Il miglior nido per le api.

La colonia delle api è un animale molto flessibile e adattabile e questo lo possiamo osservare in molti dei suoi comportamenti. Le sottospecie tipiche dei climi temperati riescono a sopravvivere ai lunghi inverni immagazzinando abbondante miele mentre nei tropici le varie sottospecie che si sono evolute nel clima torrido di quelle zone superano i lunghi periodi di siccità cercando, se necessario, aree più favorevoli migrando per diversi chilometri.

Ape sceglie il suo nidoAlla base della straordinaria adattabilità di questo animale, c’è senza dubbio la strategia di sopravvivenza prescelta per la continuazione della specie, l’abbondanza. Dalla specie solitaria di oltre 100 milioni di anni fa si è, dopo circa 70 milioni di anni evoluta prima in società annuali e poi, a seguito della messa a punto di una fonte di energia (il miele) facilmente conservabile da tenere stivata nel proprio nido in quantità superiori al necessario, in società perenni. Ma la ricerca dell’abbondanza condiziona la colonia anche quando sembrerebbe non essere strettamente necessaria. L’apicoltore attento sa che prima di sciamare le operaie della colonia costruiscono decine di celle reali tutte contenenti una regina potenzialmente capace di portare avanti la colonia. Decine e decine di potenziali regine quando 5 o 6 sarebbero più che sufficienti. Ma non solo, la colonia produce più operaie del necessario ed infatti grazie a questo siamo capaci di produrre nuclei artificiali e pacchi d’ape senza compromettere la produzione di miele. Nel periodo degli amori una colonia è in grado di allevare più di 5,000 fuchi quando le regine vergini dell'areale attorno l’alveare saranno al massimo una decina e quindi ne basterebbero 300. Durante il volo di accoppiamento la regina si congiunge con un elevato numero di maschi (fino a 25), probabilmente il più alto di tutto il regno animale. Più miele, più regine, più operaie, più polline, più pappa reale, più maschi, più di ogni cosa le è necessario per una vita serena.

Arnia Warré molto popolataSe così è, è perché durante la sua lunga evoluzione ne ha ottenuto dei vantaggi almeno fintanto che lungo la sua strada non ha incontrato l’essere umano che ha a sua volta una strategia di sopravvivenza che alla lunga collide con quella delle api e che la sta portando sull’orlo dell’estinzione. L’umanità non si accontenta di ciò che trova in natura e vuole eccedere, è l’animale eccedente per antonomasia, quello che non sa raggiungere l’equilibrio con la natura. Vuole eccedere prima ancora di essere certo che il suo comportamento non provocherà danni irreparabili perché pensa, a torto, che riuscirà sempre a trovare la strada per rimediare. Il principio di precauzione è un precetto moderno ma ancora troppo poco praticato. Se l’ape fosse stata più contenuta nel suo sfoggio di opulenza, l’umanità se ne sarebbe disinteressata e vivrebbe certamente meglio.

Anche l’estrema adattabilità e flessibilità nella scelta del proprio nido che potrebbe essere riassunto dalla frase: “le api, dove le metti stanno” permette loro di avere a disposizione un’abbondanza di siti dove poter dimorare e questo le ha permesso di conquistare quasi ogni territorio sulla Terra. Certo ha delle preferenze che, però, non le impediscono di vivere altrettanto bene in contenitori non ottimali.

Bello sviameNel momento in cui un alveare rilascia nell’ambiente uno sciame, quando questo è ancora appeso ad un albero, manda le sue operaie esploratrici a perlustrare tutte le cavità libere esistenti nello spazio circostante. Le api dei climi temperati si comportano in modo leggermente differente da quelle dei tropici. È molto difficile, infatti, che nidifichino all’aperto e se lo fanno solitamente è perché si trattengono nel luogo dove si trovavano appena dopo aver lasciato la vecchia dimora. Più facilmente scelgono cavità buie e ben riparate. Le colonie dei climi tropicali, invece, più facilmente nidificano all’esterno.

Le api esploratrici entrano nella cavità del potenziale nido e lo perlustrano camminando sulle superfici probabilmente per misurarne il volume. Il volume preferito è quello di 40 litri con un range che va da 20 a 100 litri. La scelta delle api tropicali, invece, è verso cavità più piccole. L’altezza da terra preferita è intorno ai 3 metri, mentre l’esposizione al vento o al pieno sole non sono privilegiati. La dimensione dell'entrata è un foro (spesso un nodo nel legno o il foro prodotto dal picchio per costruire il suo nido, poi abbandonato) piuttosto piccolo rispetto all’ampiezza della cavità (diametro introno ai 6-7 cm), situato in basso rispetto alla cavità e con esposizione verso il sud. La preferenza va inoltre per cavità in alberi vivi, non occupati e che abbiano già contenuto in precedenza altre colonie. Molto attrattivo è l’odore dei residui lasciati dalla tarma della cera.

Spesso i nidi negli alberi sono il frutto dell’azione di funghi che consumano il legno. L’intervento della nuova colonia che cosparge le pareti di propoli, spesso attenua i danni delle marcescenze. Le api collocano la propoli anche all’entrata lisciandola e rendendola impermeabile.

L'unico materiale di costruzione all’interno del nido è la cera d'api che è utilizzata per costruire dei favi per lo più paralleli. La propoli qui serve a “verniciare” e sanificare le pareti dell’arnia e chiudere passaggi non praticabili dalle api.

La maggior parte delle celle dei favi è della grandezza ideale per l’allevamento delle operaie e sono esagonali della misura media 5,1 mm e leggermente inclinate verso l’alto. Quando le api costruiscono i favi naturali partono contemporaneamente da due punti che man mano che i favetti si ingrandiscono si fondono lasciando una nervatura grossomodo in posizione centrale che fornisce maggiore resistenza. Resistenza che viene donata al favo anche dalle molte aderenze con le pareti della cavità. Tuttavia il favo non è attaccato alle pareti in tutta la sua lunghezza per permettere alle api di passare da un favo all’altro.

Oltre alle cellette da operaia, che possono stivare anche il polline, i favi sono costituiti per un buon 15% di cellette più grandi (seppure di forma analoga), all’incirca di 6,4 mm che sono utilizzate dalle api per l’allevamento dei fuchi ma anche, se necessario, per immagazzinare il miele.

Quando uno sciame si insedia in una nuova cavità, avvia la costruzione dei favi a cominciare dalla volta e  all’inizio sono composti totalmente da celle di operaia e la regina vi depone la prima covata. Col passare del tempo, la covata nasce e al suo posto le api vi stivano il miele. I favi si allungano e comincia la costruzione delle celle da fuco che le api sistemano all’estremità del favo, nell’area più fresca. I nuovi favi vengono costruiti dalla colonia solamente se cresce la necessità di stivare miele. A volte, se il raccolto di nettare nel primo anno non è abbondante non riescono a riempire completamente il nido di favi e finiscono il lavoro l’anno successivo.

A nido completato, la covata è allevata nella parte inferiore dei favi e l’insieme della covata di tutti i favi costituisce una sezione sferica compatta che permette il più basso dispendio termico per mantenere la sua temperatura intorno ai 35°C, ovvero quello dello sviluppo ottimale delle larve fino allo stadio di adulto.

Se il miele viene stoccato nella parte alta dei favi, il polline, necessario per nutrire le larve, è invece immagazzinato in posizione mediana tra la covata e il miele.

 

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