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Lavorare la cera

Terminata la smielatura, ci troviamo sempre con una gran quantità di cera, (opercoli, favi vecchi o rotti da nido e da melario, ecc.) che deve essere lavorata preliminarmente dall’apicoltore, anche per ridurne il volume, prima di consegnarla ad una ditta specializzata nella produzione di fogli cerei.

A questo scopo vi sono, soprattutto per piccoli allevamenti, due tipi di sceratrici: quelle solari, che per la fusione si servono, appunto, dell’energia del sole e le sceratrici a vapore. Ve ne sono di tutti i tipi e di tutti i prezzi; sta all’apicoltore scegliere quella giusta per il proprio allevamento e per la propria tasca (i prezzi variano dalle 300.000 alle 700.000 lire e anche oltre). Quella solare è la più indicata per fondere la cera di opercolo e dà il miglior prodotto finale. È costituita da un telaio portavetri incernierato su un cassone, di lamiera zincata o, meglio, di acciaio inox. Qui si trova un piano forato dove va poggiata la cera nella quantità giusta perché non tocchi il vetro quando la sceratrice viene richiusa poi vi è un contenitore che accoglierà la cera fusa. Gli opercoli o le porzioni di favo possono essere messi la mattina mentre il “pane” di cera va tolto il giorno seguente, sempre al mattino (quando si sarà freddato); il ripiano deve essere pulito il pomeriggio perché i detriti rimasti sono ancora molli e facilmente asportabili. Alcune sceratrici solari, le più moderne, hanno un ottima efficienza e possono essere caricate anche due volte al giorno.

La sceratrice a vapore è, al contrario, più indicata quando si deve lavorare una maggiore quantità di cera. Infatti in un unico carico si possono introdurre, nelle più piccole, da 10 a 15 telaini, oltre agli opercoli, e nel giro di circa mezz’ora-un’ora, avere già la cera fusa che, comunque, va sempre tenuta ferma, aspettando il suo raffreddamento, fino alla mattina seguente. Se è possibile, sarebbe meglio lavorare separatamente la cera di opercolo (la più pregiata) da quella dei favi vecchi anche perché, se la si vuol vendere o utilizzare per altri scopi (ad esempio quelli cosmetici) è bene usare la migliore.

La sua fattura è molto semplice: una camera dove far bollire, per mezzo di un fornello a gas o di una resistenza elettrica, l’acqua, un alloggiamento dove mettere i telaini o gli opercoli, un filtro, a volte costituito da un sacco di juta e un convogliatore di acqua e cera verso il contenitore esterno. Dato che la cera è più leggera dell’acqua, a raffreddamento ultimato, si stratificherà nella parte alta del contenitore; una volta tolta, la forma che si origina va lavata per eliminare i residui di miele e, in seguito, raschiata alla base dei detriti non trattenuti dal filtro.

da Terra e Vita n. 39 del 1994

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