Progetto per un ape resistente alla Varroa ©

L’acaro Varroa destructor è diventato uno dei più gravi problemi che affligge l’apicoltura di tutto il mondo. Le prime segnalazioni della sua presenza nel territorio italiano sono riferibili agli inizi degli anni ’80 e da subito l’unica strategia di contenimento presa in considerazione fu esclusivamente la lotta chimica. Inizialmente sembrava che il metodo potesse funzionare ma ben presto l'acaro Varroadimostrò di essere capace di acquisire velocemente una certa resistenza alle molecole chimiche utilizzate per il suo contenimento.

Ma questo è solo uno dei problemi che sono seguiti alla decisione di dichiarare la guerra chimica all'acaro Varroa, probabilmente neppure il peggiore. Infatti l’uso di molecole chimiche ha anche provocato una selezione di famiglie di acari capaci non solo di resistere via via a tutte le molecole utilizzate dagli apicoltori per il suo contenimento, ma anche di velocizzare il loro ciclo di sviluppo e, probabilmente, la loro fertilità. Chi ha presente l’evoluzione storica del rapporto ape-varroa sa che questa si sta risolvendo a favore della seconda. Se nei primi anni ’80, infatti, era possibile intervenire per il contenimento della Varroa destructor in autunno inoltrato e con un solo trattamento, oggi l’apicoltore, se vuole salvare i propri alveari, deve anticipare il trattamento ai primi di agosto (al termine della produzione) ed eseguirne un altro alle porte dell’inverno. Ultimamente in molte zone d’Italia, gli apicoltori devono, contemporaneamente al trattamento estivo, utilizzare delle dispendiose tecniche manipolative per migliorare l’efficacia del trattamento acaricida.

In definitiva, l’apicoltore ha selezionato, con l’uso degli acaricidi, ceppi di Varroa destructor sempre più  virulenti e contemporaneamente non ha permesso alle api di trovare la propria via di sopravvivenza all’acaro; anzi, continuando a selezionare le api sul solo versante della produzione, probabilmente non ha fatto altro che renderle meno rustiche e, quindi, più suscettibili.

Eppure questo acaro non provoca alcun danno sull’ospite originario, ovvero l’ape asiatica Apis cerana Fabr., che è capace di mettere in atto tutta una serie di strategie di controllo che lo relegano a pura curiosità entomologica.

Moltissime ricerche effettuate in tutto il mondo documentano che anche alcune popolazioni di ape europea Apis mellifera, sono capaci di sopravvivere e coesistere con Varroa destructor. Il caso più evidente è quello dell’ape che vive nell’estremo est della Russia e che prende il nome di Primorsky dalla regione dove si è selezionata. Essa deriva da alcune colonie di Apis mellifera che verso la metà del 1800 furono trasferite in questa regione dove originariamente viveva l’Apis cerana e dove, probabilmente, è avvenuto il primo cambio di ospite. Alcune colonie di quest’ape sono state trasferite negli Stati Uniti e ora vengono allevate con buon successo.

Ma vi sono molteplici studi scientifici, in Germania, Francia, Svezia, Stati Uniti, Brasile, Argentina, Nuova Zelanda, ecc., che hanno mostrato come siano evidenti anche in altre popolazioni di Apis mellifera comportamenti che potrebbero portare alla resistenza alla Varroa destructor.

In particolare Büchler et al. (2010) affermano che l'alta varietà di sottospecie native e ecotipi in Europa offrono una buona risorsa genetica per la selezione verso la resistenza alla Varroa destructor e che già in alcuni areali sopravvivono alcune popolazioni di Apis mellifera con alti livelli di resistenza, che permettono la loro sopravvivenza pur in assenza di trattamenti acaricidi.

Tuttavia manca un serio lavoro di ricerca che riguarda l'ape italiana, Apis mellifera Ligustica, nel territorio di origine che, qualora la resistenza agli acaricidi da parte di Varroa destructor dovesse interessare anche gli ultimi pochissimi principi attivi rimasti ancora efficaci, rischia l'estinzione. In questo malaugurato caso si perderebbe in una volta un'ape altamente adattata al nostro ambiente, la migliore ape da produzione che in tutto il mondo viene allevata per le sue qualità,  insostenibile carenza di impollinazione e gravi problemi di biodiversità.

Materiali e metodi

È la selezione naturale che può portare più velocemente al consolidamento del rapporto Ape-Varroa verso una relazione ospite parassita equilibrata e stabile. Ma questa modalità di intervento (Fries et al., 2006) condurrebbe a pesanti perdite di alveari con la conseguente inaccettabile insufficienza di impollinazione delle piante di interesse agricolo e forestale e mancanza di reddito per gli apicoltori.  Se il metodo della selezione naturale non può essere accettato, per le pesanti perdite che si otterrebbero, non può neppure essere ignorato che i criteri che devono essere assunti per un programma di selezione devono prendere in considerazione la maggior parte degli specifici comportamenti che possono condurre a colonie resistenti, i più importanti dei quali sono (Bee Doc - M6.1, 2011):

- Durata del periodo di opercolazione delle celle di covata

- Comportamento di rimozione e grooming (spidocchiamento) da parte degli adulti su altri adulti

- proporzione di femmine di acaro Varroa non fertili (ovvero che non depositano uova)

- riduzione di fecondità degli acari Varroa madri

- attrattività della covata

Tuttavia non è possibile selezionare colonie di api resistenti considerando uno solo di questi comportamenti per il fatto che probabilmente non sarebbe sufficiente ad ottenere colonie che possono sopravvivere senza alcun trattamento e per il forte rischio che l'acaro Varroa possa aggirare il comportamento di resistenza. Inoltre una bassa e limitata crescita della popolazione di acari all'interno della colonia di api è un fondamentale criterio di resistenza che può esso stesso essere utilizzato come criterio di selezione di ceppi di api resistenti a Varroa destructor.

Tra i vari metodi per stimare il livello di infestazione il più semplice, affidabile è quello proposto da Macedo et al. (2002) che prevede il campionamento di circa 300 api per alveare da trattare mediante lo zucchero a velo. Si scrollano le api di un favo di covata e si raccolgono in un vaso munito di un coperchio  con rete. Vi si introducono circa 30 grammi di api e circa 7 g di zucchero a velo; quindi si scuotono e si fanno rotolare le api all'interno del vasetto per distribuire la polvere, per circa un minuto; si lasciano un altro minuto ferme e, quindi, si capovolge il vasetto scuotendo ancora per far fuoriuscire l'acaro Varroa che viene contato.

Potendo eseguire questa operazione nel periodo di assenza di covata invernale e, poi, in aprile, giugno e luglio sarà possibile valutare l'andamento del tasso di infestazione sugli adulti. Saranno scelte le colonie nelle quali il tasso di infestazione da Varroa destructor è progredito più lentamente. Di fondamentale importanza sarà anche la valutazione della forza delle colonie con la stima dei sesti (Accorti, 1985). che permette di raffrontare alveari diversi valutando il tasso di infestazione con il numero delle api e la quantità di covata.

Il successo della selezione deriva direttamente dalla dimensione e dalla variabilità genetica della popolazione delle colonie prese in esame. Tenendo in considerazione che la percentuale di alveari che avranno caratteristiche interessanti per la selezione probabilmente non supereranno il 2%, si otterrà un buon numero di colonie madri valutando non meno di 1.000 alveari.

Una volta scelte le colonie resistenti, saranno effettuati degli esami per valutare il comportamento igienico (Spivak et al., 1998; Ibrahim et al. 2004) ed effettuato un esame biometrico per escludere, semmai, quelle che non appartengono alla razza Apis mellifera Ligustica.

A fine valutazione le colonie prescelte saranno trasferite in un'area della regione dove per condizioni orografiche e produttive sia possibile la fecondazione delle regine in isolamento (Büchler et al., 2013), ovvero siano assenti alveari allevati da apicoltori estranei al progetto per un raggio di almeno 6 km con buone risorse di nettare e polline e condizioni climatiche favorevoli (temperatura esterna superiore a 20 °C e velocità del vento inferiore a 24 km/h)

Qui saranno allevate e fatte fecondare almeno 100 regine che andranno, poi, a formare nuove colonie da valutare durante il secondo anno. Di queste, quelle con le migliori performance diventeranno, a luglio del seguente anno, le nuove madri da riprodurre.

Alle colonie con le migliori performance di resistenza, sarà effettuato un esame proteomico (Parker et al., 2012) il quale permette di marcare le proteine responsabili del comportamento di resistenza. L'intento è quello di utilizzare questi biomarker per velocizzare l'identificazione le colonie con le caratteristiche di resistenza a Varroa destructor esistenti sul territorio.

 

 

Bibliografia

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