Le api ricercano più di ogni altro insetto sociale la biodiversità. Non perseguirla è andare contro la sua salute

Un grido di allarme si sta alzando da tutte le aziende apistiche del mondo e riguarda la vita delle regine degli alveari che stanno allevando: l'aspettativa di vita delle regine si sta pericolosamente abbassando.

Le colonie che perdono la regina durante la stagione invernale sta raggiungendo limiti non più accettabili e, inoltre, comincia a diventare molto frequente la sostituzione della regina o un'orfanità imprevista durante la stagione produttiva. Non parliamo poi dei problemi che devono sopportare quelle aziende che si affidano al blocco o all'asportazione di covata per il controllo della varroa. La sistemazione degli alveari seguente al rilascio della regina e al successivo trattamento acaricida richiede una quantità sempre più crescente di regine e piccoli sciami minimizzando, se non azzerando, i vantaggi economici di questo tipo di intervento rispetto ad altri trattamenti più costosi come, ad esempio, quello con acido formico.

Le possibili cause potrebbero essere molte: la varroa che porta con se una serie di pericolosi virus, Nosema ceranae, pesticidi sia quelli che le api trovano all'esterno dell'alveare che quelli che vengono usati dall'apicoltore ecc.. Questi possono agire singolarmente o, più probabilmente, in sinergia tra loro, come del resto è stato già provato per lo spopolamento di alveari. Siccome anche la nostra azienda non è immune da questi problemi, abbiamo deciso, come prima cosa, di capirci di più su quanto sta succedendo.

E per intraprendere questo viaggio, la prima tappa è stata quella di guardare se tra le possibili cause ci potesse essere un qualche cattivo comportamento da parte dell'apicoltore, non fosse altro perché, semmai davvero fosse questa la causa, sarebbe più facile modificarlo.

La prima questione che ha attirato la nostra curiosità è se la drammatica diminuzione delle aspettative di vita delle regine delle colonie allevate dagli apicoltori nel mondo occidentale può essere figlia della pericolosa diminuzione di biodiversità che sta subendo il nostro generoso insetto per via della selezione sempre più spinta (a danno della rusticità) e la commercializzazione di un esercito di regine figlie di una sola progenitrice (soprattutto, ma non solo, a causa della diffusione degli ibridi). Quali sono i pericoli maggiori di un ambiente abitato da colonie le cui regine sono più o meno strettamente imparentate? Innanzi tutto che una regina figlia che sta volando per il suo accoppiamento troverà sulla sua strada principalmente fuchi potenzialmente imparentati tra loro e con lei. Sappiamo che l'ape regina si accoppia con più maschi (poliandria) ma se questi maschi sono imparentati tra loro è come se si accoppiasse con un esiguo numero di fuchi. È grave, non è grave... vediamo cosa succede tra gli altri insetti sociali.

Ci viene in aiuto il prezioso studio di una ricercatrice statunitense, Jean Strassmann del Department of Ecology and Evolutionary Biology, della Rice University, di Houston in Texas nel quale ci spiega che è nel  soprattutto nel genere Apis e in limitatissime specie di formiche e vespe, che in assoluto si concentra il maggior numero di specie in cui la poliandria è sovrabbondante mentre in altri generi il numero di maschi che si accoppia con la regina è molto vicino ad 1. Anche nelle api senza pungiglione e nei bombi la media di maschi che feconda la regina è prossima a 1. Quindi la poliandria non è frequente negli insetti sociali, anzi sembrerebbe l'esatto opposto.

In effetti, l'accoppiamento della regina all'esterno dell'alveare è un momento molto delicato per la colonia perché può mettere a rischio la sopravvivenza della colonia ad esempio per la predazione della regine durante il volo di fecondazione. Inoltre prevede dei costi energetici molto alti. Gli insetti sociali si assumono questo rischio essenziale per minimizzare il pericolo di consanguineità ma solo le api del genere Apis dilatano questo rischio con la loro poliandria spinta. Un vero dilemma!

La poliandria non è molto comune nel regno animale ed è interessante perché le colonie poliandriche sono composte da più gruppi o sottofamiglie di individui legati geneticamente dal fatto di avere il padre in comune  (patrilinee), questo, da un lato può creare un potenziale conflitto ma, dall'altro, una estrema variabilità tra i membri della colonia.

Mark Brown e Paul Schmid-Hempel, hanno messo a confronto, con il loro studio "The evolution of female multiple mating in social hymenoptera" due delle ipotesi più accreditate, ovvero che la scelta evolutiva delle specie di insetti sociali di perseguire, nella loro evoluzione, la poliandria con la conseguente maggiore diversità genotipica nella prole all'interno della colonia, sia utile a mitigare gli effetti dei parassiti oppure a favorire la divisione del lavoro. Usando un modello di simulazione per monitorare in una popolazione di alleli per il singolo accoppiamento, la diffusione di un allele - inizialmente raro - per il doppio accoppiamento, hanno esaminato, essenzialmente, il primo passo evolutivo da monoandria a poliandria. La loro conclusione è stata che i parassiti esercitano una costante ed intensa selezione verso la poliandria attraverso una coevoluzione antagonistica.

Seguendo questa linea, David Tarpy del Department of Neurobiology and Behavior, del Cornell University di Ithaca nello stato di New York, ha voluto sperimentare se la variazione genetica che si verifica nelle colonie di Apis mellifera che ha, come detto, il più alto grado di accoppiamento multiplo tra gli insetti sociali, aiuta a prevenire le infezioni croniche. Ha quindi inseminato strumentalmente delle regine di api con lo sperma proveniente da un maschio o da più maschi geneticamente diversi. In seguito ha inoculato le colonie nelle quali aveva inserito queste regine con spore di Ascosphaera apis, un patogeno fungino che uccide la covata che si sta sviluppando. Tarpy ha notato che analizzando la varianza nella proporzione di covata non vitale e del comportamento igienico questa diminuiva nelle colonie nelle quali c'era la regina inseminata con sperma proveniente da più maschi. Ovvero, queste colonie hanno avuto una variazione più bassa nella prevalenza della malattia e questo suggerisce che la diversità genetica può essere di beneficio alle colonie, prevenendo infezioni gravi.

Qualche hanno dopo, David Tarpy, questa volta assieme a Thomas D. Seeley, ha studiato la relazione tra diversità genetica e la predisposizione alla malattia nelle colonie di api che vivono in condizioni naturali. Per fare ciò, hanno creato delle colonie nelle quali ogni regina è stata inseminata artificialmente con lo sperma di uno o dieci fuchi. Delle 20 colonie studiate, l'80% ha mostrato almeno una malattia covata.

Hanno trovato delle forti differenze tra i due tipi di colonie nell'intensità dell'infezione di covata calcificata e nell'intensità totale di tutte le malattie della covata (covata calcificata, covata a sacco, peste americana e peste europea) con entrambe le variabili più basse per le colonie con più alta diversità genetica. Questi  risultati dimostrano che la diversità genetica gioca un ruolo chiave nel ridurre al minimo le perdite di benessere fisico imposte dalla malattia e forniscono un forte sostegno all'ipotesi di Mark Brown e Paul Schmid-Hempel che sono le malattie che possono aver spinto l'evoluzione verso la poliandria delle api.

Non contenti di questi risultati David Tarpy e Thomas D. Seeley hanno voluto confrontare delle colonie con alta e bassa diversità genetica in termini di resistenza ad un parassita non più poco virulento e che provoca poche differenze in fatto di benessere fisico (fitness) delle api ma un agente batterico altamente virulento, il Paenibacillus larve, agente eziologico della peste americana che uccide le larve delle api.

Per valutare questa ipotesi hanno preparato la loro prova sperimentale costituendo alcune colonie inserendo delle regine inseminate artificialmente con un solo maschio ed altre con 10. In seguito hanno inoculato queste colonie con delle spore di Paenibacillus larve. I ricercatori sono giunti alla conclusione che seppure entrambi i gruppi si sono dimostrati ugualmente vulnerabili  all'infezione, in media, le colonie guidati da regine inseminate con molti fuchi avevano un'intensità malattia nettamente inferiore e, alla fine dell'estate, una forza delle colonie più alta alla relativamente alle colonie guidati da regine inseminate con un singolo fuco. Inoltre, solo queste ultime colonie hanno mostrato fenotipi con una estremamente bassa resistenza alle infezioni di peste americana.

Fino ad ora si immaginava che se una colonia era resistente ad una malattia lo era perché i suoi componenti lo erano. Questo può essere vero nelle colonie nelle quali la regina si accoppia con un solo maschio perché, dal punto di vista genetico, tutti gli individui sono molto imparentati. Questi studi, invece, dimostrano che all'interno della colonia di alcune specie di imenotteri - e soprattutto del genere Apis -, ci possono essere gruppi di individui che assicurano la resistenza ad una malattia verso altri individui che non ce l'hanno. È il caso, appunto, dell'istinto igienico, ovvero quel comportamento che fa si che alcune operaie della colonia aprono le cellette nelle quali si trovano delle pupe morte o in sofferenza, le rimuovono eliminandole dall'alveare. Così facendo forniscono protezione alle altre larve sensibili. In queste circostanze, l'accoppiamento multiplo può aumentare la media delle api che sopravvivono a un'infezione supportando l'ipotesi che la poliandria delle regine è un adattamento per contrastare il diffondersi le malattie all'interno dell'alveare.

Insomma l'ape, nella sua millenaria evoluzione, si è affidata più di ogni altro insetto sociale, alle possibilità che sono a lei fornite dalla massimizzazione della biodiversità. Ogni volta che si diminuisce la biodiversità le si fa un torto mettendola in difficoltà rispetto alla difesa delle malattie.

StampaEmail

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

Bioapi il portale di apicoltura biologica e naturale

Logo Bioapi

Bee Radio Podcast