Viaggio in Africa, un primo resoconto...


Karibu! È la prima parola, ossia benvenuto, che senti da qualsiasi persona che ti saluta appena entri in questo lontano e grande continente. Il nostro viaggio è iniziato il 3 novembre 2014. Io e mio padre siamo partiti da Bologna la mattina presto per raggiungere il piccolo ma importantissimo aeroporto di Nairobi, Kenya. Appena arrivati le due sorelle Esther e Rose ci stavano aspettando.

Come prima cosa, abbiamo controllato che fosse arrivato il pacco mandato dall’Italia da Aboca S.p.A. società agricola, che conteneva il macchinario per separare il miele dalla cera. Purtroppo era tardi e il pacco era ancora in Mombasa. Allora le sorelle ci hanno fatto salire nella loro fuoristrada con la quale abbiamo raggiunto la congregazione Word Incarnate Sister che si trova nella periferia di Nairobi a Langata. Il nostro programma era di concentrare i primi incontri nei dintorni di Nairobi perché il 6 novembre saremmo dovuti andare ad incontrare Everlyn Nguku al centro di ricerca degli insetti e poi, di seguito, a Molo al Baraka College e, quindi, dai Pokot per vedere come stava lavorando il laboratorio di lavorazione del miele con i macchinari forniti da Aboca durante questi anni e, più in generale, tutto il progetto. Purtroppo, invece, dai Pokot non siamo più potuti andare perché in quei giorni si era creato un po’ di disordine (un eufemismo, ci sono scappati circa 70 morti, purtroppo!) tra le due popolazioni, i Pokot e i Turkana. In realtà è da molto tempo che tra di loro c’è tensione e rivalità. Ma in quei giorni la polizia, ritenendo che i Pokot avessero rubato del bestiame ai Turkana, avevano ripreso questo bestiame. I Pokot molto arrabbiati hanno ucciso dei poliziotti e da lì si è creata un sacco di tensione tra la popolazione e la polizia. Diciamo che non era proprio il momento migliore per la sicurezza e per andare ad insegnare come fare dalla loro apicoltura e un po’ di profitti.

Tanzaga collegeQuindi abbiamo deciso di lavorare da “casa” e andare avanti con il progetto tramite le due sorelle Esther. La prima Esther è la coordinatrice della congregazione in Africa ed colei che ha seguito il progetto con mio padre fin dall’inizio. Mentre l’altra Esther è più giovane, ma momentaneamente è lei che vive tra i Pokot e sa perfettamente come sta andando il progetto.

Il secondo giorno in Kenya, quindi, siamo andati a visitare il Tangaza College, l’università cattolica di Langata dove lavora Padre Pierli e siamo anche andati a pranzo con lui. Padre Pierli, che è originario di una cittadina vicino Sansepolcro dove ha sede Aboca, è stato colui che ha fatto conoscere la popolazione Pokot e la loro attività di apicoltori ad Aboca ed è stato, quindi, il primo riferimento organizzativo che mio padre ebbe, più di otto anni fa, grazie al quale il progetto ha visto la luce. Incontrarlo a Nairobi era d'obbligo e la sua conoscenza dei luoghi e della cultura africana è immensa e parlare con lui è stato di grande utilità.

Poi Esther ci ha portato a vedere un po’ di animali selvatici, tra cui coccodrilli, babbuini, giraffe, zebre ed elefanti. Inoltre abbiamo fatto la visita della casa della congregazione dove alloggiavamo, che praticamente è una piccola fattoria. Hanno mucche, conigli, pecore, capre, galline, due vasche per i pesci, orto, una piccola serra. Esther ci ha comunicato la sua volontà di mettere delle arnie nella fattoria e di voler insegnare alle sorelle come fare apicoltura, nonostante la loro grande paura a causa delle punture. Mio padre ha spiegato ad Esther che forse era meglio mettere quattro Kenya Top Bar e quattro arnie Langstroth, così da utilizzare il piccolo apiario anche a fini didattici.

Il terzo giorno abbiamo cominciato veramente a parlare di apicoltura. Siamo andati a visitare l’Istituto Nazionale di Apicoltura, ente del Ministero dell'agricoltura.

E’ una struttura molto semplice e spartana. All’interno ci sono alcune aule e uffici, un piccolo negozietto dove si può comprare del miele, la cera, la propoli e alcune creme di loro produzione, un laboratorio di smielatura. Appena arrivati siamo andati a seguire una lezione nell’apiario che stavano tenendo in quel momento. Nell’apiario avevano due tipi di arnia, la Box (una specie di Langstroth, ma con le barrette tipo KTBH al posto dei telaini) e la Kenya Top Bar Hive.

Il quarto giorno siamo andati all’ICIPE per incontrare Everlyn Nguku. Evelyn mio padre l’aveva conosciuta durante un simposio di Apimondia dedicato all'apicoltura biologica in Italia. ICIPE è un istituto di ricerca per lo studio dell’ecologia e della fisiologia degli insetti. Il 3 novembre è stato inaugurato il centro di ricerca sulla salute delle api, finanziato dall’Unione Europea. Il centro è completamente nuovo, provvisto di tutti i tipi di laboratori (vedi foto). All’esterno ci sono degli orti e due piccole serre dove vengono coltivati pomodori.

Evelyn ci ha spiegato che l'African Reference Laboratory for Bee Health è un progetto di tre anni che è suddiviso in molte parti. Tra le più importanti c’è quella di andare nelle comunità locali ad insegnare alla popolazione come fare apicoltura, lavorare i prodotti e infine venderli. Tutti i prodotti sono conferiti all’istituto e poi vengono venduti, specialmente all’estero o nei supermercati locali. Oltre a questo aspetto un po’ più commerciale, il progetto consiste anche nella ricerca per migliorare la salute delle api. Infatti è stato possibile visitare i laboratori di analisi del miele, sulla varroa e i virus che porta, sui pesticidi, ecc.

Durante la formazione che fanno alle comunità, insegnano ad usare l’arnia Langstroth perché dicono che sia più facile per le donne lavorare con essa e poi anche raccogliere il miele e lavorarlo. Inoltre, il loro obbiettivo è anche quello di aumentare la produzione di miele e si sa che con le arnie moderne, la produzione del alveare è maggiore. Almeno nel periodo breve. Diciamo che il loro ruolo principale è proprio quello di creare tutta la catena che parte dal produttore di miele (l’apicoltore) e finisce con il vasetto di miele sulla tavola del consumatore. L’istituto lavora anche con la certificazione biologica kenyana Kenya Organic Agriculture Network. Inoltre molto interessante è che in questo momento stanno svolgendo una ricerca per ricavare da una pianta un tipo di pesticida completamente naturale.

Il quinto giorno invece siamo andati al Barka College for Agriculture. Completamente immerso nel verde, è un college gestito dai francescani e prevede un percorso di studio impostato sulla sostenibilità ambientale. All’interno dell’area apicoltura, c’è una divisione tra business e sviluppo. Naturalmente la parte del business comprende la produzione di beni, come il miele, la propoli e la cera che possono poi essere rivenduti. Mentre la parte di sviluppo comprende l’area d’insegnamento. Parlando con il professore di apicoltura abbiamo raccolto alcuni dati sul comportamento delle api. Le api sciamano due volte in un anno, il primo periodo è a ottobre/novembre mentre il secondo è a giugno/luglio. Naturalmente dipende molto anche in che parte del Kenya ti trovi e dal clima. Solitamente tendono a sciamare quando le piogge finiscono e ritorna il caldo. Verso marzo/aprile la colonia comincerà a formarsi. Per quanto riguarda le arnie, all’interno della scuola usano sia Langstroth che KTB. Però ci è stato detto che il 75% degli apicoltori in Kenya utilizza quella tradizionale e che ha buoni risultati in luoghi dove il clima è caldo e umido. L'escludiregina non viene utilizzato, naturalmente, nelle arnie tradizionali, nella KTBH non è necessario perché le api dividono abbastanza nettamente la parte dell'arnia dove la regina cova da quella dove le operaie stoccano il miele. Oggi è più facile avere miele purificato da altri prodotti. Poche persone, sempre secondo il nostro interlocutore, possono permettersi la Langstroth hive. I nutritore viene usato raramente e solo da alcuni in stagioni particolari e se si vuole produrre pappa reale. Mentre per il polline non c’è ancora mercato.

Il sesto giorno ci siamo rimessi in viaggio verso Nairobi. Nel pomeriggio siamo andati a vedere le arnie montate nella fattoria e abbiamo apportato alcune modifiche, visto che la KTB era messa al contrario e i bastoni che la sorreggevano tappavano le fessure di entrata nell’arnia. Ci siamo anche accorti che le misure non erano giuste e quindi abbiamo detto ad Esther che era meglio se chiamava la casa produttrice per rifarle.

Il settimo giorno ci siamo incamminati verso la Tanzania, sempre in auto, per partecipare al Simposio Apiafrica di Apimondia; siamo stati 6 ore in viaggio nella savana sotto il sole. Faceva un caldo allucinante. La frontiera tra il Kenya e la Tanzania è allucinante, niente lì somiglia all’Europa. Però abbiamo attraversato la terra dei Masai, dei luoghi fantastici, che avevo visto solo in qualche documentario televisivo.

Arrivati ad Arusha siamo subito andati a registrarci al centro conferenze e abbiamo fatto bene perché la reception, non proprio ben organizzata, era stata presa d'assalto dai partecipanti. Una festosa bolgia che non immaginavamo. Credevamo che la partecipazione degli africani sarebbe stata bassa, ci sbagliavamo di grosso!

La differenza tra le due città, Nairobi e Arusha ci appare chiara ai nostri occhi. Arusha sembra molto più ricca, almeno per i posti che siamo riusciti a visitare. La sera siamo andati ad un ristorante etiopico.

L'ottavo giorno è iniziato il congresso di Apimondia sull’apicoltura in Africa.

La conferenza si è aperta con il discorso del primo ministro della Tanzania. Il primo ministro durante il suo discorso ha espresso con molta enfasi il suo desiderio di aumentare il potenziale della Tanzania nel mondo dell’apicoltura. Secondo i dati della FAO riportati da lui, in Africa l’Etiopia è al primo posto per numero di alveari e produzione di miele con 35 tonnellate per anno, mentre la Tanzania è al secondo posto con 34 tonnellate. Secondo lui il problema della Tanzania è che ancora non sono ben organizzati, soprattutto per introdurre questo prezioso alimento nel mercato. Vorrebbero anche riuscire a raggiungere con il loro miele l'Europa, ma sicuramente serve ancora molta organizzazione. Soprattutto per la cera, dichiara, che il mercato sarebbe grandissimo. Inoltre ha rimarcato l’importanza delle api per l’agricoltura, come esse siano in uno stretto collegamento sinergico. Ha dichiarato che ci dovrebbe essere uno sviluppo più sostanziale delle cooperative per aiutare le comunità locali.

Dopo il primo ministro ha fatto una breve presentazione sui problemi che le api e l’apicoltura sta passando in questi anni il presidente di Apimondia, Gilles Ratia. Secondo la sua esperienza, le api stanno affrontando molti problemi tra cui i cinque i più importanti sono: la mortalità delle colonie, l’adulterazione del miele, le strette regolamentazioni, i costi elevati di produzione o il minore interesse dei giovani per l’apicoltura. Il presidente di Apimondia ha poi sottolineato che la prima causa di tutto questo è il modo intensivo con cui vengono gestite le api e come l’uso di pesticidi in agricoltura stia peggiorando la situazione. Sicuramente la stretta connessione tra agricoltura e apicoltura sta avendo un risvolto negativo sulla popolazione mondiale delle api. Più si usa va verso il tipo di agricoltura intensivo e monocultura, e più le api avranno minore disponibilità di diversità di polline e quindi di cibo. Per non parlare di tutte le sostanze tossiche che prendono dal nettare della pianta trattata chimicamente. Ormai la cera dei paesi occidentali è quasi tutta contaminata con queste sostanze che vengono sia date alle piante coltivate che date alle api come medicina contro pesti o virus. Sicuramente i problemi sono multifattoriali e c’è una sinergia tra quest’ultimi. Per non parlare dei problemi futuri che dovrà affrontare l’apicoltura come le nuove generazioni di pesticidi che saranno sempre più potenti, le nanoparticelle e le sostanze radioattive. Secondo il presidente di Apimondia le soluzioni sono: l’omologazione di nuovi prodotti, la gestione degli apiari sotto standard biologici, una migliore selezione della razza e delle regina per creare una ape resistente alle malattie e ai parassiti. Per dare un taglio all'adulterazione del miele, è necessario l’entrata in vigore di nuove regole.


Il primo relatore è stato Micheal Allssop, dell'Istituto della ricerca sulla protezione delle piante dell'Università di Stellenbosch, Sud Africa. La sua relazione ha presentato la differenza tra apicoltura tradizionale e quella professionale, moderna e commerciale in Africa. Il tipo di apicoltura tradizionale in Africa è rappresentato dall’uso di alveari senza telaini e il miele non si può facilmente estrarre. È un tipo di apicoltura estensiva. Le popolazioni di api sono naturali. Il livello di malattie è molto basso e le colonie sono più piccole. Non percorre grandi distanze e non sono esposte alle malattie. Producono grandi quantità di cera. Gli svantaggi sono il controllo delle pesti e delle malattie, la loro diagnosi e il trattamento. La produzione di miele non è altissima ed è molto difficile utilizzare le colonie per l’impollinazione commerciale in quanto non si possono muovere. Sono delle colonie che migrano naturalmente dove c’è approvvigionamento e se su un area si trovano troppe colonie e manca il cibo tendono a migrare (absconding). Il miele non è della migliore qualità perché la concentrazione di acqua è spesso troppo alta. L’apicoltura professionale invece è caratterizzata da alveari con telaini estraibili. Si possono controllare le varie malattie e pesti. Si può estrarre facilmente il miele e riutilizzare i telaini. La produzione è più elevata. Le colonie vengono spostate più volte in luoghi diversi, in dipendenza nella disponibilità di cibo. Alle api viene dato da mangiare quando non c’è nel caso manchi loro nettare naturale e così si riduce la loro voglia di migrare. La qualità del miele è migliore. Il problema sono i costi per combattere le pesti e le malattie. Alla fine della presentazione, il relatore si è posto la domanda se bisogna promuovere in Africa un tipo di apicoltura professionale; la sua risposta è stati si, anche se è importante trovare un modo per lasciarla il più naturale ed estensiva possibile. Al
contrario, il relatore che lo ha seguito, Wolfgang Ritter, Dell'Istituto di Chimica e Veterinaria di Freiburg/Germania, ha sostenuto una tesi completamente opposta. Secondo Ritter, appunto, in Africa si dovrebbe promuovere un tipo di apicoltura tradizionale. Il suo punto focale è stato quanto questo tipo di apicoltura abbia aiutato le api africane a diventare resistenti alla Varroa e l’Aethinia che oggi sembrano le maggiori minacce nei mondi industrializzati. Secondo Ritter, in USA appena gli apicoltori smetteranno di trattare le api, le colonie moriranno subito. Secondo uno studio di Yves le Conte del 2008, se smettessero di essere trattate le api che vivono in modo naturale e senza gestione dell’alveare potrebbero vivere da 6 fino ai 14 anni senza trattamenti. Uno dei principali problemi dell’apicoltura europea, è che gli apicoltori cercano di prevenire le sciamature, mentre in Africa avvengono molto spesso e questo ha creato un’ape più resistente. Il vantaggio della sciamatura è quello di avere una nuova colonia, che è meno infestata di varroa e nella colonia madre ci sarà anche qui meno varroa e questo riduce l’infestazione del parassita e naturalmente anche i virus portati da essa. Secondo uno studio condotto dallo stesso Ritter, se si mettono lo stesso numero di api in un arnia più piccola, queste avranno un livello di infestazione minore che in un arnia maggiore. Il vantaggio delle arnie piccole è nella maggiore tendenza alla sciamatura, un miglior comportamento igienico, minori virus infettivi, e una popolazione di varroa minore. In conclusione l’Africa può evitare la perdita di colonie continuando a seguire un tipo di apicoltura tradizionale e che non dovrebbe guardare all’Europa e all’America del Nord come esempio per l’apicoltura.

Pensiero personale: l’Europa, come aiuta tanto gli agricoltori, potrebbe dare dei sussidi agli apicoltori per aiutarli con le perdite che avrebbero nel caso tutti decidessero di promuovere un’apicoltura che seleziona un’ape resistente. Questo richiederebbe l’uso di arnie più piccole e di lasciare le api sciamare liberamente. Naturalmente, però, le perdite sarebbe grandissime e quindi potrebbe intervenire l'Europa con un aiuto dall’esterno. Visto che l’apicoltura è fondamentale per l’agricoltura e per l’Europa sembra l’unica cosa importante, forse dovrebbero mettere più impegno ad aiutare gli apicoltori ad aiutare le api.

Ad oggi i trattamenti contro la Varroa in Africa, nella maggioranza dei casi, non vengono fatti proprio perché circa 20 anni fa quando la varroa è entrata in Sud Africa, l’ape lasciata vivere in modo completamente naturale (non allevata) è riuscita a selezionarsi. Oggi le api africane vivono benissimo con la Varroa, così come con l’Aethinia, molto probabilmente l’unica conseguenza di questa coabitazione è una minore produzione di miele. Ritter dice che dovremmo imparare molto di più dall’apicoltura africana che da quella occidentale, che magari riesce a produrre più miele, ma i costi per trattare le api sono elevatissimi.

Pensiero Personale: una donna ha raccontato la sua esperienza dopo questi due interventi, ha detto che lei possiede degli alveari che si trovano vicino a dei campi di girasoli e mais. Naturalmente in questi campi l’agricoltore fa uso di pesticidi. Ha chiesto, come fa lei a evitare che le api prendano il nettare di queste piante? Io mi chiedo come sia possibile che una persona possa semplicemente essere messa nella posizione di poter decidere di cambiare casa perché gli altri usano sostanze tossiche e nocive per lei e le api. Cosa può veramente mai fare una persona? Un’agricoltura senza pesticidi dovrebbe essere legge. Dovremmo propagandare e lottare per un ambiente, un’agricoltura e un’apicoltura conforme alle leggi naturali. Tutti abbiamo il diritto all’aria e all’acqua pulita. Non è giusto che per il profitto di una persona, le altre soffrano. Sicuramente in Africa dovrebbero concentrarsi meno sul profitto e non volere solo quello dall’apicoltura. Ma volere delle api sane e felici, come le persone.

Quasi tutto il dibattito di quel giorno e dei giorni seguenti la conferenza si è misurato proprio su queste due presentazioni. Su che tipo di apicoltura debba intraprendere l’Africa per essere "successful" ma a lungo termine. Molto interessante è stata anche la presentazione di Janeth Lowore, di Bees for development. Ha introdotto e spiegato che cos’è l’apicoltura nella foresta e il suo futuro come un sistema sostenibile di utilizzo della terra. Per la relatrice non bisogna chiederci quale sistema porta più profitto, ma quale sistema è più sostenibile. L’apicoltura fatta nella foresta è estensiva. È molto importante perché le api riescono a cibarsi di un tipo di nettare che è completamente naturale e diversificato. Anche per le popolazioni che vivono nella foresta, è molto più semplice portare avanti un tipo di apicoltura naturale. Perché per loro non c’è nessun costo nel costruire le arnie, che sono completamente prodotte con materiali che la natura fornisce loro. Allo stesso modo il nettare che le api prendono è completamente offerto dalla natura e non c’è bisogno di dare da mangiare alle api, perché hanno già il miglior cibo che possono avere. Anche se l’uso delle Barkhives (arnie tradizionali) non è sostenibile per l’utilizzo eccessivo dello stesso tipo di albero, il metodo risolutivo non è limitare l’utilizzo di queste arnie tradizionali ma di piantare più di questi alberi. L’unico aiuto che possiamo dare agli apicoltori che vivono nella foresta è un aiuto di tipo pratico. Magari dargli gli strumenti didattici per imparare come prendere il miele dalle arnie oppure come costruire un arnia. Ma in realtà, poi, loro hanno già tutte le conoscenze per mandare avanti un tipo di apicoltura che porta sia un profitto per la famiglia e allo stesso tempo è sostenibile per l’ambiente e per le api.

Durante la conferenza abbiamo anche ascoltato relazioni sulle api senza pungiglione e delle proprietà benefiche del miele contro ferite.

È stato molto interessante sapere come il miele prodotto dalle api senza pungiglione ha un contenuto in acqua del 24-25%, ma nonostante questo non fermenta, almeno non nei 6 mesi dopo la produzione. Purtroppo ancora oggi non si sa come mai, quali siano le sostanza all’interno di questo miele, che non lo fa fermentare. Sicuramente sarebbe interessante mandare avanti più ricerche su questo argomento.

Invece il Prof. Marcel E. Durieux, Della Scuola di Medicina dell'Università della Virginia (USA), ha parlato delle proprietà curative del miele. Su questo argomento sono state fatte molte ricerche nel tempo, in primo luogo di laboratorio, dai quali si è scoperto che il miele riesce ad uccidere batteri e funghi, ma questi tipi di studi non possono dire se veramente poi il miele possa funzionare sui pazienti. Mentre gli studi clinici vengono fatti proprio su persone e pazienti.

Nei primi tipi di studi si è scoperto che il miele è tossico per i batteri e funghi anche a basse concentrazioni. Il motivo è l’alta concentrazione di zucchero, l’acidità perché contiene molti composti acidi, e composti chimici specifici come il perossido di idrogeno, beefensin-1 (proteina che si trova nel nostro corpo) e methylglyoxal. Ogni miele è diverso, ha una concentrazione diversa di queste sostanze. Per esempio il Manuka honey ha una alta concentrazione di methylglyoxal. L’importanza del miele in questo campo, riede nel fatto importantissimo che può combattere i batteri senza creare resistenza, al contrario degli antibiotici. Ma generalmente i mieli medicali sono o leggermente migliori di quelli normali o per niente.

Alla fine del congresso, siamo stati molto contenti nel sentire il discorso del ministro delle risorse naturali, il quale ha dichiarato che già dalla settimana seguente il governo avrebbe progettato un’organizzazione di apicoltori e che avrebbero scelto un apicoltore e una apicoltrice come persone per dirigere questa organizzazione. Oltretutto ha dichiarato che cercheranno di non trattare la varroa e altre malattie, cercando di portare avanti un tipo di apicoltura il più possibile tradizionale e naturale.

La mattina dopo la fine del congresso, siamo tornati a Nairobi e nel pomeriggio papà e Esther hanno parlato a lungo dei progetti che vorrebbero portare avanti tra i Pokot, e a Langata, nella fattoria legata alla congregazione. 

StampaEmail

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

Bioapi il portale di apicoltura biologica e naturale

Logo Bioapi

Bee Radio Podcast