Il destino delle api

Articolo scritto per il numero 86 di ottobre 2009 del mensile di informazione scientifica Natural1 (www.natural1.it)

 

Il 2006 è l'anno in cui tutto il mondo si è accorto che le api stavano morendo e l'umanità si è finalmente cominciata ad interrogare sulle conseguenze che questo evento, portato alle sue estreme conseguenze (l'estinzione della specie Apis mellifera), può arrecare alla sopravvivenza della nostra stessa specie. È così importante la funzione dell'ape per l'impollinazione delle piante sia di interesse agricolo che forestale che la sua scomparsa provocherebbe delle carestie di portata biblica.

Ma già nel 1998 una mortalità fuori del comune era stata denunciata da alcuni apicoltori spagnoli e, a seguire, da quelli francesi. I primi davano la colpa ad un fungo originario dell'estremo oriente (il Nosema ceranae), che avrebbe cambiato ospite, e i secondi ad una classe di insetticidi (i neonicotinoidi) di nuova introduzione come concianti dei semi di alcune piante visitate dalle api. Il 2006 è, invece, l'anno in cui il problema è diventato di interesse planetario ed ha ottenuto una forte risonanza mediatica; infatti sono stati coinvolti dal problema anche gli Stati Uniti e le gravi perdite di alveari (intorno al 70%) stavano mettendo a repentaglio la produzione delle mandorle (gli Stati Uniti sono il maggior produttore di mandorle al mondo con l'80% della produzione mondiale). Qui i ricercatori hanno orientato i loro studi verso un virus di nuova scoperta: il virus israeliano della paralisi acuta. E in Italia?

La mortalità degli alveari non ha risparmiato il nostro paese e sono stati gli apicoltori sardi a registrare le prime perdite, probabilmente dovute al Nosema cerane, già nel 2002. La sindrome si è trasferita velocemente in Toscana e nel Nord Italia dove ai danni provocati dalla Varroa e Nosema si è unita anche una recrudescenza di peste europea.

A tutt'oggi pur non essendoci ancora una certezza scientifica univoca sulle cause che inducono la sindrome da spopolamento della colonia (colony collapse disorder come è universalmente chiamata la mortalità generalizzata che sta avvenendo in ogni parte del mondo cosiddetto occidentale), sicuramente non sbagliamo se la definiamo come una malattia multifattoriale in cui la varroa gioca un ruolo fondamentale: essa è ormai presente praticamente in tutti gli alveari e sta diventando sempre più virulenta; ad essa si è andata ad associare un nuovo patogeno, probabilmente il Nosema ceranae, che ha raggiunto ogni angolo del mondo occidentale, grazie alla movimentazione di api (soprattutto api regine). La Cina, e più in generale l’Oriente, infatti, era il luogo in cui era naturalmente confinato il Nosema ceranae prima che gli apicoltori europei decidessero di provare ad allevare una selezione di regine cinesi in quanto grandi produttrici di pappa reale; ma i paesi da cui partono grandi quantità di regine alla volta dell’Europa sono anche Argentina, Australia, Stati Uniti, ecc. In questa situazione già particolarmente difficile per la nostra ape, si vanno ad aggiungere le gravi mortalità (ma che si registrano soprattutto in alcune zone vocate alla produzione di mais e girasole) dovute alla concia delle sementi con insetticidi sistemici. Anche i cambiamenti climatici, che stanno rompendo il millenario armonioso equilibrio tra il susseguirsi delle fioriture e lo sviluppo delle colonie di api, hanno la loro grave responsabilità.

Ma mettiamo una lente di ingrandimento su queste questioni per cercare di capire se il futuro è solo carico di incognite o se esiste almeno uno spiraglio di speranza di poter osservare un’inversione di tendenza.

La varroa

La varroa, che ufficialmente è entrata in Italia nel 1981-82, ha creato molti problemi fin dal suo arrivo ma via via, sta diventando sempre più aggressiva verso le api.

Questo dipende dal fatto che gli apicoltori, per vari motivi e non tutti riconducibili alla loro responsabilità, hanno praticano un tipo di lotta al parassita (che potremmo chiamare a tolleranza zero) che ha comportato una sorta di selezione al contrario. Se nei primi anni dall'infestazione i trattamenti potevano essere eseguiti in ottobre, col passare degli anni, si è reso necessario, per non perdere gli alveari, anticiparli fino ad arrivare all'inizio di agosto, termine entro il quale quasi tutti gli apicoltori tolgono i melari per estrarre il miele; una ulteriore anticipazione non è possibile, almeno con i mezzi di contenimento momentaneamente a nostra disposizione, per non rischiare di inquinare il miele.

Questa selezione, per così dire, inversa si è avuta perché l'acaro si riproduce all'interno della covata delle api e lì non può essere colpito perché riparato dall'opercolo che protegge la metamorfosi della larva. Allora gli apicoltori cercano di abbatterlo nel momento in cui si trova, tra una riproduzione e l'altra, sulle api adulte (cosiddetta fase foretica). Reiterando negli anni questo tipo di comportamento si sono avvantaggiate le varroe che dopo il ciclo di sviluppo, si introducono velocemente all'interno di altre celle di covata delle api che sono diventate, quindi, difficilmente raggiungibili dal principio attivo. Insomma, l'uso degli acaricidi ha prodotto, per questo e anche per altri motivi, varroe sempre più distruttive.

Inoltre la varroa ha sterminato tutte le colonie che vivevano in maniera selvatica nei boschi e quindi è venuto a mancare il patrimonio genetico di rusticità che andava a mitigare gli effetti della selezione spinta praticata dagli apicoltori.

E come se questo non bastasse, è stato anche dimostrato che la varroa porta con se una serie di virus che inietta col suo apparato boccale quando si nutre dell'emolinfa delle api. Il più evidente è il virus delle ali deformi, ma sembra che ultimamente si stia sviluppando un altro virus, denominato Virus israeliano della paralisi acuta. Prima dell'arrivo della varroa, la questione dei virus era pressappoco sconosciuta (solo un virus creava qualche rarissimo problema, ovvero il virus della covata a sacco); oggi, invece, danno agli apicoltori più che qualche preoccupazione.

Il Nosema ceranae

In questa situazione non certo rosea, un altro parassita ha rapito l'attenzione dei ricercatori in quanto le sue spore vengono trovate nella quasi totalità degli intestini delle api colpite dal Colony collapsedisorder. È un fungo e il suo nome è Nosema ceranae. Prima del 1998 non era mai stato diagnosticato nelle api europee e l'unico esponente conosciuto dello stesso genere che si rinveniva negli intestini delle api adulte era il Nosema apis che crea qualche problema solo agli alveari deboli o se allevati in montagna quando, per un inverno lungo o perché disposte nel versante nord, non riescono ad uscire frequentemente a defecare. Tra le ipotesi del modo in cui il Nosema ceranae – che come dice il suo stesso nome, è il parassita dell'Apis ceranae, ape dell'estremo oriente – ha raggiunto l'Europa e quindi le Americhe c’è l'acquisto di regine di provenienza cinese che i produttori europei hanno effettuato perché grandi produttrici di pappa reale. I primi danni certificati il Nosema ceranae li ha prodotti in Spagna dove la locale apicoltura è stata messa letteralmente in ginocchio e solo recentemente si sta rialzando a fatica. I ricercatori spagnoli sono quelli che attribuiscono al Nosema ceranae tutta la responsabilità delle grandi mortalità, ma forse esagerano.

L’inquinamento ambientale

Altro grave problema è l’inquinamento ambientale soprattutto quello provocato da una relativamente nuova classe di insetticidi: i neonicotinoidi. Per fortuna molti governi europei, compreso quello italiano, anche se timidamente stanno prendendo provvedimenti ed hanno, per il momento, solo sospeso il loro uso come concianti delle sementi. Il loro utilizzo in agricoltura si è affermato in quanto alla loro efficacia sui parassiti, si unisce una presunta bassa tossicità nei confronti dell'uomo. Inoltre aggiungono il vantaggio di mantenere la loro efficacia sulla pianta, il cui seme è stato trattato, per tutto il periodo della fase vegetativa. Ma gli effetti nei confronti dell'ambiente, e degli insetti utili, è sconcertante. La loro persistenza nel terreno è prolungata e, durante la semina con macchine seminatrici, si innalzano pericolose polveri che inquinano le zone circostanti del campo trattato; inoltre, è stato dimostrato anche il loro potere letale nei confronti delle api, perché avvelenano l'acqua di guttazione delle piante, che questi insetti utilizzano spesso come abbeveraggio. Molti apicoltori denunciano questa classe di insetticidi come la responsabile del colony collapse disorder perché si è visto che quando le api visitano i fiori delle piante i cui semi sono stati trattati, esse perdono l’orientamento e non riescono più a fare ritorno all’alveare. E questo spiegherebbe lo spopolamento degli alveari senza nessuna causa apparente.

Le pratiche apistiche

Anche gli apicoltori hanno le loro responsabilità. Innanzitutto perché spesso utilizzano principi attivi che sono efficaci contro la varroa, ma troppo tossici, alla lunga anche per le api. Questi principi attivi sono quasi tutti molto liposolubili e si fissano nella cera creando un ambiente poco vivibile alle api. Se pensiamo che il favo è la culla delle giovani api e che questa culla ha residui anche molto alti di esteri fosforici o di piretroidi, è evidente come questo stato di cose non agevola certo la vita delle api.

Inoltre, esattamente come in ogni tipo di allevamento, anche gli apicoltori si sono fatti abbagliare dalle possibilità della selezione per rendere le api sempre più produttive. Basta dire che in Italia, patria dell'ape – la Ligustica – che è universalmente considerata la migliore al mondo in quanto a produttività, si sono importate regine di razza carnica e caucasica che sono state utilizzate da molti allevatori di regine per realizzare ibridi di dubbia stabilità produttiva. Per non dire delle incontrollate importazioni di api regine un po' da tutto il mondo. Se si allevano solo i ceppi più produttivi, però, lo si fa a discapito della biodiversità e, inoltre, allevando solo gli individui altamente produttivi si fa una selezione parallela di soggetti molto sensibili alle malattie.

I cambiamenti climatici

Infine, hanno una certa rilevanza anche i cambiamenti climatici che vanno ad innestarsi in una situazione già di grande sofferenza. Recentemente ci sono stati degli anni (ed in particolare il 2006) in cui è di fatto mancato l'inverno. Le api, in questa stagione, bloccano la covata e la varroa, in tali condizioni, riduce la sua fecondità; inoltre se le regine depongono anche d'inverno, i terribili acari – riproducendosi all'interno della covata – hanno modo di fare un maggior numero di cicli di sviluppo e questo è un ulteriore motivo per il quale ad agosto gli apicoltori contano già troppe varroe rispetto a tempi addietro; non ultimo, se se questo avviene, gli apicoltori non hanno più un periodo in cui è possibile usare gli acaricidi che funzionano solo in assenza di covata che, però, sono i più efficaci e danno meno problemi di residui.

Con i cambiamenti climatici così repentini degli ultimi tempi, che non permettono agli esseri viventi di abituarsi, anche le api perdono la sincronia con le fioriture che spesso sono anticipate rispetto a quello che esse si attendono; ma anche le piante non sono abituate a temperature, soprattutto primaverili, così alte; un caso per tutti: i fiori di castagno con le temperature di 40°C in giugno che abbiamo avuto negli ultimi anni cadono velocemente senza permettere alle api di raccogliere l’abbondante nettare di cui questa pianta era così generosa solo fino a pochi anni fa.

Che fare

Per cercare di superare le pesanti perdite di alveari che pesano in maniera determinante sull’economia aziendale tanto da spingere già alcuni imprenditori ad abbandonare questo mestiere, gli apicoltori stanno chiedendo alla ricerca nuovi principi attivi e ai governi una maggiore tolleranza verso i residui di medicinali nei prodotti alimentari. È questa una facile scorciatoia ma, a ben vedere, anche un atteggiamento perdente che non risolverà il problema e, contemporaneamente, farà domandare al consumatore se è ancora conveniente acquistare un prodotto locale, molto più caro, se non particolarmente diverso dal punto di vista qualitativo – come invece è attualmente – da quello di provenienza estera.

Invece, l’unica arma che le aziende agro-alimentari hanno per poter superare le continue sfide che si pongono davanti alla loro strada, è produrre alimenti di grande qualità. A questa regola non si sottrae neppure l'azienda apistica alla quale si richiede di salvaguardare il patrimonio in alveari e, contemporaneamente, produrre un miele (ma anche gli altri prodotti delle api) di grande qualità organolettica, con buone qualità di servizio e assolutamente esente da possibili inquinanti chimici. Questi possono arrivare o per l’uso spregiudicato dei principi attivi di sintesi (per la lotta alle patologie) o anche perché si è voluto collocare gli alveari in zone inquinate per alta concentrazione industriale o dove viene praticata un’agricoltura altamente intensiva.

Per fortuna in Italia si è tradizionalmente affermata una maggiore attenzione alla qualità dei prodotti alimentari che, in un mondo globalizzato e sempre più inondato da nuovi alimenti biotec, che creano non poche paure nei consumatori, risulta vincente anche dal punto di vista commerciale; la ricerca della qualità si sta velocemente diffondendo in Europa e nel mondo occidentale e, con essa, il made in Italy che non contraddistingue più, oramai, solo il comparto della moda, ma anche quello dei prodotti agro-alimentari di qualità. Questo è anche uno dei motivi per i quali è in continuo aumento la richiesta di prodotti delle api (miele, polline, pappa reale, propoli e cera) di produzione italiana.

Quindi, sebbene per il comparto apistico il futuro non sia privo di incertezze – anzi – esistono delle buone prospettive ma solo se le aziende sapranno trasformare la loro organizzazione prendendo in seria considerazione le nuove sfide che le si propongono davanti e, in primo luogo, la sanità degli alveari con la messa in atto di tecniche di allevamento rispettose delle api e anche dei prodotti che questi magnifici insetti sanno donarci.

A partire dall’abbandono, seppure graduale, della lotta alla varroa – e alle altre patologie dell’alveare – di vecchio stampo, ovvero la ricerca e l'uso di principi attivi sempre più potenti, che rischiano di inquinare i prodotti delle api e, lo hanno dimostrato in questi anni, non sanno risolvere il problema sanitario. Gli apicoltori che hanno veramente a cuore il loro mestiere ed anche la sopravvivenza delle api devono avere come proponimento futuro quello di limitare al minimo possibile l'uso di molecole chimiche di sintesi, accettando di buon grado, in una prima fase, la possibilità di perdere qualche alveare in più, facendo affidamento, per il contenimento delle malattie, a tecniche soft e all'uso di principi attivi a basso impatto.

Così facendo, la morte di alcuni alveari toglierà automaticamente dalla riproduzione gli individui che portano con sé i geni della sensibilità alla varroa – e alle altre malattie – ma anche gli acari con maggior “virulenza” verso la nostra povera ape. Infatti, le varroe più “spietate” periranno con le api degli alveari morti. Naturalmente gli alveari morti saranno sostituiti dagli abbondanti sciami artificiali prodotti in azienda e che avranno regine selezionate. Già questo può essere considerato un inizio per allentare la pressione selettiva sulla varroa e rivolgerla, almeno in parte, sull’ape.

Inoltre, sull'onda di alcune sperimentazione che si stanno realizzando in molte parti del mondo (Francia, Danimarca, Nuova Zelanda, Stati Uniti, Brasile, ecc), anche nelle nostre aziende dobbiamo cercare di evidenziare e selezionare, anche con l'ausilio degli Istituti di ricerca, individui che abbiano nel proprio corredo genomico il carattere della tolleranza alla varroa e alle altre malattie. Queste ricerche hanno già dimostrato come, dopo alcuni anni, le perdite che si hanno in apiari composti di alveari sperimentali non trattati e posti in situazioni di isolamento sono del tutto simili a quelle che hanno gli apicoltori malgrado i loro costosi trattamenti. In questo modo non si seleziona solo l’ape capace di sopravvivere in presenza di varroa, ma anche varroe “intelligenti” che riescono a non portare a morte gli alveari che le ospitano; perché il parassita perfetto lascia sopravvivere il suo ospite.

Contemporaneamente gli apicoltori dovranno mettere in atto tecniche soft di controllo della varroa, a partire dal blocco della covata (che consiste nel chiudere in un'apposita gabbietta la regina per non farla covare il tempo necessario affinché all'interno dell'alveare non ci sia più covata opercolata che protegge la varroa) per evitare la selezione di varroe che abbiano un periodo foretico troppo corto. Gli acaricidi dovranno essere sempre più di origine naturale e assolutamente sicuri per quanto riguarda la possibilità che residui indesiderati finiscano nei prodotti dell'alveare e utilizzati solo in modo complementare alle tecniche manipolative per mantenere l'acaro sotto la soglia di danno.

Un’ultima parola, però, va spesa sui motivi che hanno spinto gli apicoltori, assieme a tutti gli altri imprenditori del settore primario a mettere in atto prassi che hanno richiesto ai propri animali (o vegetali perché in agricoltura è la stessa storia) più di quello che potevano dare. Se andiamo ad analizzare eventi drammatici come mucca pazza, polli alla diossina e altro che hanno portato esiti tragici per la salute umana – ciò che non è avvenuto nelle api le cui conseguenze le sta pagando solo l’apicoltore – in fondo questo avevano come motivo originario. Questi motivi, a ben vedere, hanno un’unica matrice: la crescita, la crescita del Pil, la religione della crescita. Si è arrivati a questo stato di cose perché ogni anno, in maniera cieca, gli economisti e gli uomini di Stato, esortano gli imprenditori alla crescita dei fatturati (gli dà tanto fastidio la parola decrescita che ora che l’abbiamo davanti, la chiamano crescita negativa) e per loro più si cresce (basta vedere come gli economisti si eccitano parlando della Cina che cresce con percentuali a due cifre, poi però chiudono colpevolmente un occhio sul fatto che ogni anno muoiono circa 800.000 persone per l’inquinamento ambientale) e più si sta meglio, si ha benessere. Il forte dubbio è che in molti abbiano scambiato il ben-essere con il ben-avere.

C’è un filosofo francese, Serge Latouche, che da alcuni anni sta teorizzando la società della decrescita come quella che prende in esame, nel valutare il benessere dei popoli non più quello del consumo di beni, ma lo stato delle relazioni umane, della giustizia, delle discriminazioni tra i componenti della società, del carattere democratico delle istituzioni e della salute del territorio. Forse il cambiamento del modo di allevare le api si dovrà, giocoforza innestare in un cambiamento più generalizzato dell’organizzazione sociale che gli uomini devono cominciare a pensare per se stessi. E allora in pericolo probabilmente non è l’ape, che in futuro saprà senz’altro riprendersi i suoi spazi e tornare, come avviene in zone dove l’uomo non è ancora intervenuto pesantemente, come alcune parti dell’Africa, a prosperare, ma l’uomo occidentale vittima della sua sete di ergersi al di sopra della Natura.

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