Le produzioni biologiche in apicoltura: Il mercato e le aziende

Premessa

Il mercato del biologico è in così forte espansione che è molto difficile cercare di conoscerlo; è addirittura molto difficile mettersi d'accordo sui dati statistici che, oltre ad essere frammentari, sono anche imprecisi. Innanzi tutto perché è, tuttora, un piccolo mercato che incide, in Europa, per circa 1,4% sul totale della spesa. alimentare è, quindi, anche piccole variazioni possono produrre consistenti errori; poi, proprio a causa della sua forte espansione, un dato può non essere utile se riferito, non solo al precedente anno, ma, addirittura, ad un semestre invece che un altro.

La forte crescita del settore biologico si deve, in particolare, a due eventi: il primo è datato 1992 ed è da mettere in relazione alla riforma della PAC (Politica Agricola Comune), in altre parole quando l'Unione Europea. ha deciso di dare impulso incentivando in preferenza questo tipo d'agricoltura. L'altro è la grande attenzione, da parte dei consumatori, verso gli aspetti salutistici e qualitativi degli alimenti e, forse in misura minore, ad una generale preoccupazione verso l'ambiente. I recenti scandali alimentari, noti    come “Mucca pazza” “Polli alla diossina” e, non ultima, la paura che evoca gli OGM (Organismi Geneticamente Modificati), hanno impresso un pesante colpo d'acceleratore che, probabilmènte, non porta giovamento né al produttore, né al consumatore, forse solo a qualche imprenditore di pochi scrupoli.

Per fortuna, a leggere gli ultimi dati in nostro possesso, sia la domanda, sia l'offerta, sembrano crescere in modo proporzionale, a parte qualche piccola sfasatura dovuta alle recenti gelate che, però, non hanno provocato nel comparto del biologico, quell'incremento stratosferico di prezzi che si è, invece, verificato per i prodotti convenzionali.


Il mercato del biologico

A livello mondiale il mercato biologico interessa i paesi del primo mondo, Europa, Stati Uniti e Giappone, dove è concentrato il consumo; ed America Latina, Africa, Oceania, oltre a Turchia e Israele, dove sono concentrate le produzioni. A livello assoluto, esso si attesta intorno ai 15 mila milioni di dollari (dati riferiti al 2.000); in Europa i maggiori consumatori sono i paesi del nord e, in particolare, la Germania è il primo mercato di prodotti biologici; qui si spendono, annualmente, circa 2.859 milioni di Euro. Il mercato più dinamico è quello del Regno Unito che velocemente, se questo rimane il trend, prenderà il primato. Secondo le stime del Consorzio per il Controllo dei Prodotti Biologici (CCPB), uno dei nove organismi di controllo accreditati in Italia, i consumi si attestano intorno ai 1.550 milioni di Euro, con un tasso di incidenza sul totale della spesa alimentare pari allo 0,7%.; risultiamo, così, agli ultimi posti nell'Unione Europea. L'aumento delle vendite del 53% negli ultimi 12 mesi, fa intuire che presto anche l'Italia si attesterà nell’ordine di consumi europeo.

Se l'Italia è fanalino di coda nei consumi degli alimenti biologici, è prima come Superficie Agricola Utile (SAU) convertita al biologico con 953.057 ettari nel 1999, con un incremento del 20% rispetto al 1998; il numero delle aziende si attesta intorno alle 47.000; e pensare che solo dieci anni prima non superavano le 11700 unità! Per. ridiménsionare un po' questi dati lusinghieri per i produttori italiani, bisogna ricordare che nei '99 il 52% della SAU era coltivata a foraggio, che non producono alimenti che arrivano direttamente sul mercato, ma solo successivamente, come carne e latte; e il 21% a cereali. Il 10% della superficie coltivata a biologico è destinata all'olivicoltura, solo il 6% all'ortofrutta e non più del 3% alla viticoltura.

La zootecnia ha sofferto a lungo della mancanza legislativa è nel '99, anno dell'approvazione del regolamento 1894, le aziende censite biologiche, secondo i dati in possesso di Biobank, erano solo 470, per la maggior parte nel Nord, con una prevalenza nel Trentino Alto Adige, poiché la maggior parte di queste aziende produce latte.

Ritornando ai consumi, da un'indagine condotta dall'Ismea aggiornata al luglio 2001 su un campione di 1.600 supermercati e ipermercati (GDO, Grande Distribuzione Organizzata) risulta che gli acquisti di latte e derivati coprono, da soli, il 20% del totale ed hanno raggiunto i 164 milioni di euro (85 miliardi di lire) e, di questi, circa l'80% è riconducibile a latte e yogurt ed il restante a formaggi freschi (mozzarelle e ricotte) e al burro. Rilevante è anche la spesa per l'ortofrutta che ammonta a circa 140 milioni di euro (72,5 miliardi di lire). Da notare come, su base annua, le vendite siano più che raddoppiate, con il comparto del fresco che, da solo, ha raggiunto i 66 milioni di €0ea aggiornata al luglio del 20 con un incremento del 126,2% e con il trasformato che ha raggiunto i 30 milioni di euro, con un incremento del 71,8%. L'incredibile incremento delle vendite dei prodotti ortofrutticoli freschi dimostra. come sia molto migliorata la distribuzione dei prodotti biologici, vera spina nel fianco, fino a due o tre anni fa, grazie proprio all'aumento. della domanda e dell'offerta. Riguardo alle bevande, il giro d'affari è stimato attorno a 24,8 milioni di euro di cui, però, soltanto il 6% interessano il vino (questo dato contrasta in modo clamoroso con la vocazione vitivinicola italiana e l'1% la birra.


I consumatori

In questo momento i prodotti biologici sono venduti sul mercato, ad un prezzo di circa il 30% superiore a quello dei prodotti convenzionali. Ma anche per i prodotti biologici valgono le classiche regole dell'economia che vedono il prezzo come punto di equilibrio tra la domanda è l'offerta. Evidentemente i consumatori, per i motivi più vari, ritengono congruo attribuire al biologico un differenziale di prezzo, appunto del 30%, detto premium price, rispetto all'omologo convenzionale. Il premium price segna quanto sono disposti a pagare di più per avere un prodotto ottenuto con tecniche più rispettose dell'ambiente.

Il futuro sembra riservare a questo comparto un trend ancora positivo sia perché è in crescente aumento la richiesta di alimenti sani e esenti da OGM, di cibi certificati, tipici e tradizionali, sia perché l'offerta si sta organizzando in modo accettabile con l'aumento di punti vendita ma, soprattutto, con l'introduzione nella GDO dei prodotti bio cosicché il consumatore può effettuare la sua spesa di prodotti biologici e convenzionali, in un unico negozio. Inoltre, con il tempo, dovrebbe migliorare l'informazione che ora è piuttosto carente; ciò aiuterà, senz'altro, i consumi. Da una recente indagine dell'Ismea, condotta nei negozi della GDO ma non in quelli specializzati, più del 67% afferma che il pubblico in Italia è poco o male informato e solo il 2% del campione giudica nel complesso adeguato il grado di conoscenza.

Contemporaneamente, dalla parte della produzione stanno sciogliendo i nodi che hanno impedito alle vendite di alimenti biologici di decollare con qualche anno di anticipo (il che avrebbe senz'altro contribuito ad una crescita sana del loro mercato) quali, ad esempio, il miglioramento delle economie di scala. Il forte aumento della conversione di terreni al biologico, che si stima porterà al raddoppio della SAU già nel 2004, grazie anche alla politica di sostegno adottata dall'Unione Europea, dovrebbe permettete di rispondere in modo positivo all'incremento della domanda, sicché i prezzi rimarranno pressoché costanti e, anzi, probabilmente subiranno un calo, ma non alla produzione, grazie al miglioramento delle già citate economie di scala.


L'apicoltura biologica: il miele

Il miele ha subito, dal mercato dei prodotti biologici, una grossa ingiustizia che solo recentemente si sta sanando, in virtù della sua immagine, quale prodotto biologico per eccellenza, cibo degli dei, genuino per definizione, il mercato non ha mai dato il giusto rilievo alla possibilità che anche il miele potesse avere gli stessi problemi degli altri alimenti; fino a qualche anno fa, nei punti vendita specializzati bio, non era raro trovare miele convenzionale quale unico prodotto non biologico della loro offerta. Nello stesso tempo le aziende produttrici di miele biologico erano piccole ed il loro prodotto riuscivano a collocarlo facilmente nella ristretta schiera di amici e parenti e ad un prezzo piuttosto favorevole. Ecco che, sia le aziende produttrici sia confezionatrici, si sono mosse con grande ritardo, ma mentre le ultime hanno colmato facilmente la lacuna, gli apicoltori, che dovevano convertire al biologico i loro alveari, hanno accusato il colpo. Da qui sono nate tutte le difficoltà a reperire miele biologico quando, poi, il mercato ha richiesto quello certificato da un organismo accreditato.

Al momento dell’entrata in vigore del regolamento comunitario 1804, le aziende apistiche certificate erano 159, ma.già l'anno successivo se ne contavano 209 con un incremento del 31%. Anche il mercato del bio miele risente della vivacità del comparto biologico con richieste piuttosto consistenti dal mese di ottobre 2001 e con prezzi, in alcune zone, piuttosto alti, soprattutto in considerazione del fatto che la domanda di miele tout court continua ad essere pressoché ferma. I prezzi, al produttore, non sono molto, più alti di quelli del miele convenzionale, riuscendo a spuntare incrementi. che variano dal 10% al 20%, per arrivare anche al 30%, ma solo per alcune categorie di miele. Le ultime quotazioni vedono il miele millefiori chiaro convenzionale venduto all'ingrosso a 1,96 euro (3.870 lire) e quello biologico venduto, sulla stessa piazza a 2,38 euro (4.600 lire + 20%), mentre quello di acacia è venduto a 3,62 euro (circa 7.000 lire) ma se bio spunta 4,39 euro (8.500 lire + 20%), l'arancio è alienato a 2,32 curo (4.490 lire) mentre quello bio è venduto a 3,10 euro (6.000 lire + 30%).

La tendenza che sembra prendere piede, ad osservare come si muovono i grossi marchi, è quello, non tanto di un aumento delle quotazioni, che onestamente non sembrano premiare i bravi produttori biologici, ma quello di accaparrare tutto il prodotto che, se non'altro, dovrebbe tranquillizzare gli apicoltori biologici, almeno sul rischio di. giacenze, cosa non da poco nella grave crisi in cui versa il nostro prodotto.


Comparazione tra mercato del miele biologico e l'intero mercato dei biologico

Secondo Mediterrabio, società commerciale che commercializza i prodotti di Conapi e di Alce Nero - che pubblica un interessante studio sulla prossima rivista de "L"Apis"- la quota del miele biologico, rispetto al totale del miele venduto, è del 6,5% che è molto alta se paragonata a quella degli altri prodotti bio che si attesta, invece, intorno al 1,4% o, secondo alcune stime più recenti, vicine al 3%. Questo dato è clamoroso se riferito al ritardo, già detto, con il quale è partito il mercato del miele biologico ed è attribuito sia alla sensibilità del consumatore "tipo" del miele verso i prodotti salubri e, quindi, più reattivo alle garanzie della certificazione; sia alla scomparsa dal mercato, dovuto alla volontà del legislatore, della definizione di "Vergine Integrale" che il consumatore associava ad un prodotto di maggior qualità. Non dobbiamo, poi, scordarci che la spesa annua che sopporta il consumatore nell'acquistare miele è molto bassa (perché bassi sono i consumi) e l'incremento di prezzo dovuto al biologico incide poco.

Un altro dato che caratterizza il mercato del miele bio è il differenziale di prezzo con il miele italiano convenzionale, che non supera il 25%.; anche questo tende ad aumentare i consumi di miele biologico rispetto al convenzionale.

La dinamicità del mercato del miele bio è, grosso modo, la stessa di tutto il mercato dei prodotti biologici. Infatti, nel 2001, sempre analizzando i dati di Mediterrabio, la quantità di miele certificato venduto nella GDO è più che raddoppiata (+ 116,1%).


Conclusioni

Il mercato del miele biologico, segue lo stesso incremento del mercato dei prodotti biologici, e non ci sono all'orizzonte fatti che ci devono far pensare ad una forte riduzione della crescita, se non il raffreddamento del consumatore rispetto ai motivi che hanno scatenato la corsa ai cibi salubri; il prodotto biologico, per il momento, non è sufficiente a soddisfare la domanda e ancora, i paesi terzi non sono in grado di aumentare le loro esportazioni di miele biologico verso l'Europa; i prezzi, sebbene non dovrebbero subire forti incrementi, sono abbastanza remunerativi, anche all'ingrosso.

Tutto questo ci porta ad affermare che, malgrado, la difficoltà tecnica (ed i costi) nel mettere in conversione gli alveari, assieme alle maggiori complicazioni. per trovare zone di bottinaggio adatte e per la cura delle malattie, il biologico sia una vera e propria opportunità per le aziende apistiche che, non solo possono veder premiati i propri sforzi produttivi riuscendo a vendere i prodotti ad un prezzo più idoneo, ma si cautelano, almeno in queste prime fasi, dall'invasione dei prodotti d.importazione a basso costo, che raramente possono vantare una certificazione biologica.

L'unica vera preoccupazione potrebbe essere una caduta d'immagine, qualora si venisse a scoprire che non tutti i produttori operano correttamente. Già oggi, infatti, almeno nel nostro settore, sappiamo che non tutti gli organismi di controllo (OdC) certificano con eguale serietà che, tra l'altro, ingenera anche una concorrenza sleale tra produttori. Tanto è vero questo che molti acquirenti, ormai, prima di comprare la prima partita di miele, si vogliono sincerare dell’OdC che controlla l’azienda accettando prodotto certificato da solo tre o quattro enti.


Gli altri prodotti

La conversione dell’azienda al biologico apre le strade alla vendita di tutti i prodotti delle api, quali la pappa reale, il polline e la propoli che in Italia hanno perso interesse produttivo perché importati a prezzi bassissimi soprattutto da Cina e Spagna. Esiste, infatti, una richiesta da parte dei negozi specializzati di questi alimenti; purtroppo le tecniche per produrli, ormai entrate in disuso, devono essere reinsegnate agli apicoltori prima di essere ai nuovo pronti a far fronte alle rinnovate richieste. Per cui la domanda ci sarebbe ma non c'è il prodotto.

Invece un buon mercato lo hanno cera e sciami artificiali. Per quanto riguarda, la prima di prodotto italiano non ce n'è poiché è stato tutto dirottato nella conversione degli alveari e diverrà di nuovo disponibile quando il settore si stabilizzerà. Il prezzo, per il momento, si aggira intorno alle 8,80/10 euro/kg, e non è escluso che rimarrà sostenuto anche in futuro, giacché risulta oramai chiaro che la cera convenzionale contiene tanti e tali residui di pesticidi da sconsigliarne l’uso. La richiesta di sciami artificiali è molto vivace è possono essere spuntati prezzi piuttosto interessanti in special modo al nord dove anche gli sciami convenzionali hanno prezzi che si aggirano intorno ai 57/60 euro per nuclei di cinque telaini. L’incremento per sciami artificiali bio è circa del 20% è più.

Alla fine di questa breve carrellata, fatta di tanti numeri che dimostrano come il biologico stia diventando, se non lo è già, un comparto di grande rilevanza economica, vorrei focalizzare l'attenzione sul fatto che non deve essere considerato solo dal punto di vista del maggior ricavo economico (ovvero non si può abbracciare il biologico solo perché si vende il miele a qualche centinaio di lire in più); il biologico è una necessità oramai improcrastinabile per la nostra società perché il mondo non ce la fa più a sopportare le attività inquinanti dell'uomo. Anche la nostra vita, con tutti i residui che giornalmente immettiamo nell'ambiente, si è fatta impossibile. Ognuno di noi deve dare il suo contributo, affinché i nostri figli e i figli dei nostri figli possano ancora poter vivere sul nostro pianeta; il biologico va in questa direzione, ma da solo non è sufficiente.

Commenti   

0 # mauroD 2012-02-03 12:29
ciao,
vorrei avere una tua opinione in merito a questo:
mi sono rivolto alla cooperativa della mia zona per acquistare dei nuclei manifestando il mio interesse in futuro di svolgere (se le cose andassero bene) un apicoltura di tipo biologico .Il responsabile della cooperativa mi ha proposto in alternativa dei nuclei non certificati bio ma quelli di un fornitore che utilizza cera pulita . La mia intenzione è di orientarmi su quest' ultimo tipo con l'intenzione però di utilizzare fogli cerei certificati bio , sulla base del fatto che sono agli inizi e nell' immediato non affronterò il discorso della certificazione .
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0 # Marco Valentini 2012-02-03 12:50
Bè, sai, se inizi con sciami certificati (fatturati con allegata certificazione di prodotto) poi non devi fare la conversione. Utilizzando sciami a residuo zero (almeno fatti dare uno straccio di analisi), qualora volessi certificare un domani la tua azienda, come minimo devi convincere l'organismo di controllo a farti le analisi della cera prima della conversione e, poi, a soprassedere sulla sostituzione di tutta la cera (qualora l'esito sia a te favorevole). Non è detto tu ci riesca e, poi, comunque un anno di conversione (a prescindere dalla sostituzione o no della cera) te lo devi sorbire prima di poter vendere i tuoi prodotti come bio. Fai i tuoi dovuti calcoli e decidi.
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0 # FRANCESCO S. 2011-12-22 09:21
Buongiorno Marco,
volevo chiederti come si fa e quale ente ci supporta per definire formalmente (serve un certificato che attesti la bontà in tal senso di quella zona?) se il luogo dove abbiamo il nostro apiario è idonea per la produzione biologica?
Avere intorno a noi un raggio di 3 km di sola agricoltura biologica non è semplice anzi piuttosto raro credo purtroppo?! (magari non ci sono fabbriche, ma a nostra insaputa c'è un agricoltore in vicinanza che fa largo uso di prodotti chimici; magari c'è solo foresta ma a qualche km ci sono fabbriche...ecco quali sono i requisiti minimi in termini proprio di numeri come esempio minima distanza da fabbriche, analisi di un camipone significativo dei terreni sottostanti che certificano una certa molecola inferiore ad una soglia ..?)

Grazie Mille
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0 # Marco Valentini 2011-12-24 07:31
Il primo passo per certificare la tua azienda (e quindi le produzioni) come biologica è scegliere un organismo di controllo i cui nominativi trovi a questo link. http://www.sinab.it/index.php?mod=regioni&smod=organismi_controllo&m2id=190&navId=205.
Viene l'ispettore e visita la tua azienda e ti dà delle percrizioni la principale della quale è sostituire la cera degli alveari e, forse, spostare gli alveari da una postazione se non è consona ai dettami della legge. Dopo almeno un anno (anche di più, naturalmente) ti può dare la certificazione se, dopo una successiva visita, ti sei regolarizzato.
La normativa europea dice che: "L'ubicazione degli apiari deve essere tale che, nel raggio di 3 km dal luogo in cui si trovano, le fonti di nettare e polline siano costituite essenzialmente da coltivazioni ottenute con il metodo di produzione biologico e/o da flora spontanea e/o da coltivazioni sottoposte a cure colturali di basso impatto ambientale". Per cui le tue preoccupazioni sono eccessive. Semmai le analisi del prodotto, se le ritiene necessarie, te le prescrive l'ispettore.
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