Presentazione del libro "L'apicoltura per tutti" dell'abate Warré

Mi sono imbattuto nell'arnia Warré quando, circa tre anni fa, ho voluto sperimentare personalmente cosa succede quando le api sono lasciate libere di costruire i favi del proprio nido. La domanda di cui cercavo la risposta era: se allevate in maniera più "naturale", saranno in grado loro stesse di dare una qualche risposta positiva sul versante della resistenza alle malattie?

Inizialmente cominciai a costruire la "mia" arnia, ma già alla prima stagione avevo capito che la presunzione di sapere lavorare con le api, o meglio, di conoscere bene il loro comportamento, "solo" perché avevo accumulato un'esperienza di 30 anni di lavoro nell'apicoltura cosiddetta razionale, era stata cattiva consigliera. Un disastro: i favi si rompevano, le api soffrivano, la varroa non dava tregua. Allora, con il capo cosparso di cenere, ho deciso di cominciare da zero, partendo per un viaggio di formazione in Sardegna dove, per fortuna, in alcune zone è ancora ben radicato l'allevamento delle api nelle tradizionali arnie di sughero. L'intento era capire cosa l'esperienza millenaria di allevamento delle api sapeva consigliarmi per non incorrere più negli errori iniziali. Contemporaneamente mi abbeveravo alla sorgente di  internet su ogni possibile notizia che poteva illuminarmi rispetto all'oggetto delle mie sperimentazioni.

Incrociare l'Arnia del Popolo ideata dall'abate francese Emile Warré, è stato inevitabile.

Ci sono persone che sono particolarmente lungimiranti, a mezza strada tra l'essere previdenti e preveggenti, e Warré senza dubbio lo era. Lo era non perché ideò l'arnia che è a fondamento di questo trattato; fosse solo per questo, lo si potrebbe ricordare al massimo come un buon conoscitore del comportamento delle api. E lo era veramente, perché aveva capito, con largo anticipo, che perseguendo la strada aperta da Langstroth, con l'introduzione della sua arnia, l’apicoltura sarebbe diventata presto affare di pochi apicoltori superspecializzati. E quindi creò e diffuse un metodo di apicoltura semplificato - il tema di questo libro - che potesse andare bene per tutti, perché tutti possano produrre il proprio fabbisogno di miele, e per diffondere il più possibile le api, perché il mondo ha bisogno di loro per l'impollinazione.

Nel prosieguo della mia esperienza ho popolato una trentina di arnie Warré e quindi alcune Top Bar Hive (un tipo di arnia che al tempo di Warré non esisteva, perché fu messa a punto negli anni '60 dello scorso secolo per cercare di rendere più produttiva l'apicoltura in Africa). Ora mi sto preparando alla prossima stagione estremizzando ancora di più il concetto di naturalità (mai del tutto raggiungibile) e semplicità. Dell'arnia Warré ammiro la bellezza, la semplicità costruttiva e la relativa economicità, se si eccettua il tetto che, però, ha il suo perché: nelle arnie a favo naturale, quest'ultimo, non sostenuto da un filo di acciaio, può crollare facilmente per l'eccessivo calore - e quindi un'efficace coibentazione della zona superiore è fondamentale; lo stesso Warré, però, ne dà anche una versione più economica e altrettanto sicura.

Mi piace poi perché è l'arnia che più di tutte rispetta ciò che l'ape realizza in natura: in essa le api possono costruire i favi partendo dall'alto e proseguendo il loro lavoro verso il basso; ha la forma che grosso modo avrebbe il suo naturale ricovero, il tronco di un albero; rispetta il normale flusso d'aria che c'è nell'arnia naturale, cioè senza alcuna comunicazione tra le zone interfavo, come al contrario avviene nell'arnia Langstroth o affini. Mi piace, inoltre, che per produrre miele non sia necessario aprire spesso l'alveare. Proprio per questo motivo però risulta abbastanza difficile combattervi la varroa - del resto sconosciuta al tempo di Warrè - perché non esistono molti principi attivi naturali che permettono di trattare le api senza dover aprire l'alveare. E non bisogna nemmeno credere a ciò che si legge in molti siti di apicoltura, cioè che allevando le api nelle arnie Warré (parlo di Ligustica, naturalmente) non c'è bisogno di controllare la varroa. Certamente qui essa si sviluppa più lentamente - per il fatto che sciamano liberamente, che producono molta meno covata e, soprattutto, che questa, di tanto in tanto, viene naturalmente bloccata - ma deve, in qualche maniera, essere tenuta a bada. Non amo, invece, il fatto che ogni volta che l'alveare è pieno, per aggiungere un corpo supplementare, si debba "smontare" completamente l'arnia. Questa operazione richiede molto tempo, ed è vero che può diventare un piacevole riturale, ma "abituato male" come sono con le Dadant, il lavoro mi sembra un po' troppo pesante. Malgrado questo continuerò ad allevare parte delle mie api nelle arnie Warrè, e ciò mi permetterà di valutare nel tempo la loro risposta alla varroa. Oltre a ottenere da loro miele, polline e propoli voglio infatti valutare come si comportano quando possono costruire la cera dei favi, generazione dopo generazione. Da alcune parti si legge, appunto, che man mano che procedono le generazioni e i favi vengono ricostruiti ex novo, questi hanno cellette sempre più piccole, fino ad arrivare alla misura, da molti agognata come limitante lo sviluppo della varroa, di 4,9 mm. Anzi, voglio provare a trasformare alcune Warrè secondo quanto ho visto fare ad alcuni apicoltori giapponesi che hanno tolto le barrette dei portafavo, lasciando le api libere di costruire ancora più liberamente i favi al loro interno. In questo modo l'arnia diventa sempre più difficile da aprire ma, beati loro, allevano un'ape resistente alla varroa, l'Apis cerana; per evitare la rottura dei favi - senza le barrette portafavo che fungono da "rompi tratta" essi sarebbero estremamente fragili - hanno introdotto alcune croci di legno, molto simili a quelle presenti nei bugni di sughero sardi (http://warre.biobees.com/japan.htm).

Ma veniamo alla domanda cruciale: si può fare reddito con l'arnia Warrè? Certamente no. Se questo è il fine dell'apicoltore, l'arnia Langstroth o la sua versione europea, la Dandant, è senza dubbio la migliore. È la migliore perché la colonia che vi è insediata mantiene, con l'aiuto dell'apicoltore (che di continuo toglie favi di covata e miele), un perpetuo stato giovanile di crescita. Quindi, se il parametro che si prende in considerazione è la produttività, non c'è paragone: la Langstroth o la Dadant sono le arnie migliori e, ne sono abbastanza certo, non potranno mai essere superate. Questo libro manterrà intatto il suo valore per tutti, con le innumerevoli informazioni utili al lavoro di qualsiasi apicoltore, ma non sarà il volume da tenere sul comodino come testo sacro, meglio allora Apicoltura all'abbazia di Buckfast, di Padre Adam.

Naturalmente, non basta acquistare un buon numero di arnie Dadant o Langstroth per diventare apicoltori capaci di fare reddito con le api. Sarà necessario partire con un lungo, difficile e impegnativo iter formativo, perché per fare gli apicoltori professionisti oggi bisogna essere dei superesperti. Se poi per la società umana sia utile arrivare a questo grado di specializzazione per produrre miele, è una questione che sarebbe molto interessante approfondire, ma non è questo il luogo per farlo.

Se il fine dell'apicoltore è, invece, allevare, fidandosi più delle api che di se stessi, al massimo una decina di alveari per produrre miele per la propria famiglia e, con il surplus, allietare la mensa di amici e parenti, allora l'Arnia del Popolo e, soprattutto, il metodo di lavoro descritto da  Warrè, è a mio avviso quello preferibile. Perché è semplice da seguire, perché l'arnia è facile da autocostruire e, se realizzata con legni di scarto, assolutamente la più economica; perché non necessita di essere aperta in continuazione (attenti alla varroa, però!), e anche perché si ha la sensazione di allevare le api seguendo la loro naturale inclinazione, senza stimolarle a produrre di più.

A dare valore a questa sensazione vale l'estrema docilità delle api allevate nell'arnia Warrè, che è possibile aprire senza troppe precauzioni: ideale se viene posta vicino alla propria abitazione. La raccolta - a proposito, si può tornare a torchiare i favi - sarà una festa, e oltre al miele sarà l'occasione di realizzare anche bellissime e profumate candele di cera vergine.

Sansepolcro, 13 gennaio 2013

Nota su internet

Nel mio sito www.bioapi.it ci sono alcuni link utili per capirne di più (anche se solo in parte).

Il piano costruttivo dell'arnia Warré si può scaricare liberamente da: http://warre.biobees.com/warre_hive_plans_metric.pdf;

A chi interessa la tradizionale apicoltura sarda fatta con i bugni di sughero, il video http://www.youtube.com/watch?v=D37qyIFqeXQ sarà sufficientemente informativo.

Altri siti internazionali di riferimento e discussione sono elencati su:

http://warre.biobees.com/index.html; http://thebeespace.net/warre-hive/;

http://www.flypiedrahita.com/blog/?p=431

 

 

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Commenti   

0 # davide.m 2015-08-25 16:11
Domanda da inesperto:per facilitare le operazioni sarebbe possibile modificare la warré sostituendo i listelli con telaini vuoti ad u rovesciata in modo che i favi non si attacchino alle pareti?
Sarebbe una via di mezzo fra un arnia razionale ed una warré!
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0 # Marco Valentini 2015-08-26 04:28
Naturalmente sarebbe possibile e, infatti, un apicoltore francese ha basato la sua azienda su un'arnia come la descrivi tu, onestamente, però, non ne trovo la motivazione. Diventa un ibrido che non ha veri vantaggi. Se si vuol fare reddito allora meglio da Dadant o la Langstroth, se si vuol lasciare alle api il compito di gestirsi il nido e semplificare al massimo l'apicoltura, meglio la KTBH. Questa ha il pregio di seguire lo sviluppo armonico nella costruzione dei favi (che nella warre' e' impedito dall'interruzione che si crea tra un corpo e quello sottostante) e, in più, permette di raccogliere miele anche da un solo favo.
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