L’apicoltura dal punto di vista delle api: esiste un modo più naturale di allevare le api?

L'11 marzo del 2011 sono stato invitato dall'Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Regioni Lazio e Toscana come relatore al convegno "L’Apicoltura Moderna in Pillole", questa è stata la mia relazione

Prima di esaminare la possibilità di dare corso ad un metodo più naturale di allevamento di api o, meglio, più consono alle loro specifiche caratteristiche comportamentali, è meglio analizzare che cosa è per loro cambiato con la moderna apicoltura:

1. La forma dell'alveare e la coibentazione: il tronco d'albero è ancora insuperato e, probabilmente, insuperabile.

2. La naturale propensione delle api a procedere, nella costruzione dei favi, dall'alto verso il basso: è innaturale mettere il melario sopra il nido perché loro se lo aspetterebbero sotto (ma lo si posiziona sopra perché le api preferiscono mettere il miele in alto). L'ideale sarebbe metterlo sotto al nido e aspettare, prima di raccogliere il miele, che le api abbiano spostato in basso la covata.

3. La libertà di auto-costruire i favi sia nella grandezza della cella (che in natura è molto più piccola di quella stampata nei fogli cerei) che nell'interfavo (che è molto più stretto di quello proposto nell'arnia a favo mobile).

4. La possibilità di allevare i maschi come desiderato e, soprattutto, di sciamare: impedire la libertà di procreazione, uno dei fondamenti della selezione naturale è insensato.

5. La gestione del microclima del nido. Infatti se i favi sono attaccati alle pareti dell'arnia, l’aria rimane imprigionata tra i favi, soprattutto se sono “a caldo”, ovvero paralleli alla porticina di volo come le api preferiscono costruirli: il tal modo le api sono facilitate nel mantenere il calore del nido. Nelle arnie a favo mobile i telaini lasciano degli spazi ai lati, ma anche in alto, dove fuoriesce il calore (senza dire cosa succede quando si apre l'alveare e quando si mette il melario!). Questo potrebbe (il condizionale è d'obbligo) influire anche su alcuni comportamenti delle api; infatti l’estrema mobilità dell’aria all’interno dell’alveare potrebbe interferire sulla trasmissione dei feromoni.

Una prima domanda sorge spontanea, come mai le api riescono a sopportare l’apicoltura cosiddetta razionale (moderna, globalizzata, decidete voi) se è così diversa da quello che loro preferirebbero? Perché, al contrario di quanto si dice, le api non sono degli esserini delicatissimi, ma tra gli animali più forti che vivano sulla Terra e, sia chiaro, se l’uomo smettesse di allevarle, in pochi anni, qualche decennio (nulla confrontato con i tempi dell’evoluzione dettati dalla natura), risolverebbero anche la questione varroa.

Perché, allora, alleviamo le api in un ambiente così ostile come sono le moderne arnie se loro preferirebbero qualcosa di diverso? Intanto perché i cambiamenti dell’apicoltura sono avvenuti a piccoli passi che sommati assieme hanno fatto il grosso cambiamento, per cui si fa fatica a rendersene conto; se il cambiamento fosse avvenuto tutto insieme, ne saremmo più consapevoli (questo è anche il principale motivo per il quale è estremamente difficile far digerire le arnie a favo mobile agli apicoltori dei paesi in via di sviluppo per cui, spesso e volentieri, i progetti apistici in questi paesi falliscono miseramente). È un pò quello che è successo con l’inquinamento ambientale, se fosse avvenuto tutto assieme, sarebbe stato inaccettabile; siccome è avvenuto in un centinaio di anni e più, allora ci sembra che nulla o poco sia cambiato e ce lo ha reso, tutto sommato, accettabile.

Poi c’è una questione se vogliamo egoistica: infatti con un’apicoltura più amichevole non si possono ottenere produzioni per alveare da record come con l’arnia a favo mobile; non è possibile neppure ottenere miele monofloreale “super puro” inoltre per produrre pappa reale e regine meglio dell'arnia a favo mobile non esiste nulla. Però poi, almeno, non diciamo ai quattro venti che senza di noi l’ape starebbe peggio.

 

I vantaggi

Diamo ora un veloce sguardo ai vantaggi che si ottengono con l’adozione di un alveare più adatto alle esigenze delle api che non a quelle dell’apicoltore.

L'indole: la prima cosa che salta agli occhi è l’estrema docilità delle api, rispetto a quelle che vivono all’interno di alveari a favo mobile. Spesso gli alveari possono essere aperti senza l’ausilio di affumicatore e guanti. L’altra caratteristica che è immediatamente percettibile, soprattutto agli occhi di un apicoltore esperto, è l’incredibile popolosità degli alveari. Probabilmente questo dipende dal fatto che a parità di spazio, nelle arnie dove le api hanno potuto costruire i favi in piena libertà, questi sono in numero maggiore (perché l’interfavo è minore) ed anche una maggiore densità di celle per dm2, in quanto sono più piccole. Questo è un punto senz’altro positivo per la produzione ma anche e soprattutto per la tolleranza alle malattie.

Vi è una migliore e più efficiente gestione del calore all’interno del nido (sia per i favi fissi, che per il melario posto in basso e il diminuito numero di visite) che comporta un minor dispendio di energia e, probabilmente, un miglior benessere generale. Il ricambio della cera è molto veloce e non c’è mai un favo che abbia più di un anno e questo è favorevole sia per mantenere una maggiore igienicità dell’alveare sia per la riduzione dei residui di molecole indesiderate nella cera.

A parità di miele prodotto, si ottiene una maggiore quantità di cera, di circa tre volte superiore.

Le ore lavorate per alveare sono decisamente minori di quelle che richiede un alveare a favo mobile. L’escludi regina diventa un accessorio inutile per cui la regina ha libero accesso ad ogni parte dell’alveare; l’arnia costa poco e non devono essere acquistati neppure i fogli cerei.

 

Cosa perdiamo ad effettuare un’apicoltura più naturale

Chi vuole effettuare un’apicoltura più amichevole nei confronti dell’ape, avrà estrema difficoltà ad allevare regine e produrre pappa reale; rintracciare le regine per sostituirle o per fare il blocco di covata. Anche produrre miele monofloreale, non è facile perché con questo alveare si può smielare solo una volta che la covata è scesa dal corpo più alto che contiene il miele. Infatti, il flusso nettarifero coincide con il periodo “deposizione uovo – sfarfallamento dell’adulto” ma è improbabile che scenda ad un ritmo così serrato da permettere il prelevamento dei favi che non contengano covata. Non è possibile produrre pacchi d’ape, e neppure utilizzare il soffiatore ed anche i trattamenti con i comuni prodotti antivarroa sono difficili da eseguire. Ad esempio non si può fare un trattamento con prodotti che devono essere somministrati telaino per telaino; le tavolette a base di timolo devono essere poste tra un corpo e un altro del nido; per la somministrazione di acido ossalico, invece, non sussistono problemi.

 

La sciamatura

L’impossibilità o, meglio, la difficoltà di contenere la sciamatura, potrebbe non essere un difetto in assoluto, soprattutto in questo momento in cui è un bene moltiplicare gli alveari. Infatti, gli apicoltori che usano gli alveari a favo mobile e fanno un’apicoltura professionale dedicano molto tempo per contenere la sciamatura, cercando di rallentare la naturale progressione della colonia togliendo api (con la produzione di pacchi d’ape) e/o asportando covata (per il pareggiamento delle famiglie e per la produzione di sciami artificiali) e distruggendo le celle reali. Mentre gli apicoltori che utilizzano le “arnie a favo fisso”, esattamente come nel passato, il loro tempo lo occupano raccogliendo gli sciami o, al massimo, sdoppiando le famiglie separando le due parti del nido. Insomma per i primi la sciamatura è una iattura, per i secondi, non dico una benedizione, ma senz’altro una caratteristica da salvaguardare. Se questo, poi, lo si mette in relazione ad una minore infestazione di varroa (anche di un terzo rispetto delle famiglie che hanno sciamato rispetto a quelle che non lo hanno fatto) il vantaggio risulta duplice. Anche il metodo di smielatura, che può essere eseguita praticamente solo con una pressa, potrebbe non essere visto come un difetto in assoluto perché si riducono i costi e si aumentano le quantità di sostanze insolubili presenti nel miele, soprattutto polline che da qualcuno potrebbe essere visto addirittura come una grande opportunità.

 

Varroa

Purtroppo esercitare un’apicoltura più aderente alle caratteristiche naturali dell’ape non elimina il problema della varroa benché, senza dubbio, lo mitiga. Chi afferma che le api libere di costruire i propri favi riescano a contenere la varroa, è in cattiva fede. Può essere invece, ma i dati in bibliografia sono contrastanti, che per motivi di microclima interno, per il fatto che costruiscono celle più piccole, per una maggiore sanità generale, un maggiore numero di api, una maggiore sciamatura e, quindi, un blocco naturale della covata, ecc. le api riescano a tollerare meglio la varroa, ma rendere superfluo il trattamento, senza il contemporaneo allevamento di regine che abbiano il carattere della tolleranza all’acaro, non è assolutamente possibile.

 

Le patologie dell’alveare

Una delle più frequenti contestazioni alla pratica di un’apicoltura più naturale, anche da parte di apicoltori professionisti che ben sanno qual è la maggiore causa di diffusione di malattie tra alveari, ovvero lo scambio di materiale biologico tra alveari diversi, è quello di non poter diagnosticare in tempo le malattie delle api. A prescindere dal fatto che le api si ammalano meno se lasciate in pace, se possono gestire da sole le malattie, se la cera viene sostituita frequentemente (ricordo, mai cera più vecchia di un anno), non è vero che non possono essere diagnosticate le patologie più gravi che sono quelle a carico della covata. Infatti è piuttosto semplice dare uno sguardo alla covata osservandola dal basso. Se, poi, è proprio indispensabile visitare un favo, questo si può fare avendo l’accortezza di tagliare il breve cordone di cera con cui le api attaccano il favo alla parete del corpo dell’arnia. Insomma, in tutto il mondo si stanno moltiplicando siti specializzati nati per informare coloro che vogliono seguire un’apicoltura maggiormente rispettosa delle api; evidentemente è un’esigenza sempre più sentita quella di avere un rapporto più amichevole con la natura: sarà perché sta crescendo la consapevolezza che tutto ciò che riguarda la Terra riguarda anche noi.

 

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