E se selezionassimo un'ape resistente alla varroa?

Mi piace iniziare questo articolo con un’affermazione che può suonare contraddittoria: sono fortemente contrario alla selezione. Il perché lo si può leggere in una lettera che scrissi tempo fa all’amico Paolo Faccioli e che sottoscriverei ancora oggi parola per parola, anzi! (se la vuoi leggere clicca qui). Come spiegare, quindi, l’apparente incoerenza? Io la vedo così:

trovo negativa la selezione che prende in esame le performance degli individui (in poche parole quelle che sono utili a fare più reddito) perché è lontanissima da ciò che è opportuno per la sopravvivenza della specie ape (la natura, infatti,  non si dimostra interessata alle performance ma solo al mantenimento della specie e alla sua diffusione), mentre trovo ammissibile, anche se pur sempre presuntuoso, selezionare in base alla tolleranza alle malattie, ovvero cercando di anticipare quello che potrebbe capitare se l’ape fosse lasciata libera di combattere la sua battaglia, nel caso specifico contro la varroa; la varroa stessa, senza l’intervento umano, sarebbe coinvolta nella selezione per contribuire alla risoluzione della controversia, naturalmente col metodo della sopravvivenza del più idoneo tipico della natura; assieme alle api suscettibili, perirebbero anche tutte le varroe più “carogne”, lasciando in vita le più “sagge” ovvero quelle che lasciano sopravvivere l’ospite. In altri termini la selezione naturale interverrebbe più sul rapporto ape/parassita che non solamente su uno o sull’altro dei contendenti. Allora, perché non lasciare carta bianca alla natura? Ma è ovvio, perché gli apicoltori e l’umanità intera non possono attendere che l’accordo ape-varroa si risolva nei tempi lunghi che solitamente necessitano questi eventi.

 

Possiamo, però, credere ancora nell’aiuto della chimica per combattere la varroa? La storia sta lì a dire di no. In passato abbiamo avuto una fiducia cieca nelle molecole chimiche naturali (a dire il vero non ce n’è nessuna registrata) o di sintesi che siano, ma a ben vedere è stata una fiducia mal riposta; il risultato è stato una varroa sempre più virulenta e resistente alle molecole acaricide e alla loro modalità di somministrazione. E gli apicoltori che ancora oggi esortano le ditte chimiche a sperimentare nuove molecole, mi sembra che abbiano capito poco (ma spero di essere smentito) su quello che è successo. Infatti la molecola chimica (ripeto: naturale o di sintesi) o funziona al 100% oppure è un’arma che dall’ape (o meglio dall’apicoltore) passa nelle mani della varroa. Mi spiego.

 

Quando un trattamento lascia in vita delle varroe è perché queste hanno una qualche resistenza che è o di natura fisiologica (hanno un metabolismo un po’ diverso dagli altri individui della loro specie, che li rende immuni alla molecola) o comportamentale (trovano il modo di “nascondersi” dall’assalto delle molecole tossiche); in entrambe i casi, essendo la varroa un animale che vive d’istinto, il comportamento di difesa è inscritto nei geni. L’anno successivo, essendo sopravvissute ai trattamenti, saranno proprio queste varroe a riprodursi in maggior misura trasmettendo la loro “trovata” alla prole. Quindi, alla lunga, i trattamenti chimici selezionano parassiti sempre più resistenti e aggressivi; è quello che è continua a succedere tuttora e spero che oramai tutti gli apicoltori ne siano convinti. Nel 1983/84, si poteva intervenire contro la varroa aspettando il blocco naturale di covata a fine ottobre, inizi di novembre; dopo una decina d’anni siamo stati obbligati a realizzarlo a fine agosto, quindi a fine luglio e, ora, siamo costretti a eseguire anche un lavoro contemporaneo di blocco o asportazione di covata, per riuscire a salvare le api. Quando utilizziamo una molecola chimica, infatti, è come se dicessimo all’ape: “non ti preoccupare, ti salvo io” ed effettivamente l’ape “ci crede” perché i risultati sembrano darci ragione, ma solo all’apparenza. E ciò perché, contemporaneamente succede quanto già detto, ovvero che la varroa mette l’elmetto e si prepara alla lotta. Ma non è finita perché in contemporanea a questo nostro atteggiamento da bulli di periferia, la selezione delle api continuiamo a farla basandoci sulla trasmissione di elevate prestazioni produttive ottenute, il più delle volte, spingendo sull'aumento della covata, quando dovremmo sapere che più covata significa anche più varroa.

 

Prima ho scritto che la pressione selettiva dell’uomo, anche se su un carattere apparentemente positivo come quello della tolleranza alla varroa, è comunque pericolosa (seppure da sperimentare) perché, anche in questo caso, non è detto che così facendo con combiniamo qualche pasticcio. Ad esempio, cito un caso concreto, ci potremmo portare dietro un carattere negativo come la suscettibilità ad altre malattie. Dico questo non a caso visto che la recrudescenza di peste europea sembra proprio derivare da una concomitante tolleranza alla varroa (e forse anche da incroci spericolati, ma lasciamo perdere) da parte di queste colonie. Mi piace far notare che tutti i libri di apicoltura di qualche anno fa ricordano come l’ape di razza Ligustica fosse resistente alla peste europea tanto che era consigliato, come rimedio per recuperare areali in cui vi erano frequenti epidemie del parassita, la sostituzione delle regine locali con quelle di razza Ligustica.

 

La voglia di voler provare a fare qualcosa nel campo della selezione di api tolleranti la varroa, me l’hanno data due stimoli. Il primo è stato la constatazione che nessun ricercatore al mondo si sta più impegnando per la scoperta di nuove molecole attive; tutto ciò che bolle in pentola per il futuro, sembrano essere vecchie molecole da gestire con nuovi metodi di somministrazione, ovvero fuffa. Se nessuno studia nuove molecole allora vuol dire che quando quelle a nostra disposizione saranno inefficaci (il che vuol dire scendere sotto il 70% di efficacia!)non sapremo più a che santo votarci.

 

Il secondo,invece, è stato la lettura di un’interessante ricerca di Ingemar Fries, Anton Imdorf e Peter Rosenkranz: Survival of mite infested (Varroa destructor) honey bee (Apis mellifera) colonies in a Nordic climate (www.apidologie.org/articles/apido/pdf/2006/05/m6039.pdf). In questo studio, che voleva analizzare la possibilità di sopravvivenza delle colonie di api infestate da varroa senza trattamenti di alcun tipo, i ricercatori hanno isolato a Gotland, un’isola del Mar Baltico, 150 alveari preventivamente infestati con un numero noto di varroe (da 36 a 89). Delle 150 colonie invernate nel 1999 sono sopravvissute, dopo sei anni senza alcun trattamento, 13 famiglie di cui 5 colonie originarie, 1 sciame del 2003, 3 del 2004 e 4 del 2005. Questo vuol dire che poco più del 3% delle colonie portate sull’isola di Gotland avevano il carattere della tolleranza alla varroa. Se, poi, sia possibile trasferire il risultato ottenuto a Gotland a tutte le colonie di tutti gli apicoltori dove, quindi, si dovrebbero nascondere il 3% di colonie potenzialmente resistenti, non è dato sapere, sia perché è diverso il clima, sia perché non è conosciuta la razza di api utilizzata per l’esperimento. La ricerca è interessante perché ci fa immaginare quello che potrebbe accadere se gli apicoltori smettessero di eseguire trattamenti: nessun pericolo per la sopravvivenza dell’ape, quindi, che seppur lentamente, dopo una forte mortalità, riconquisterebbe gli spazi lasciati liberi dalla morte delle famiglie sensibili. Semmai sarebbe la fine, per alcuni anni, dell’apicoltura, ovvero: azzeramento del reddito per gli apicoltori e miele relegato nella nicchia di prodotti di super lusso, probabilmente assieme a cibi quali il tartufo. 

 

Comunque in una successiva ricerca Ingmar Fries, ma stavolta condotta assieme a Riccardo Bommarco (www.springerlink.com/content/04qw122212704862/fulltext.pdf), ha scoperto che l’adattamento ospite-parassita osservato nel precedente lavoro era da ascrivere al comportamento delle api e non della varroa. Gli studiosi presero 20 regine figlie delle “resistenti”, le fecero fecondare all’interno della stessa popolazione (che Fries chiama colonie Bond, da “007, vivi e lascia morire” J) e le misero a confronto con 20 regine acquistate dal mercato. Tutte queste regine furono assegnate ad altrettanti pacchi d’ape, la metà prodotti da colonie normali (e quindi infestate con acari qualsiasi), il rimanente da colonie Bond e, quindi, contenenti acari di colonie sopravvissute sei anni senza trattamenti. A fine stagione, il tasso d’infestazione delle colonie con regine del mercato era il doppio rispetto a quello delle colonie con regine Bond (1% contro 4,2%) a prescindere dal tipo di acaro che parassitava le api. Questa ricerca ha anche dimostrato che le regine tolleranti producono meno covata - sia di operaia sia di fuco (che per fortuna si riflette poco nella popolazione di api in quanto, probabilmente, hanno una vita leggermente più lunga) - e spingono le varroe a vivere maggiormente sugli adulti piuttosto che nella covata. La ricerca non è riuscita a spiegare il perché, ma questo potrebbe essere in relazione al comportamento igienico evidenziato da Marla Spivak e Gary Reuter in “Varroa destructor infestation in untreated honey bee colonies selected for hygienic behavior (Infestazione di Varroa destructor in colonie non trattate di api selezionate per il comportamento igienico) che puoi trovare a questo link: www.culturaapicola.com.ar/apuntes/sanidad/varroa/Varroa_destructor_infectacion_colonias_seleccionadas.pdf.

 

Quindi mi è venuto da pensare che anche in Italia è possibile cominciare a lavorare sull’ipotesi di allevare delle api che mostrino una qualche resistenza alla varroa. Personalmente, ho intrapreso una modalità piuttosto laboriosa, che consiste nel controllare la progressione del tasso di infestazione degli adulti delle colonie (circa 700) fintanto che questo non superi il 3% sugli adulti (che vuol dire circa il 10% totale quando è presente anche la covata) raggiunto il quale asporto la covata ed eseguo il trattamento acaricida (con molecole autorizzate nel biologico).

 

Questo sistema è laborioso ma è più simile a quello che capiterebbe se la selezione la facesse la natura; con la differenza che la natura non permetterebbe alla colonia sensibile di sopravvivere. A fine stagione ci si dovrebbe trovare (se la ricerca di Fries et al. è valida anche in Italia) con circa il 3% di alveari a cui non è necessario eseguire il trattamento acaricida (nel mio caso ne ho trovati meno). Questi alveari andranno a formare il nucleo iniziale di un allevamento di regine che si feconderanno all’interno della popolazione “resistente” in ambiente confinato, quale una stazione di fecondazione. Naturalmente è possibile effettuare anche un’inseminazione strumentale per la quale, però, la scelta del maschio è a giudizio dell’operatore e non della casualità ambientale. Se le famiglie “resistenti” a disposizione sono pochissime, allora l’inseminazione strumentale è obbligatoria, in caso contrario la fecondazione naturale dà la possibilità di produrre un gran numero di regine che andranno a rimpiazzare quelle eliminate dal piano di selezione l’anno precedente. La stagione successiva, una volta sostituite le regine suscettibili con le figlie delle resistenti, si ricomincerà il lavoro di monitoraggio con il quale sarà possibile valutare quanto la resistenza sia opera del genoma dell’ape regina selezionata, e quanto sia riconducibile all’ambiente.

 

Spero che queste 4 righe sulla selezione di api resistenti alla varroa, possano interessare un buon numero di apicoltori perché una selezione delle regine eseguita su geni recessivi quando si sa che una ventina di fuchi, che percorrono decine e decine di chilometri, le vanno a fecondare, servirebbe davvero a poco.

 

 

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Commenti   

+1 # piarelal 2012-09-27 12:09
Grazie a te per questo meraviglioso sito Marco! Qui in Kullu Valley, nel nord ovest dell'Himalaya indiano,e' il momento della fioritura autunnale, e cosi' ti prego, aspetta fine Ottobre; smielero'la mia Warre'e ti potro' parlare con il senno di poi del mio primo anno di apicoltore, e dell'ape cerana, il mio guru! La stragrande maggioranza delle api in Italia sono curate da apicoltori non professionisti con poche famiglie ciascuno, quindi non dovrebbe essere difficile applicare il metodo di Marco su vasta scala. Se poi queste colonie fossero alloggiate in kenian top bar hives nei posti caldi e Warre', o alveari di paglia, in quelli freddi si offrirebbero alle colonie ripari energeticamente efficienti, asciutti, dove molti di quei milioni di joules-di miele- che la colonia spende nella termoregolizzazione dell'alveare sarebbero risparmiati. Inoltre l'ape potrebbe costruire i favi, l'esoscheletro, parte integrante del sistema immunitario del superorganismo. Forse si potrebbe trovare piu del 3%,con api Wiki!
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0 # Marco Valentini 2012-10-01 14:24
Allora ci conto! Presto postero' un articolo sulla Kenian che sto provando da due anni. La ritengo migliore della Warre' per alcuni fatti che mi piacerebbe discutere con te.
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0 # piarelal 2012-07-07 06:56
Ciao Marco e grazie!! :lol: ,questo sito puo'veramente aiutarci tutti a salvare questa palla meravigliosa..Qui in India,da dove ti scrivo,si e' sempre professato che la conoscenza si manifesta nel mondo quando il conoscente diventa il conosciuto;cos'e infatti che che crea l'occhio? La luce! E perche'le forme di tutti i fiori del piu grande gruppo di piante al mondo, le angiospeme,sono tali?Ovviamente perche gli insetti impollinatori, e quindi le nostre api, hanno la forma che hanno. Non c'e' ape senza fiore,e non c'e'fiore senza ape. Tutto questo per ricordare che la vita su questo pianeta è Una,e che le forme organiche e la loro evoluzione, e selezione,che osserviamo nel mondo sono il risultato di questo dialogare,conoscere, insieme. Perche'il dorso della varroa e' concava? L'ape ha quella forma,il conoscente diventa il conosciuto.
Se tutto questo e'cosi,e aiutatemi se sbaglio,un sistema cognitivo di 30 milioni di anni come quello della specie Apis,che ha colonizzato 3 continenti,superato una glaciazione,e si convive con la varroa senza trattamenti-l'ape cerana nel Sud e Est dell'Asia- e'ottimamente equipaggiato per partecipare a quel "dialogo",di cui sopra, che e' la vita. Selezionare,i.e.creare un collo di bottiglia genetico,vuol dire ridurre le possibilita' presenti e future di conoscere,e quindi di vivere. Il compito di noi apicUltori dovrebbe essere facilitare, e magari accellerare, il processo d'apprendimento dell'ape, per esempio fornendole ripari adeguati alle sue esigenze e che le permettano di amministrare meglio le sue energie, praticare tecniche apistiche non distruttive,lasciarle costruire i favi,lasciarle sciamare,piantare flora mellifera e magari un giorno arrivare a costituire un superorganismo di apicultori. Ma questa e' gia' la societa'della convivialita' da venire. La strada di Marco va data 1 chance
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0 # Marco Valentini 2012-09-17 20:49
Grazie a te carissima delle belle parole!
Perché non mi invii qualcosa di scritto sulla tua esperienza in India? Mi farebbe davvero molto piacere e credo anche a molti dei lettori di questo sito.
Un abbraccio caloroso
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0 # SimoneBenini 2012-02-27 09:49
Io sono più drastico di Lei, non voglio trattare perché ancora si sa poco sui residui che inevitabilmente ci si mangia nel miele, e siccome il miele lo produco per i miei figli......
Ho notato negli alveari che cerco di condurre in totale rispetto per le api che la capacità di "pulirsi" e quindi di levarsi di dosso e spezzare le varroe, dipende dalla "tranquillità" della famiglia.
Io la mia selezione la sto facendo fare alla natura, per ora non ho perso nessuno dei 4 alveari che conduco, ma questo secondo anno vediamo cosa ha in serbo per me e per le api che tanto brillantemente hanno superato un inverno con 2 mt di neve e -18°.
Se la natura decide che una colonia deve morire io approvo, ma se la natura decide che quegli esemplari sono destinati alla continuazione della specie, allora me ne compiaccio.
Capisco che il mio discorso fila solo se l'apicoltura non è una parte essenziale del mio reddito, ma come si sa, il denaro rovina tante cose belle.

Simone.
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0 # Marco Valentini 2012-02-27 22:58
Caro Simone è da quando sono apicoltore che c'è sempre qualcuno più drastico di me, non me ne curo. Comunque sui residui che ci sono nel miele si sa quasi tutto, quali passano nel miele quali no e in che percentuale; non faccio neppure distinzione fra il miele che do ai miei figli e quello che vendo, tutti meritano il meglio.
Ho cominciato a parlare di selezione di api tolleranti la varroa non per l'ispirazione di una mattina, ma dopo aver letto almeno una cinquantina di lavori scientifici sull'argomento. Se lei crede che il suo sistema sia quello giusto, padrone, ma certo non c'è nessun appiglio scientifico per cui pensare che sia bene provare a fare come lei e non si possono consigliare metodi avventurosi a persone che se perdono gli alveari sono guai. Sul denaro che rovina tante cose belle sono pienamente daccordo con lei ed infatti in questo sito tutti possono apprendere qualcosa (ammesso che ci sia qualcosa di buono da apprendere) del tutto gratuitamente. Ma anche lei, sono certo, il denaro per campare da qualche parte lo prenderà.
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0 # Alberto 2012-02-04 00:41
ciao a tutti, mi inserisco anch'io con un paio di dubbi o spunti su quel che ha scritto Marco:
1.quando si parla di "spazi lasciati liberi dalla morte delle famiglie sensibili", potremmo arrivare a dire che in fondo, al di la' del tentativo di tenere in vita piu' famiglie possibili, la scomparsa di quelle piu' infestate rappresenta un vantaggio per il nostro apiario? 2.Come la mettiamo con la fecondazione da parte di fuchi "viandanti",che arrivano da decine di chilometri di distanza? Questo e' quel che si legge spesso, ma in un'altra discussione si legge che nella maggior parte dei casi i fuchi sono quelli delle famiglie presenti a pochi passi dalla regina.
3.Una riduzione del problema della reinfestazione e una selezione cosi' come la intendono Marco e altri, possono prescindere dal provare a metterci d'accordo con i nostri vicini apicoltori? Forse dovremmo iniziare a "selezionare" i nostri modi di fare apicoltura e poi potremo selezionare anche le api,che dite? alberto p
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0 # Marco Valentini 2012-02-05 11:53
Caro Alberto, intanto provo a risponderti io, però spero che si faccia vivo anche qualcun'altro. Perché, e rispondo al tuo terzo quesito, questa è una cosa che dobbiamo condividerla in tanti altrimenti ha poco senso. Però, siccome è un percorso lungo, i più timorosi e i pirati (quelli che arraffano dove capita) si accoderanno alla fine e allora a noi tocca aprire il sentiero e accollarci sbagli e perdite di alveari e sapendo che nessuno ci dirà bravi!
Si, la scomparsa delle famiglie più infestate è un vantaggio per il resto degli alveari. Bisognerebbe, però accorgersi prima della sensibilità e fare un trattamento che comunque abbassa la quantità di varroa nell'ambiente che metterebbe a dura prova gli alveari tolleranti. Infatti non esistono solo colonie sensibili o resistenti, esistono, soprattutto tutta una serie di casi intermedi. Poi si dovrebbe eliminare la regina e sostituirla con una figlia di quelle più tolleranti.
Effettivamente la fecondazione avviene soprattutto tra alveari dello stesso apiario, certamente se di alveari nell'apiario ce ne sono molti. La raccomandazione che si sente fare quando si vuol formare una stazione di fecondazione e quella di essere ad un decina di chilometri da altri apiari. Naturalmente non si può eliminare del tutto (se non con una fecondazione artificiale) l'apporto di geni non graditi da parte di fuchi "stranieri". Comunque la regina si feconda con più maschi e, quindi, solo la parte di operaie figlie di questi fuchi saranno poco attive contro la varroa, il che abbassa il grado di tolleranza ma non lo azzera. E, poi, il 50% del patrimonio genetico lo porta la madre.
Comunque non pensiamo di arrivare subito all'obiettivo, molte delle regine figlie di madri tolleranti saranno, geneticamente, scadenti.
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0 # luca79 2012-02-05 15:06
Salve a tutti, concordo con quello che dice Marco. Porto anche l'esperienza di Kefuss che parte da lontano e con un ibrido,forse più tollerante di suo ma più difficile da portare avanti la selezione.Lui consiglia di valutare le famiglie più produttive, poi quelle più igieniche e poi monitorare la varroa, trattando quelle che superano la soglia di varroe.Queste si escludono.
Le ultime rimanenenti,logicamente prima che muoiano, saranno le madri. Lui ha migliorato distribuendo celle nei vari apiari(chi ha apiari isolati di 10 km???).Dice che alla seconda generazione i fuchi (nipoti delle madri di partenza)avranno il patrimonio genetico molto simile alla "nonna" e ciò aiuterà la selezione che comunque è infinita e che anche da lui è sempre in atto e sono 19 anni.Non sa se la tolleranza discenda più da parte maschile o femminile,nel dubbio farci un apiario con le madri e tutto il materiale che consideriamo migliore per i fuchi e saturarlo.(Nelle Elgon la componente di monticola dovrebbe essere maschile).
Io personalmente penso che sia più logico portare avanti la selezione con una madre dotata di tolleranza intermedia ma buona produttrice che non una resistente ma totalmente inutile dal punto di vista produttivo. A meno che non si sia ricercatori o hobbisti disinteressati.
PS una considerazione di logistica,
Per chi ha spazio (io purtroppo poco) in molti consigliano gruppi di MAX 6/12 casse distanziati di 200/300 metri da altri per evitare le reinfestazioni che danno molto fastidio alle intermedie tolleranti.
Ciao
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0 # Luca79 2012-01-02 18:28
Ciao Marco,complimenti per l'articolo.
Come già ci siamo abbondantemente detti, la strada della selezione all'ape resistente alla varroa, deve diventare un percorso obbligato. Mantengo delle distanze dal tuo pensiero (mi perdonerai), riguardo al dover rinunciare alla produttività. Penso possa essere megari solo uno scotto iniziale sul cammino della selezione alla tolleranza. La stessa Spivak,Kefuss, ecc. sostengono di avere ottimi dati in termini di produzione. Per quanto riguarda il mio lavoro di selezione, seguo pari passo il metodo Soft Bond di Kefuss (produttività-test igienico-test varroa). Lui mi ha suggerito personalmente di provare con le mie ligustiche, in quanto fermamente convinto che si possa applicare a qualsiasi razza. Io ci ho provato con scarsi ed enigmatici risultati. Qui Marco ti sottopongo dei dati che mi hanno lasciato perplesso.
Ho selezionato 100 colonie che spiccavano per produzione. Di queste 100, 23 sono risultate igieniche nelle 24/h. Di queste 23 chi prima, chi dopo hanno avuto un innalzamento autunnale del tasso di varroa, tale da dover trattare per la sopravvivenza futura. Si vedeva inoltre nella covata il segno dell'infestazione, covata disomogenea,scarsa natalità in rapporto alla covata, ecc.
Per puro caso provai anche a testare delle Buckfast che ho in un apiario isolato. Malissimo il test igienico, tasso di varroa alto come le altre, ma sempre covata compatta e crescita numerica ottima e proporzionata alla covata (enorme di suo). Come se effettivamente avessero addosso la varroa, ma la sopportassero meglio e non entrasse nella covata.
Come si può spiegare?
PS quelle Buckfast vengono dall'Austria dove trattano a go go,pensano solo alla produttività e docilità e che se solo gli parli di selezione alla resistenza ti ridono in faccia".
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0 # Marco Valentini 2012-01-01 09:21
Ok Carlo, mi dici come fai ad essere così sicuro che si tratta di reinfestazione e non di cattivo funzionamento del trattamento estivo? Non voglio assolutamente minimizzare il problema della reinfestazione, anzi. Spesso è proprio perché i trattamenti estivi non sono più così efficaci (ricordo che un trattamento estivo dovrebbe raggiungere almeno un potere acaricida dell'80-90% per ritenersi sufficientemente efficace) che ci si ritrova tanta varroa in autunno e tanta reinfestazione.
Non ho dati per dire che la situazione non sia, nella tua zona, come tu la descrivi; senz'altro sarà così, molto probabilmente un po' più variegata.
Grazie per i tuoi commenti che stimolano la riflessione.
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0 # Carlo 2011-12-31 14:07
Ciao Marco, quest’anno dalle mie parti c’è stata nei mesi ottobre/novembre una forte reinfestazione, in sostanza poco tempo fa al trattamento sono cadute veramente tante varroe nonostante i trattamenti effettuati a luglio e a settembre, per questo chi ha ritardato il trattamento facendolo ad agosto ha avuto saccheggi e perdite di famiglie e ne avrà ancora durante i mesi invernali perché sono famiglie piccole con api danneggiate, se arriveranno a primavera, non riusciranno a ripartire e periranno lo stesso se non saranno riunite.
copia parziale del primo messaggio
Carlo
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0 # Carlo 2011-12-31 09:40
Marco,
L’obiettivo è lo stesso di Giuliano Stracci,selezionare api che si possano difendere da sole dalle varroe, la strategia da te consigliata è uguale o in che cosa di differenzia?
Saluti e Buon 2012, Carlo.
http://www.apibio.it/REGINE%20RESISTENTI.html
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0 # Marco Valentini 2011-12-31 11:16
Conosco Stracci solo perché ho letto qualcosa delle sue esperienze. L'obiettivo è certamente lo stesso, ma il metodo mi sembra abbastanza diverso. Il suo metodo è simile a quello di Kefuss del vivi e lascia morire ma che con le api di Kefuss hanno potuto funzionare perché avevano "sangue" di intermissa, notoriamente già di per se abbastanza resistente.
Inoltre io consiglio di utilizzare il mezzo della valutazione del tasso di infestazione per far sopravvivere le famiglie sensibili per poi sostituire le regine con quelle + resistenti. Così la mortalità si dovrebbe ridurre di molto.
Stracci, inoltre, ha molta fiducia nella selezione della sola parte femminile mentre io propongo l'uso di stazioni di fecondazione. Infatti il comportamento "resistente" ce l'hanno le operaie che hanno il patromonio genetico della madre e di molti maschi. Inoltre Stracci pensa che si possa partire da un quantitativo di colonie relativamente basso mentre la mia esperienza mi dice che bisogna partire almeno da un migliaio di alveari per trovare non più di una ventina di regine portatrici del carattere. Trovare 1 apicoltore con 1.000 alveari che abbia il tempo di fare il lavoro di valutazione del tasso di infestazione e allevare anche regine è molto più difficile che trovare 100 apicoltori con 10 alveari che possano fare la stessa cosa.
Spero di essere stato esauriente.
Grazie per l'intervento molto stimolante.
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0 # Carlo 2011-12-31 00:46
Ciao Marco, quest’anno dalle mie parti c’è stata nei mesi ottobre/novembre una danneggiate, se arriveranno a primavera, non riusciranno a ripartire e periranno lo stesso se non saranno riunite.
Ora ti chiedo, se un apicoltore sottrae covata per mantenere bassa l’infestazione in ogni caso dovrà fare trattamenti chimici per la pulizia a novembre o dicembre altrimenti ripartirà nell’anno successivo con un carico di varroe troppo alto e quindi avrà sicuramente falsato i sui dati di valutazione delle eventuali regine con spiccato senso di pulizia varroe.
Io credo che questo lavoro lo debba fare un allevatore di regi e poi distribuire agli apicoltori le figlie per diffondere il carattere selezionato.
Ti chiedo: quanti apicoltori sono disposti a sacrificare le proprie famiglie per questo scopo?
Saluti Carlo
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0 # Marco Valentini 2011-12-31 11:30
Ciao Carlo, quello che volevo dire è che le api, quando muoiono di varroa, lo fanno di solito in autunno/inverno quanto la popolazione di api diminuisce ma non altrettanto fa la varroa; in primavera, le api si sviluppano più velocemente della varroa che, tra l'altro, subisce una forte diminuzione durante l'inverno.
Togliere covata ogni tanto non diminuisce significativamente la varroa e ti troverai comunque a dover fare i trattamenti chimici; addirittura togliere tutta la covata non è risolutivo se non accompagnato da un contemporaneo trattamento chimico (vedi questo articolo: http://www.bioapi.it/la-lotta-alla-varroa-si-evolve-dal-blocco-allasportazione-della-covata.html). Quindi togliere covata può in parte diminuire la varroa non non tanto da falsare i dati in modo drammatico. Inoltre la selezione prevede di prender nota di tutto quello che subisce l'alveare e, quindi, a fine anno si potrà fare una valutazione più precisa su quali regine destinare alla riproduzione.
Il problema, semmai, è un altro. Tutte le esperienze dicono che le colonie resistenti non sono grandi produttrici di miele e la domanda seguente potrebbe essere: saremo capaci di sopportare questo fatto?
Un allevatore di regine non ha abbastanza api per trovare una regina da selezionare per la resistenza alla varroa oppure ne ha troppe per poter fare tutto il lavoro che ciò comporta.
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0 # Carlo 2011-12-30 18:48
Ciao Valentini, io credo che una prova da fare utile alla ricerca di un’ape con un DNA con caratteri di difesa per la varroa, si debba fare in un posto dove la reinfestazione può essere controllata, come per esempio un’isola, altrimenti l’apicoltore si troverà in primavera con tutte le famiglie morte.
Una selezione naturale fatta così può dare risultati con tempi accettabili (in natura questo avviane sempre su tutto ma con tempi molto lunghi) e con un piccolo rischio di perdita delle api.
Saluti Carlo
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0 # Marco Valentini 2011-12-30 21:05
Grazie per il commento Carlo.
Innanzitutto devi sapere che non è che stiamo partendo da zero (anzi sono diversi anni che dei ricercatori ci stanno dietro) e delle nozioni già le abbiamo. L'isola potrebbe andare bene per la questione fecondazione naturale ma anche i Neo Zelandesi sembrano non credere più molto a questa ipotesi. Per quanto riguarda il rischio di vedersi morire tutte le famiglie in primavera, a parte che le famiglie che devono morire di varroa muoiono in inverno e non in primavera, col metodo che propongo (ma che non è mio ma è uno dei tanti porposti dai ricercatori) si tiene sotto controllo il tasso di infestazione per cui, anzi, chi lo seguirà proprio non vedrà morire per varroa le proprie famiglie, almeno, non senza saperlo.
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0 # Stefano Celli 2011-12-22 12:00
Ciao Marco
l'articolo è molto interessante e "spinge" alla prova
Io come apicoltore amatoriale provai con 8 arnie di un apiario tre anni fa di lasciar fare a loro, purtroppo ottenni solo il 100% di mortalità
mentre le 8 rimanenti trattate con l'ossalico sopravvissero alla stagione seguente
ho avuto diverse interferenze nelle prove perchè le coltivazioni dove le api bottinavano erano girasole e mais con un poco di erba medica
quindi con i neonicotinoidi ..all'opera
seguirò i tuoi articoli e nel 2012 riproverò con una parte delle api a non fare trattamenti
saluti di Buone Feste a tutti
Stefano
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0 # Marco Valentini 2011-12-22 12:32
Grazie Stefano per i complimenti.
Voglio, però, essere molto chiaro perché la questione è delicata. Io non chiedo assolutamente di lasciar fare alla natura perché è chiaro che sarebbe un prezzo insopportabile per l'apicoltore e per la collettività. Inoltre tutte queste colonie morenti, travaserebbero varroe negli alveari trattati rendendo l'intervento pressoché inutile.
Inoltre lasciare a se stessi pochi alveari non ha senso perché la percentuale di regine che portano il carattere della resistenza e minima. Io chiedo, per chi se la sente, di monitorare la situazione e trattare le famiglie che si apprestano a superare la soglia del 3% del tasso di infestazione degli adulti. Alla fine della stagione si rimane con tutti gli alveari vivi e, forse, e ribadisco forse, con qualche colonia sopravvissuta senza trattamenti. L'anno seguente si realizzano nuove colonie e si sostituiscono le regine sensibili, partendo dal materiale genetico delle sopravviventi o di quelle che sono sopravvisute più a lungo, senza aver subito fattispecie che hanno limitato la riproduzione della varroa.
Grazie per il commento perché mi ha permesso di fare più chiarezza, spero.
Ricambio gli auguri di cuore.
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