Perché muoiono le api?

Sono passati 45 anni da quando Rachel Carson pubblicò il libro scandalo “Primavera silenziosa”, che provocò la messa al bando negli Stati Uniti e poi nel resto del mondo occidentale del DDT. Appena uscì il volume, l’autrice fu fatta oggetto di un intenso fuoco incrociato da parte dei rappresentanti delle industrie chimiche e un po’ da tutta la classe dirigente statunitense, politici compresi, che da quello stato di cose si arricchivano. Oggi il libro della Carson è stato preso come modello per la campagna di sensibilizzazione che Al Gore sta effettuando in tutto il mondo sui rischi che corre l’ambiente se non diminuiamo il nostro impatto.

Il 2007 è stato l’anno nel quale la profezia della Carson ha rischiato di avverarsi per davvero. Nella scorsa primavera, raccontano le cronache, sono morti negli Stati Uniti un numero di alveari variabile, a seconda dello stato interessato, dal 30 al 90%. Questo ha messo in serio dubbio l’impollinazione delle oltre 130 piante coltivate – per non parlare di quelle selvatiche – che si servono di questo prezioso insetto per dare origine ai loro frutti.

Ma facciamo un piccolo passo indietro e vediamo di cosa si è trattato. Verso la fine di ottobre del 2006, uno degli apicoltori più esperti della Pennsylvania, David Hackenberg, ha notato che stava accadendo un fatto molto strano ai suoi 2.900 alveari. In quasi la metà erano letteralmente scomparse le api: tutto era apparentemente in ordine, favi, miele, polline ma delle api che avevano abitato l’arnia fino a quel momento neppure l’ombra. In altri alveari, invece, le api erano presenti ma in poche unità, anzi pochissime per sperare che quelle colonie potessero sopravvivere all’inverno. La regina era in perfetta forma e deponeva regolarmente le proprie uova, la covata (ovvero l’insieme delle larve prima della metamorfosi) era sana e vitale ma non c’erano sufficienti api per allevarla correttamente. Era come se le api adulte, una volta uscite dall’alveare non fossero più riuscite a farvi ritorno.

Un’altra stranezza inspiegabile per un apicoltore esperto come David, era che quegli alveari non erano stati fatti oggetto di saccheggio da parte di altre api (in autunno, con l’inverno alle porte, se le api trovano un alveare indifeso, nel giro di qualche ora prelevano tutto il miele lasciato incustodito) né erano state attaccate dalla tarma della cera che, in assenza di api che riescono a tenerle sotto controllo, si nutrono della cera e del contenuto dei favi.

Lascio immaginare al lettore il panico che ha percorso la mente di David Hackenberg; non solo aveva perso in poco tempo più di 200.000 dollari (il valore degli alveari) ma era in dubbio la possibilità di effettuare in primavera il servizio di impollinazione per mandorli, meli, mirtilli, ecc. In poche parole il rischio di chiudere baracca e burattini dopo 44 anni di duro e onesto lavoro.

I giorni seguenti si è poi scoperto che questa moria, a cui è stato poi assegnato il nome di Colony Collapse Disorder (CCD) – che in italiano potremmo tradurre come disturbo da collasso dell’alveare – ha colpito gli alveari di quasi tutti gli apicoltori statunitensi lasciando immuni solo quelli di pochissimi stati, una vera e propria catastrofe ambientale. Ma gli Stati Uniti non sono da soli a leccarsi le ferite, infatti il CCD ha colpito anche la Spagna (dove una grande mortalità c’era già stata un anno prima), Portogallo, Francia, Italia, Germania, Svizzera, Belgio, Olanda, Polonia, Grecia, Gran Bretagna, Brasile, Canada, Taiwan e Australia, anche se, bisogna dirlo, la grande eco mediatica si è avuta solo quando sono stati interessati gli Stati Uniti. Non per nulla in questa nazione il lavoro delle api (e degli apicoltori che spostano gli alveari seguendo le fioriture) vale ogni anno ben 15 miliardi di dollari in incremento di produzione delle piante da frutto che le api consegnano nelle mani degli agricoltori.

Ma qual è la causa di questa malattia? In realtà, malgrado sia passato ormai un anno, ancora non è stata data una risposta univoca anche perché, probabilmente, questa non esiste: possiamo dire che, forse, il problema è relativo al nostro modo di interagire con la natura; vediamo di fare chiarezza.

Nell’immediatezza dell’evento si è subito cercato di dare la responsabilità ad un nuovo parassita ed in effetti, se vengono analizzate le api degli alveari spopolati, nella quasi totalità si trova un fungo di origine asiatica, il cui nome scientifico è Nosema ceranae. Si trova anche un altro parassita, questa volta un virus, con una frequenza vicina all’80% e gli scienziati lo chiamano Virus israeliano della paralisi acuta.

Gli apicoltori, invece, tendono a puntare il dito su una nuova classe di insetticidi, i neonicotinoidi, che vengono utilizzati nella concia delle sementi. Una volta che il seme germina, la pianta rimane coperta dall’attacco dei parassiti per tutto il suo ciclo di sviluppo, in quanto il principio attivo viaggia all’interno dei vasi floematici del vegetale e ne bastano pochi grammi per ettaro per esprimere la loro azione di morte. In Francia questi insetticidi sono già stati messi al bando e in molti altri paesi si sta rivedendo la loro autorizzazione alla vendita.

Il fatto che gli alveari colpiti dal CCD non siano fatti oggetto di attenzioni da parte di api saccheggiatrici o della tarma della cera, potrebbe essere proprio a causa nelle sostanze tossiche che permangono all’interno dell’alveare dopo la scomparsa delle legittime abitanti.

Un altro addebito al mondo agricolo gli apicoltori lo fanno incolpando le multinazionali che producono e commerciano gli organismi geneticamente modificati, gli OGM, che proprio grazie alla manipolazione genetica, riescono a sintetizzare molecole tossiche per alcuni insetti nocivi. Secondo alcuni ricercatori queste molecole potrebbero essere tossiche anche per le api quando questi insetti vengono a contatto con il loro polline e nettare. Ad esempio il Mais BT, che l’ingegneria genetica ha dotato della tossina del Bacillus thuringensis, riesce ad uccidere la larva della piralide (una farfalla) quando tenta di cibarsi di questo mais transgenico.

Un’altra delle possibili cause che vengono esaminate per cercare di comprendere questa malattia è il repentino cambiamento climatico in atto. Inverni sempre più caldi e asciutti determinano una anticipata uscita dal letargo invernale ma senza che vi siano fiori dai quali le api possano raccogliere nettare e polline; inoltre il riscaldamento globale provoca una diminuzione delle piogge che sono sempre più concentrate in un periodo ristretto e particolarmente intense; ciò determina una lunga inattività di questi insetti che non riescono ad abituarsi al nuovo clima. Da sempre la Terra ha visto cambiamenti climatici, con periodici cicli di raffreddamento e riscaldamento, però, essendo questi molto lenti, permettevano alle specie viventi di ambientarsi. Ora no, il mutamento del clima che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi dieci anni, non ha lasciato il tempo alle api di abituarsi.

Per alcuni mesi è stata data grande enfasi anche allo studio di un istituto di ricerca tedesco che attribuiva il disturbo da collasso degli alveari alle onde elettromagnetiche emesse dai telefoni cellulari; infatti gli scienziati avevano notato che avvicinando un cellulare all’alveare, le api che prendono il volo tendono a perdere l’orientamento. Ma quando i mass media hanno cominciato a titolare a caratteri cubitali che la colpa del CCD era da addebitare ai cellulari, gli stessi ricercatori tedeschi sono stati costretti a smentire chi aveva voluto mettere in relazione lo spopolamento degli alveari a questo moderno mezzo di comunicazione (del resto sono molti anni che lo utilizziamo, e senz’altro farà male alla salute, ma le api in precedenza non avevano mai dato segni di perdere la rotta).

Un’altra causa del colony collapse disorder potrebbe essere correlata ai trattamenti che gli apicoltori eseguono per tenere sotto controllo alcune malattie di cui le più gravi sono la varroa (Varroa destructor, un acaro di origine asiatica che da una trentina d’anni miete vittime in tutto il mondo), tenuta sottocontrollo con degli acaricidi e la peste americana la cui causa è un batterio specifico per l’ape e che alcuni apicoltori curano mediante l’uso di antibiotici. Queste medicine, che solo raramente rimangono nel miele (ma il consumatore non deve allarmarsi perché in Europa i controlli sono molto ferrei e, inoltre, è vietato l’uso di antibiotici) inquinano invece l’alveare, soprattutto la cera, costringendo così le api a vivere in un ambiente non proprio accogliente. Questo spiegherebbe come mai, nessun apicoltore che alleva le proprie api seguendo il metodo di agricoltura biologica abbia ancora lamentato perdite da CCD.

Un ulteriore motivo di fragilità delle api potrebbe essere dovuto alla riduzione della biodiversità determinata sia dalla varroa che ha distrutto in pochi anni tutti gli alveari selvatici, sia dagli apicoltori che continuano a selezionare solo pochi individui molto produttivi e docili ma che sono spesso anche molto delicati. Anche in apicoltura, spiace dirlo, chi alleva le api per professione, spesso sottopone questi preziosi insetti a carichi di lavoro innaturali; ci siamo fatti abbagliare dalle grandi produzioni ottenute in altri settori facendo finta di non vedere le terribili conseguenze che hanno comportato. Quando gli allevatori di bovini si sono trovati di fronte alla questione “Mucca pazza” sono intervenuti solo sull’alimentazione (alimentare le mucche con farine di carne di altre mucche, che pazzia!) senza però intervenire sui motivi che avevano portato quasi tutti gli allevatori europei a cadere nella trappola ovvero spingere l’allevamento oltre il limite consentito.

Proviamo, infine, a mettere insieme tutte queste conoscenze per cercare di capire se siamo sull’orlo di una catastrofe o se presto le cose ritorneranno come prima.

Dietro il Colony Collapse Disorder c’è senz’altro la varroa, un acaro che si nutre di emolinfa sia sugli adulti che sulle larve delle api e dove si riproduce ad un ritmo vertiginoso, nascosta nella celletta del favo dove avviene la metamorfosi. Questa avversità abbassa le difese immunitarie delle api e inocula, col suo apparato boccale pungente succhiante alcuni microrganismi (i virus erano quasi sconosciuti prima dell’avvento della varroa e ora sono una delle cause di morte degli alveari tra le più frequenti). L’uso degli acaricidi, poi, oltre ad aver selezionato acari sempre più virulenti (in quanto i più sensibili sono uccisi dal trattamento) lascia dei residui all’interno dell’alveare costringendo le api a vivere in un ambiente malsano. Tutte le altre motivazioni addotte per giustificare il CCD, sebbene molto importanti e da tenere nella giusta attenzione, se fossero state l’unica causa, avrebbero determinato mortalità molto più limitate e circoscritte alle zone interessate alla presenza di piante Ogm o alla somministrazione di pesticidi nicotinoidi o di nuovi parassiti che certo non si propagano ad un ritmo così veloce.

E la recente notizia dell’azione sinergica tra gli effetti del nosema che aumenterebbero di 45 volte quando è presente anche la tossina del Bacillus thuringensis del Mais BT, seppure deve farci riflettere sulla strada miope intrapresa con l’uso degli organismi geneticamente modificati i cui effetti a lungo termine non sono oggi valutabili, non per questo ci deve spingere a incolpare gli OGM del Disturbo da collasso dell’alveare.

Recentemente negli Stati Uniti l’USDA (United States Department of Agriculture) ha riunito un Gruppo di lavoro formato da ricercatori di più università che deve occuparsi di dipanare i misteri che si celano dietro il Collapse Colony Disorder e gli elementi sui quali ha posato la propria attenzione sono 4: la ricerca di presunti nuovi patogeni legati alla malattia; il monitoraggio delle responsabilità delle sostanze chimiche che si trovano nell’ambiente, con un occhio di riguardo ai nicotinoidi; le tecniche di conduzione degli alveari e, infine, indagherà sulla correlazione tra diversità genetica delle popolazioni di api e CCD.

Non ci stupiremmo di appurare a fine ricerca che, in realtà, le api sono assediate contemporaneamente da tutte queste situazioni; sapremo allora prendere l’unica decisione sensata, ovvero tornare ad una più sana relazione con Madre Terra?

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Commenti   

0 # Marco Valentini 2012-02-27 21:43
Dopo la neve è normale trovare degli escrementi sulle cassette ed anche api morte che in realtà muoiono sempre ma sulla neve si notano di più; se gli escrementi sono tondeggianti sono normalissimi e dovuti alla lunga clausura.
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0 # mauroD 2012-02-27 07:06
ciao,
siccome dopo il grande freddo mi sono trovato le arnie ricoperte di escrementi e dei mucchietti di api morte davanti agli ingressi sulla neve c'è un modo per stabilire se si tratta di nosemiasi ? ad aprile dovrei mettere in quell' apiario dei nuclei , rischio il contagio ?
grazie e saluti
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