece il poeta dedica un intero libro (IV Liber) all’apicoltura e al mondo delle api mettendo in risalto la loro società e le ferree leggi che la costituiscono.

 

Le Georgiche, poema didascalico, si inseriscono perfettamente nel clima di rinnovamento sociale e morale che si era andato a formare durante gli anni del principato Augusteo. Virgilio attraverso il richiamo alle antiche virtù romane e l’appello a ritornare alla terra lancia alla società romana un messaggio morale e religioso, che prende forma nel IV libro, dove il poeta descrive il mondo delle api. Esse sono modello quasi divino di saggezza, sono immune all’Eros, non costrette a riprodursi sessualmente (in quanto all’epoca ignoravano la presenza di un’ape regina, considerata di sesso maschile), fedeli alla casa e alle sue leggi, disposte al sacrificio e devote al loro Rex. Così le api costituiscono per Virgilio un esempio perfetto di organizzazione comunitaria ordinata e armonica: essa poteva rappresentare l’ ideale res publica arcaica, la quale aveva come suo unico compito quello di mantenere il bene comune.

 

“Ebbene, terminerò con le virtù che lo stesso Giove padre diede alle api; come premio perché ubbidendo alle armonie squillanti e allo scotimento dei bronzi di Cureti, nutrirono nella grotta del monte ditteo lui re del Cielo.”

 

Virgilio si riferisce al mito della nascita di Giove, dove le api nutrono con il miele il Dio appena nato; nell’antichità esse erano molto ammirate in quanto fornivano l’unica materia dolcificante presente all’epoca.

 

“Tramontata l’età Saturnia, Giove impose il lavoro agli uomini e anche le api ebbero il loro compito.”

 

Il lavoro, secondo il poeta, è un dono di Giove all’uomo affinché egli, spinto dalla necessità, acuisse l'ingegno ideando le varie attività e perseguendo il progresso. Il lavoro visto non più come una condanna, ma come dono divino, viene rivalutato dal punto di vista etico e culturale. Per questo assume una particolare importanza la figura delle api in quanto l’autore riprende la metafora sociale di Cicerone: esse hanno un’organizzazione comunitaria, caratterizzata dalla fedeltà alla casa e alle leggi, dalla condivisione delle risorse e dalla dedizione al lavoro, in una tipica visione stoica della società. Le api, inoltre, sono disposte anche al sacrificio personale per il bene comune e mantengono l’assoluta dedizione al capo.

 

“Sono esse le uniche ad avere i neonati in comune e le dimore della propria città in consorzio, passando la vita sottomesse a generose leggi; e perciò sono le uniche a conoscere patria e casa tranquille. Esse sapendo che l’inverno ritornerà, penano d’estate nella fatica e custodiscono ogni provento in comune. Così alcune badano al cibo e secondo l’accordo stabilito vanno e vengono alla campagna […] Il riposo è uguale per tutte, il lavoro per tutte eguale. […] Sicuramente ti stupirai di una strana costumanza prediletta dalle api: quella di non voler il congiungimento amoroso e così di non arrendersi prostrate con il proprio addome a Venere, e così di avere discendenti senza soffrirne.”

 

La vita dell’alveare è proposta come modello positivo di vita associata, che accetta la fatica quotidiana imposta da Giove e la finalizza all’utilità collettiva in una concordia e in una comunanza dei beni. Infatti il poeta, mettendo in rilievo le doti delle api (operosità, disciplina, collettività, difesa del Rex - solo nel XVII secolo si scoprirà la società matriarcale di questi piccoli insetti) e la loro insensibilità al vizio e all’adulterio, fa della società delle api una trasfigurazione simbolica della società romana, idealizzando anche le qualità del cittadino romano in età augustea, in quanto l’ordine e la concordia erano gli obiettivi di Ottaviano nel suo principato. Così insieme all’esaltazione del mondo delle api troviamo anche una celebrazione degli ideali augustei.

 

La Favola delle api: analisi dei vizi e delle virtù dell’uomo

 

Bernarde de Mandeville, vissuto alla fine del XVII secolo e l’inizio del XVIII, fu un medico e filosofo olandese. Egli divenne celebre per il suo poemetto satirico La Favola delle Api, che risente delle idee libertine del secolo (la vita dell’uomo andava vissuta secondo natura, non ci doveva essere freno agli istinti naturali dell’uomo), in quanto esso è una critica di una ipocrita società, ormai avviata allo sviluppo industriale che caratterizza la prima Rivoluzione, la quale nasconde i vizi (come il lusso, la vanità, l’individualismo, l’avidità, ecc.) non sapendo che paradossalmente essi sono i promotori del benessere economico e sociale. Mentre le virtù come l’onestà, la semplicità, la moderazione e l’integrità portano alla povertà della nazione, ostacolando lo sviluppo industriale.

 

“Questi insetti imitando ciò che si fa in città, nell’esercito e nel foro
vivevano perfettamente come gli uomini ed eseguivano, per quanto piccolo, tutte le loro azioni.

 

L’alveare, grazie al loro governo saggio, era diventato celebre per le sue leggi, la forza delle armi e la grande fecondazione. Esse vivevano esattamente come gli uomini: all’interno dell’alveare c’erano preti, artisti, avvocati, medici, soldati, ministri, farmacisti, ecc. Così ogni ape volendo soddisfare le proprie necessità, metteva il proprio bisogno al di sopra di quello altrui, ma così facendo si finiva in un modo o nell’altro di soddisfare quello dell’intera comunità.

 

“Essendo così ogni ceto pieno di vizi,
tuttavia la nazione di per sé godeva
di una felice prosperità.
Era adulata in pace temuta in guerra.
Stimata presso gli stranieri, essa aveva in mano l’equilibrio di tutti gli altri alveari.
Tutti i suoi membri a gara prodigavano le loro vite e i loro beni per la sua conservazione.
Tale era lo stato fiorente di questo popolo.
I vizi dei privati contribuivano alla felicità pubblica.[…]Le furberie dello stato conservavano la totalità
per quanto ogni cittadino se ne lamentasse. L’armonia in un concerto risulta
da una combinazione di suoni
che sono direttamente opposti.
Così, i membri di quella società, seguendo
delle strade assolutamente contrarie,
si aiutavano quasi loro malgrado.”

 

Un bel giorno, c'è chi si rese conto che il benessere raggiunto dall'alveare nel suo insieme nasconde dei vizi: lusso eccessivo, ipocrisia individuale, avarizia sentimentale, invidia reciproca. Di tale corruzione morale alcune api iniziano a lamentarsi, colpite dal senso di peccato. Quello delle api è un lamento così insistente che le loro parole giungono fino a Giove, il quale, agendo come un Grande Legislatore, impone loro, per decreto, l'esercizio della virtù da loro stesse invocata: “Ma Giove, indignato per queste preghiere,
giurò, infine, che questo gruppo strillante
sarebbe stato liberato dalla frode
di cui esso si lamentava.
Egli disse: “Da questo istante l’onestà
s’impadronirà di tutti i loro cuori.
Simile all’albero della scienza,
essa aprirà gli occhi di ciascuno
e gli farà percepire quei crimini
che non si possono contemplare senza vergogna.
Essi si sono riconosciuti colpevoli coi loro discorsi
e soprattutto col rossore suscitato sui loro volti dall’enormità dei loro crimini.
È così che i bambini
che vogliono nascondere le loro colpe,
traditi dal loro colorito, immaginano
che quando li si guarda
si legga sul loro volto malsicuro
la cattiva azione che hanno compiuto”.

 

“Una pace profonda domina in questo regno; e ha come sua conseguenza l'abbondanza. Tutte le fabbriche che restano producono soltanto le stoffe più semplici; tuttavia esse sono tutte molto care. La natura prodiga, non essendo più costretta dall'infaticabile giardiniere, produce bensí i suoi frutti nelle sue stagioni; però non produce più né rarità, né frutti precoci. A misura che diminuivano la vanità e il lusso, si videro gli antichi abitanti abbandonare la loro dimora. Non erano più né i mercanti né le compagnie che facevano decadere le manifatture, erano la semplicità e la moderazione di tutte le api. Tutti i mestieri e tutte le arti erano abbandonati. La facile contentatura, questa peste dell'industria, fa loro ammirare la loro grossolana abbondanza.

 

A questo punto la società dell'alveare, inondata dalla virtù che Giove impone ad essa, comincia a cambiare aspetto: l'alveare, adesso, è virtuoso ma statico. I rapporti fra le api cambiano radicalmente, così come radicalmente si modifica lo stato di benessere dell'alveare. Tale situazione, anziché portare pace, apporta una sorta di apatia che induce ogni ape, in netto contrasto con le situazioni passate, ad accontentarsi di ciò che ha, senza più badare a ciò che potrebbe avere. Il risultato è negativo, e coincide con la rovina economica dell'alveare.

 

Mandeville utilizza la forma della favola perché attraverso la narrazione di questa breve storia, vuole formulare un insegnamento morale (anche se egli stesso non è un moralista ma un realista): “Il vizio è tanto necessario in uno stato fiorente, quanto la fame è necessaria per obbligarci a mangiare. È impossibile che la virtù da sola rende la nazione celebre e gloriosa.”

 

Come consueto nella favola, i personaggi utilizzati sono degli animali ai quali vengono attribuiti vizi e virtù umane per illustrare in modo semplice la metafora, che nel poema La Favola delle Api si riscontra con l’alveare allegoria della società umana.

 

L’autore decide di usare il parallelismo con la società delle api, perché esse costituiscono un perfetto organismo, grazie proprio alle leggi naturali che lo governano. Così allo stesso modo gli uomini non commettono alcun peccato nel seguire quelli che sono i loro impulsi primordiali, nonostante essi possano risultare dannosi per lo stato e di cui tutti fanno mostra di vergognarsi, in realtà questi vizi appartenenti ad ogni persona della nostra popolazione sono il sostegno per la felicità, il benessere e la floridezza.

 

Les vertus des abeilles et du peuple français

Victor Hugo, drammaturge, poète et romancier français, a veçu pandant le XIX siècle en France et en Angleterre sous le Second Empire de Napoléon III. Avant il était favorable à la candidature de Napoléonà la présidence de la République, mais après le coup d’Ètat, en 1851, Hugo est expulsé par décret parce qu’il n’accepte pas le pouvoir personnel.

Hugo sera en exil de 1851 à 1870, pendant cette période il travaillera et écrira beaucoup, d’abord contre le nouveau empereur qu’il appellera “l’usurpateur” e “Napoléon le petit”.

 

Le Manteau Impérial[1]

O ! vous dont le travail est joie,

Vous qui n'avez pas d'autre proie

Que les parfums, souffles du ciel,

Vous qui fuyez quand vient décembre,

Vous qui dérobez aux fleurs l'ambre

Pour donner aux hommes le miel,

 

Chastes buveuses de rosée,

Qui, pareilles à l'épousée,

Visitez le lys du coteau,[2]

Ô soeurs des corolles vermeilles,

Filles de la lumière, abeilles,

Envolez-vous de ce manteau !

 

Ruez-vous sur l'homme, guerrières !

Ô généreuses ouvrières,

Vous le devoir, vous la vertu,

Ailes d'or et flèches de flamme,

Tourbillonnez sur cet infâme!

Dites-lui: " Pour qui nous prends-tu ?

 

Maudit ! nous sommes les abeilles !

Des chalets ombragés de treilles

Notre ruche orne le fronton ;

Nous volons, dans l'azur écloses,

Sur la bouche ouverte des roses

Et sur les lèvres de Platon.[3]

Ce qui sort de la fange y rentre.

Va trouver Tibère[4] en son antre,

Et Charles neuf sur son balcon.[5]

Va! sur ta pourpre il faut qu'on mette,Et qu'il soit chassé par les mouches

Puisque les hommes en ont peur!

 

Hugo dans cette poésie s’adresse aux abeilles d’or qui sont brodées sur le manteau qui appartenaint d’abord à Napoléon Bonaparte puis à Louis-Napoléon Bonaparte. Les abeilles se trouvent sur le manteau de l’empereur parce qu’elles sont, comme dans l’époque mérovingienne, l’emblème de l’Empire.

 

Non les abeilles de l'Hymette,[6]

Mais l'essaim noir de Montfaucon[7] ! "

 

Et percez-le toutes ensemble,

Faites honte au peuple qui tremble,

Aveuglez l'immonde trompeur,

Acharnez-vous sur lui, farouches,

 

Dans la premiére strophe le poète souligne la qualité primaire des abeilles: leur simple travail qui donne aux hommes un divine cadeau, le miel.Il éloge aussi les vertus des abeilles, il les appelle “guerrières” et “généreuses ouvrières”. Ensuite à travers un impératif, Hugo incinte les abeilles à s’envoler du manteau et à attaquer “l’immonde trompeur” mais il les invite à punir aussi les hommes qui acceptent la tyrannie.

 

Le manteau impérial, objet simbolique du pouvoir, devient le tremplin pour l’imagination. Les abeilles représentent le peuple français, à qui sont attribuées les memes vertus des abeilles: l’infatigabilité et la generosité.

Victor Hugo, avec cette poésie engagée, veut dénoncer la peur du peuple français qui l’a conduit à l’impassibilité, au contraire, selon Hugo, les françaises doivent se rebeller contre cette forme de pouvoir absolu.

 

Die Co-Evolution zwischen Biene und Blüme

Goethe wurde 1749 in Frankfurt am Main geboren. Goethe gehörte der literarischen Bewegung Sturm und Drang. Um 1770 setze diese neue Bewegung ein. Im Mittelpunkt dieser Bewegung stand die Natur, das Gefühl und die Phantasie. Die Natur ist fuer Goethe nicht nur ein Ausdruck von Gott (Pantheismus) und den Menschen identifizieren sich mit ihr im Streben nach Frieden.

 

Bienengedicht
Ein Blumenglöcklein vom Boden hervor

war fröhlich gesprossen im lieblichen Flor.

Da kam ein Bienlein und naschte fein -

- o die müssen wohl beide füreinander sein
.

Blüme und Biene haben sich im Laufe der Evolution aufeinander abgestimmt. Beide haben einen gemeinsamer Vorteil und sie eingingen eine gemeinsame Co-Evolution, da  die Bestäubung in beiderseitigem Interesse aufeinander optimierten. Die bedecktsamigen Blümenpflanzen erhöhen durch die Bienenbestäubung ihre Chancen auf eine erfolgreiche Fortpflanzung.

Alle ökologischen Systeme der Erde finden in Zusammenspiel mit den verschiedenen Arten statt und sind aufeinander abgestimmt. Tierreich und Pflanzenreich ergänzen sich. Alle Tiere sind auf Pflanzen angewiesen und Pflanzen zum Teil auf bestimmte Tiere.

Ein Beispiel für eine Symbiose findet sich in der Beziehung zwischen Bienen und Bluetenpflanzen. Die Bienen beitragen zum Erhalt der Pflanzenarten durch die Bestäubung und die Pflanzen liefern gleichzeitig durch dem Blüme Nektar Nahrung fur die Bienen. Ohne Bienen würde dem Menschen nicht nur der Honig fehlen, sondern auch ein wesentlicher Teil an Wild- und Kulturpflanzen. Ihre ökologische Bedeutung ist beträchtlich.

Bienen zählen weltweit zu den wichtigsten „Bestäubern“ und etwa 84 Prozent der einheimischen Blümenpflanzen sind auf Bienen angewiesen. Wäre die Biene nicht, würde vielen Tieren die Nahrungsgrundlage entzogen.

 

The birth of nature

 

Emily Dickinson was an American poetess of the second half of the 19th century. She was active during the Romantic and the Realistic periods of American literature, so in her works there are the typical Romantic themes of imagination, love, religion and death.

 

Emily wrote a lot of poems and the protagonist of most of her works are nature and things that belong to nature, such as animals, insects, plants and flowers.

She loved “nature’s creatures”, even if they are little and meaningless, because they are evidence of the divine happiness, harmony and simplicity of the natural world.

 

Bee! I’m expecting you!

Bee! I’m expecting you!

Was saying Yesterday

To Somebody you know

That you were due—

 

The Frogs got Home last Week—

Are settled, and at work—

Birds, mostly back—

The Clover warm and thick—

 

You’ll get my Letter by

The seventeenth; Reply

Or better, be with me—

Yours, Fly.

 

The fly, in the poem, sends a brief letter to the bee that is arriving. The fly describes the begginning of spring time: “The Clover warm and thinck”. While the plants are growing, the animals are coming back to their home and to their work: “The Frogs got Home last Week—Are settled, and at work—“

It seems that all nature is rising, however its awakening isn’t completed yet, only the bee is still missing.

In this poem bee is the symbol of spring, so with the bee’s return a new life begins. A lot of animals wake up from their lethargy and they start working for the next winter. In particular with the coming of the blooming’s flowers the bees start to search a new home and begin to work because they have to accumulate supplies.

 

Emily wanted to describe the amazing relationship between the bee and the nature, because the bee’s work, the pollination, allows the reproduction of flowers and plants, so the bee-flower combination is essential for the survival of our earth.

 

L'ape simbolo della necessità di salvaguardare l'ambiente

Fino ad alcuni anni fa era il panda ad essere universalmente conosciuto come l'animale simbolo della necessità di salvaguardare l'ambiente; poi nel 2006 è successo un fatto epocale che ha investito l'opinione pubblica come un ciclone: le api stavano morendo!
Allora il sindacato degli apicoltori francesi, davanti alla sede della Commissione Europea di Bruxellles, durante una protesta per la forte mortalità di alveari dovuta ad un potente insetticida, distribuì un opuscolo sul quale c’era scritta la celebre frase attribuita ad Albert Einstein (fu usato il suo nome solo per un motivo di efficacia mediatica):“Se l'ape scomparisse dalla terra, all'umanità resterebbero quattro anni di vita; niente più api, niente più impollinazione, niente più piante, niente più animali, niente più esseri umani".

Questa asserzione fece il giro di tutto il mondo perché sopraggiunse il timore che ciò che uccide la vita intorno a noi mette in pericolo anche la nostra stessa esistenza e in quanto la frase preannuncia uno scenario estremamente probabile: è così importante la funzione dell'ape per l'impollinazione delle piante che la sua scomparsa provocherebbe delle carestie di portata biblica.

Le cause di questa moria sarebbero dovute ai diserbanti e agli insetticidi, che quando furono creati riuscirono a rivoluzionare la storia dell’agricoltura sradicando l’uomo dalla terra. Essi portarono all’innesco della pratica della monocultura, la quale impone un uso massiccio di pesticidi per contrastare i parassiti delle piante. Pesticidi che però sono molto invasivi e potenti, in quanto distruggono il sistema nervoso degli insetti e persistono nei terreni senza degradarsi. Un metodo incurante dei cicli della natura.

Erano già molti anni, però, che l'ape era utilizzata come indicatore biologico dell'inquinamento ambientale grazie all'esorbitante numero di microprelievi (si stima intorno ai 10 milioni), che le api compiono giornalmente in un'area di circa 7 km2.  Questo perché all'interno di un alveare vivono circa 35.000 – 50.000 api operaie e di queste circa un quarto sono esclusivamente deputate a raccogliere nell'ambiente tutto ciò di cui la colonia ha bisogno per potersi sostenere e sviluppare, ovvero nettare, polline, propoli e acqua. Le api, quindi, funzionano come un sensore viaggiante che campiona gran parte delle componenti ambientali: suolo, vegetazione, acqua e perfino l'aria dato che le particelle di inquinanti si fissano sul suo corpo irto di peli durante il volo di andata e ritorno dall'alveare. Basta quindi analizzare le matrici presenti nell'alveare - nettare, polline, propoli, cera, api vive e morte - per avere un quasi perfetto screening degli inquinanti presenti in quell'ambiente.

Negli anni '80, il lavoro di monitoraggio ambientale da parte delle api evidenziò, addirittura, che alcune zone, dove era statisticamente accertata un'alta incidenza di patologie tumorali, soprattutto tra gli agricoltori, erano poi quelle dove maggiormente avvenivano morie di api; questo aprì la strada allo sviluppo della lotta biologica e integrata ai parassiti delle piante.

Ed ecco, allora, che le api, che fanno parte del “proletariato invisibile”, conquistano, sempre grazie allo status di animale fructuosus, la posizione di  ambasciatore di un importante messaggio per l'umanità, forse il più importante per il tempo a venire: l'urgenza di agire per la salvaguardia ambientale; lì dove le api non riescono a sopravvivere, quell'ambiente risulta insalubre anche per l'uomo e il moltiplicarsi di questi luoghi malsani mette a rischio la stessa sopravvivenza dell'umanità.

La Solitudine Dell'ape :
(testo e musica di Paolo E. Archetti Maestri e Alessio Lega)

Rosso come l'arancio spaccato.. sul muro

Intonato all'idea

Solitaria e porpora

 

Ogni tanto intravedi il futuro:

Soli nella marea

Una stella girovaga

E un'ape che brancola

 

L'alveare è una casa perduta distante

Che la precarietà

Come un vento malevolo

 

Ha coperto col suo diserbante

Sopra le fabbriche

Date al nemico

Di queste belle città

 

È la solitudine dell'ape

Mentre maledice la sua età

È una consuetudine che apre

Per la vita squarci di viltà

 

È la storia dell'ape operaia

Che bruciate le ali

Piange la solitudine

Che ci fa uguali

Tanto che la si può dire unità

 

 

“…Una narrazione per non lasciare sola l’ape e gli apicoltori nella lotta contro quel nemico moderno, intelligente, ma molto letale, che abbiamo contribuito, direttamente o indirettamente, a creare. Una narrazione per scoprire un piccolo mondo che vive accanto a noi e che regala a chi lo sa osservare preziosi consigli, per il presente e per l’avvenire.”

 

YOYOMUNDI

 



[1]Le poème Le manteau impérial de Victor Hugo est publié en 1853 dans le recueil Les Châtiments.

[2]Dans un texte de la Bible, l'épousée attend son bien-aimé qui cueille des lys. Cette fleur devint plus tard le symbole de la monarchie.

[3]Une légende veut que des abeilles se soient posées sur la bouche du jeune Platon (le grand philosophe grec) endormi.

[4]Empereur romain considéré comme un tyran

[5]Le roi Charles IX aurait contemplé le massacre des protestants le jour de la Saint Barthélemy du haut de son balcon.

[6]L'Hymette est une montagne des environs d'Athènes, renommée pour son miel.

[7]A Montfaucon était dressé le plus célèbre gibet de Paris. Les cadavres des pendus attirent les mouches

 

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