Presto disponibile un libro per chi utilizza le top bar

Tra pochi giorni sarà disponibile, tradotto in italiano, il libro di Christie Hemenway "L'apicoltore consapevole - Guida all'apicoltura naturale con arnie top bar" edito da WBAbooks. Mi è stato chiesto, dall'amico Paolo Fontana, di scrivere una presentazione. Eccola:

Non credo che un'arnia possa salvare la vita delle api.

Sono almeno cinque anni che partecipo a un progetto la cui finalità è stabilire se sia possibile trasferire in un'azienda apistica dei modi di allevamento più consone al comportamento naturale delle api e per questo ho avuto modo di valutare quale arnia sia più "a misura" d'ape; speriamo così di ottenere un qualche vantaggio sul versante della resistenza alle malattie. Il risultato più apprezzabile che finora abbiamo ottenuto è scoprire che l'ape è così adattabile che "dove la metti, sta", addirittura nelle arnie a favo mobile che sono tra le più innaturali mai ideate. Tutto sommato questo risultato era abbastanza prevedibile perché se alle api, per salvarsi la vita dall'aggressione delle malattie (prime tra tutte la Varroa), fosse bastato trovare un qualche ricovero a loro confacente, allora i nostri boschi sarebbero ancora popolati da innumerevoli colonie.

Dico questo perché, seppure per un motivo apprezzabile - salvare le api da un declino che pare inarrestabile - in questi ultimi anni riscontro un gran fiorire di modelli di arnie di ogni tipo, dalla Warré alla cosiddetta Perone che, secondo la mia esperienza, da sole poco possono offrire al benessere della colonia. Soprattutto se, per il solo fatto di averle adottate, si crede di poter far a meno dei trattamenti contro la Varroa. Il rischio è che, a causa della sopravvalutazione delle capacità dell'arnia, si lasci la colonia a se stessa facendola morire e, ancor peggio, innescando una pericolosissima re-infestazione degli alveari vicini che, seppur correttamente allevati, rischiano per questo anche loro la morte.

Se le colonie di api, grazie all’uso di arnie che concedono loro la possibilità di costruire i favi totalmente in maniera autonoma - con il risultato finale di riuscire gestire liberamente il nido - ottengono un piccolo vantaggio in fatto di tolleranza alla Varroa è probabilmente perché, il più delle volte, il popolamento dell'arnia avviene con uno sciame naturale che notoriamente ha notevolmente molta meno Varroa di un alveare che non si è diviso. Questo avviene anche, seppure in misura minore, se si popola la propria arnia "naturale" con un pacco d'api. Inoltre, in questi alveari è più difficile attuare pratiche di soppressione della sciamatura e di stimolo della regina a covare, rispetto ad alveari a favo mobile. Infatti, in questi ultimi, quando si inserisce un melario con favi già costruiti (quasi impossibile in quelle a favo naturale) nel momento in cui arriva il raccolto, le api lo depositano nel melario, lasciando liberi i favi del nido per la deposizione delle uova. Invece, nelle arnie in cui le api devono, per stoccare il miele, costruire nuovi favi, man mano che nascono le api, una parte delle celle è riempita di miele, riducendo così lo spazio per la covata e, conseguentemente, lo sviluppo della Varroa.

Insomma, le api che popolano questo tipo di arnie, come la Top bar il cui impiego è così ben descritto in questo delizioso libro, traggono vantaggio dal fatto che l'apicoltore può interferire poco nella loro vita; ed è per questo motivo che preferisco la sua versione più semplice: "quattro assi inchiodate" con apertura sul lato corto e al massimo un nutritore/diaframma (necessario in climi freddi per limitare la "zona nido" durante il periodo freddo). Solo l'essenziale per allevare le api, ottenere un po' di raccolto e assicurare un futuro in buona salute alla colonia con un semplice trattamento contro la Varroa. In questo modo chiunque, spendendo neppure cento euro per la sola attrezzatura necessaria ad aprire gli alveari (vestiario, leva e affumicatore) per ridurre il rischio di punture (tra l'altro molto rare per la proverbiale mansuetudine delle api allevate in queste arnie) può produrre il miele per casa, semplicemente pressando i favi con le mani: slow apicoltura a chilometri zero.

Tuttavia c'è un'altra ragione per cui amo sempre di più l'arnia Top Bar e ciò ha a che fare con la biodiversità. Per questo devo ringraziare Paolo Fontana presidente del World Biodiversity Association onlus, che mi ha aperto gli occhi sui rischi cui andiamo incontro quando la biodiversità diminuisce.

L’arnia Top bar, grazie alla sua semplicità costruttiva, facilità di manipolazione delle api e al fatto che permette di auto-prodursi miele senza l'acquisto di attrezzature, permette di togliere le api dalle sole mani di noi apicoltori professionisti. Non c'è nulla da fare, se le api si allevano per reddito, molti di noi cercheranno ogni strada per massimizzarlo. Una di queste è la scelta, che ultimamente sta abbagliando una larga fetta di produttori professionali, di allevare nei propri alveari ibridi commerciali, nella speranza effimera (si ottiene, a volte, solo nella prima stagione) di una maggiore produzione e di minor lavoro per ottenerla.


Gli apicoltori hanno da sempre provato a selezionare un'ape più produttiva e docile. Tuttavia, fino a una trentina di anni fa, in altre parole prima dell'avvento della Varroa, che ha pressoché distrutto tutte le colonie naturali, ogni tentativo di selezione spinta, era mitigata dalla grande quantità di alveari naturali che popolavano tutta l'Italia. Poiché la fecondazione della regina avviene in volo, l'esercito di fuchi, con elevate caratteristiche di rusticità nati nelle colonie naturali, aveva un'alta probabilità di accoppiarsi con le regine uscite dalla selezione artificiale.

Con l'arrivo della Varroa, le colonie naturali sono in pratica state annientate dal parassita, e ora la pressione selettiva la fa soltanto l'apicoltore. 

Ciò sta portando, ed ecco il punto, a una rapida distruzione della biodiversità: in poco tempo si finisce per allevare soltanto pochissime linee, solo quelle credute più capaci di incrementare il reddito dell'apicoltore.

Tuttavia, se l’apicoltore tiene conto solo del reddito che gli può arrivare dall’allevamento di una colonia di api, può credere opportuno sostituire gli ecotipi locali che albergano nei suoi alveari, solo perché percentualmente meno produttivi, con ibridi commerciali che sono il massimo dell'instabilità genetica. Spesso si tiene poco conto dei danni che il lavoro di selezione arreca all’equilibrio naturale, dimenticando che gli ecotipi locali sono il frutto di una millenaria relazione uomo – ape. L'"inquinamento" genetico che si nasconde dietro l'adozione d'ibridi commerciali non concede ripensamenti, ci vorranno innumerevoli anni di ripristino della selezione naturale per ristabilire la situazione precedente. È, questa, una visione cieca e legata solo alla gestione del presente. Per ottenere qualche chilo di miele in più (e si potrebbe arrivare alle stesse performance con un buon lavoro di preparazione primaverile degli alveari), si entra in una spirale che obbliga, se si vogliono mantenere nel tempo le produzioni dell'ibrido a non potersi affidare alle generazioni future della regina ibrida (per sciamatura o per sostituzione). Insomma, per qualche potenziale chilo di miele in più oggi, si distrugge della preziosa biodiversità che una volta persa non sarà più recuperabile. Se, in seguito, si dovesse decidere di non far più ricorso ai selezionatori d'ibridi per rifornirsi di api regine, la produzione crollerebbe notevolmente sotto a quella ottenuta oggi con l'allevamento degli ecotipi locali che si è deciso di sostituire.

E allora, cari lettori, se avete il libro di Christie Hemingway tra le mani interessati all’autoproduzione di miele, sappiate che non solo questo è possibile, in maniera economica e senza dover diventare per forza dei super esperti di apicoltura, ma che potrete entrare a far parte di un progetto ancora più ampio e d'interesse collettivo di recupero della biodiversità. Basta soltanto prendervi cura delle api che il caso vi ha donato e cercare di non cadere nella tentazione delle sirene della produttività che vi prometteranno raccolti da favola. Dentro ognuna delle api svolazzanti del vostro alveare intenta a portarvi qualche milligrammo di nettare, c’è un patrimonio genetico d'inestimabile valore degno della vostra considerazione.

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Commenti   

0 # Giuliano Balzi 2015-10-23 06:55
buongiorno ragazzi,
il libro già è in vendita, l'ho comprato alla fiera di Lazzise e già letto tutto.
E' molto interessante anche se non aggiunge molto a ciò che già ho letto qui ed in generale su internet.
comunque lo cosnsiglio.
ciao Giuliano
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0 # Leone 2015-10-06 14:48
Bisogna resistere alle tentazioni.
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0 # ENRICO FRAVILI 2015-10-06 08:20
Non vorrei peccare di superficialità o presunzione ma stiamo assistendo, con questa "genetica spinta" sulle api, allo stesso fenomeno della produzione di semi ibridi per i cereali. E' vero che grazie al lavoro di gente come Strampelli abbiamo aumentato la produzione per ettaro di grano. E' altresì vero che ormai sono le multinazionali a dettare legge su tutta una serie di cose. Il discorso sarebbe lungo assai ma quello che vedo appena sotto la linea dell'orizzonte mi piace molto poco. Enrico - Agronomo, apicoltore ( che deve ancora studiare tanto)
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0 # Marco Valentini 2015-10-06 09:51
Quoto!
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0 # MaxVisintin 2015-10-06 07:23
Ciao! Seguo con interesse il tuo lavoro. Personalmente non sono attratto dall'arnia top bar, se non per pura curiosità personale, ma difficilmente cambierei il mio parco arnie per passare a questa tipologia. Credo che non sia l'arnia che rende un apicoltore consapevole, ma la sua sensibilità, la sua formazione. Cosa ne pensi? I vantaggi dell'arnia top bar (ovvero le minori interferenze dell'apicoltore) possono essere applicati anche alle classiche dadant. Se c'è una cosa che ho imparato è che le api meno le tocchi meglio stanno, ma uso le dadant per comodità, perchè comunque l'uso dei melari ti permette un raccolto diciamo da reddito, perchè sono facili da gestire e trasportare nel caso di necessità, ma si possono benissimo ridurre le visite e le interferenze come se fossero delle top bar. E le api son mansuete, produttive, le famiglie son popolose e forti.
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0 # Marco Valentini 2015-10-06 09:50
Grazie Max del tuo intervento garbato!
Naturalmente hai ragione, non è l'arnia che fa l'apicoltore consapevole e premuroso. Del resto, anche noi il reddito lo facciamo con delle Dadant; ed infatti il mio consiglio è di utilizzarle solo se si vuol fare autoproduzione (con pochi alveari meglio le KTBH che non hanno bisogno di nessuna spesa per allevarle, se non maschera affumicatore e leva); sulla mansuetudine, ti ricrederesti...
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+2 # MaxVisintin 2015-11-10 10:57
Ciao Marco, ho letto il libro. Molto interessante da certi punti di vista, da altri mi è sembrato un po' troppo facilone. Quando indica che contro la varroa basta lasciare alle api la libertà di costruire le celle come vogliono e semmai un po' di zucchero a velo mi sa che pecca veramente di faciloneria. Le warrè (che hanno favi naturali) che collassano per la varroa sono la regola. Comunque dal prossimo anno, nell'apiario di quarantena dove tengo gli sciami recuperati, probabilmente sperimenterò una topbar modificata per potervi applicare il melario e l'uso del favo naturale.
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0 # Marco Valentini 2015-11-10 17:58
Ciao Max.
Considera che negli Stati Uniti hanno delle api, le russian bee ma anche le VSH che sono, in qualche misura, resistenti alla varroa. Inoltre in alcune zone hanno dei climi più favorevoli del nostro ad una più lenta moltiplicazione della varroa.
Onestamente non capisco perché mettere un melario ad una top bar. Magari prima provane una classica e, in seguito, se ancora lo ritieni interessante, potrai costruirne una modificata.
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0 # Franco Rizzi 2016-02-22 20:55
Ciao Marco
stiamo, insieme ad un amico, costruendo una top bar. Volevo chiederti se hai avuto esperienze di top bar senza "cassetto per varroa" e quindi facendola a fondo fisso senza rete,cosa ne pensi?
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0 # Marco Valentini 2016-02-23 21:28
Nessun problema. Però non puoi vedere le varroe che muoiono per morte naturale o dopo trattamento, il che serve a farsi un'idea. Inoltre se le devi spostare le api prendono aria dal fondo per respirare quando l'arnia è chiuda. Detto questo, nel tronco, le api il fondo a rete non ce l'hanno ;-)
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