La Varroa - 1a parte

La sua carta di identità

È grande poco più di un millimetro, ma la sua presenza si fa sentire, eccome! Stiamo parlando della Varroa jacobsoni, meglio conosciuta dagli apicoltori con il solo nome di varroa, un acaro che, in poco più di dieci anni di presenza in Italia, ha modificato il modo di fare apicoltura, un cambiamento che è tutt’ora in atto.

Innanzi tutto ha attuato una severa selezione tra gli operatori, facendo rimanere solo i più appassionati e meticolosi, o coloro che hanno fatto, dell’apicoltura, un motivo di reddito; ovvero, in ultima analisi, quelli che non hanno voluto o potuto “mollare”. Poi ha accelerato, condensandola in pochi anni, la lenta tendenza a trasferire, in arnie razionali, i vecchi bugni rustici, iniziata nel 1800 con la scoperta dello “spazio d’ape”. Oggi abbiamo, infatti, un patrimonio apistico nazionale costituito per la quasi totalità da arnie razionali, quando, solo dieci anni fa, era composto per circa la metà da bugni rustici. Ma non è tutto. Le stesse arnie hanno subito delle profonde trasformazioni, sebbene non accettate ancora dalla totalità degli apicoltori. Ci riferiamo, ad esempio, al fondo anti-varroa, anche se è considerato, soprattutto dai professionisti, improponibile per un’apicoltura da reddito. Eppure questo particolare accorgimento, costituito essenzialmente da una rete metallica e da un vassoio che raccoglie le varroe che cadono (vive o morte), ci aiuta non poco nella lotta alla varroa.

Non parliamo, poi, delle tecniche apistiche che, quale più, quale meno, hanno subito tutte delle trasformazioni per tenere nel dovuto conto che  l’obiettivo numero uno della moderna apicoltura è far fronte ad un parassita così difficile da sconfiggere quale è la varroa. Ma vediamolo più da vicino questo pericoloso nemico dell’apicoltura

 

Da dove viene

Che si chiama Varroa jacobsoni, ora lo sappiamo; ma che solo cinquant’anni fa vivesse a migliaia di chilometri da noi questo, forse, non tutti lo sanno ancora; essa è, infatti, un acaro originario del sud-est asiatico che viveva tranquillamente a spese di un’altra specie di ape, l’Apis cerana, la quale riusciva, e riesce tuttora, a mantenerla entro limiti di sopportazione. Tanto è vero questo, che colui che per primo descrisse la varroa, un certo Oudemans, la considerava una pura curiosità entomologica. Poi è successo che gli apicoltori locali trovando sempre più remunerativo allevare razze di api europee, perché più produttive e mansuete, cominciarono ad importarle nei loro territori; mai avrebbero potuto immaginare che ci fosse in agguato un parassita che, una volta cambiato ospite, avrebbe avuto un siffatto potere distruttivo. Infatti l’Apis cerana, grazie ad una convivenza che perdura da migliaia e migliaia di anni, aveva già messo in atto delle tecniche di lotta contro la varroa (temperatura del nido più alta, periodo di sviluppo larva-adulto più breve, vero e proprio “spidocchiamento”, ecc.) che la nostra ape, mai fino al quel momento venuta in contatto con la questo acaro, aveva avuto modo di realizzare.

Il risultato è stato che, piano piano ma inesorabilmente, grazie al commercio dei nuclei artificiali, delle regine e del nomadismo, ma anche per fenomeni naturali quali la sciamatura ed il saccheggio, la varroa si è spostata verso ovest, raggiungendo prima i Paesi dell’Est, poi l’Europa, quindi tutto l’areale di diffusione dell’Apis mellifera. In Italia i primi focolai sono stati diagnosticati nel 1981, in Friuli Venezia Giulia e nel Lazio, mentre oggi la sua diffusione è così capillare che può essere affermato, che non esiste più nessun alveare indenne.

Come si diagnostica

Solo difficilmente, osservando le api, è possibile diagnosticare la presenza della varroa sia perché, come dicevamo, è poco più grande di un millimetro, ma, soprattutto, perché sa sfruttare le sue altre caratteristiche morfologiche (è a forma di scutello ed è di colore rosso-bruno) per mimetizzarsi ad arte.

La varroa vive a spese sia l’ape adulta che la covata e il suo ciclo biologico può essere riassunto in questo modo: poco prima dell’opercolatura, una varroa feconda entra nella celletta di covata (di preferenza quella maschile) e depone delle uova dalle quali si svilupperanno delle varroe femmine ed un maschio che, dopo la fecondazione, muore. Le varroe feconde fuoriescono dalla celletta, quando l’ape fora l’opercolo, e vivono per alcuni giorni a spese dell’adulto, nutrendosi di emolinfa; poi si calano di nuovo in una celletta di covata per continuare il loro ciclo biologico. Il potenziale di crescita di una popolazione di varroa è eccezionale tanto che poco più di 200 varroe presenti in una colonia in primavera, danno origine, a fine agosto, anche a diecimila acari che, molto probabilmente, portano a morte la famiglia.

I danni maggiori, la varroa, li provoca alla covata in quanto le larve parassitate daranno origine ad api e fuchi poco vitali e malformi che riducono il potenziale produttivo della famiglia; inoltre le punture che provoca con il suo apparato boccale sulla cuticola delle api facilita la diffusione di malattie batteriche e virali, di cui la varroa funge da vettore. Infine, un alveare non curato giunge, nel giro di un anno, a sicura morte.

Visto che la varroa è presente praticamente in tutti gli alveari italiani, non si deve più parlare di effettuare una diagnosi ma, tuttal più, di stabilire se il numero di varroe esistenti in una colonia sono in numero sufficiente a inficiare la sua regolare attività fino al momento del trattamento curativo, che di norma deve essere effettuato in un periodo che va dal 1° al 31 agosto.

Come si combatte

Debellare questo vero e proprio flagello dell’apicoltura è impossibile, mentre si è dimostrato fattibile, imparandola a conoscere, conviverci. Per diminuire il numero di varroe si può attuare, in primavera, una sorta di intervento biologico che consiste nello sfruttare il comportamento della varroa, che preferisce prolificare nella covata maschile. Si fanno costruire alle api, introducendo nell’alveare un telaino senza foglio cereo, dei favi che contengano solo covata maschile cosicché la varroa vi si introduce e, quando le cellette sono opercolate, il favo viene ritagliato ed eliminato. Ma questi, ed altri metodi biomeccanici da soli non sono sufficienti per controllare l’infestazione che può essere mantenuta entro limiti sopportabili solo facendo ricorso alla chimica, utilizzando principi attivi di sintesi o di origine naturale.

Il primo preparato dell’industria farmaceutica, registrato dal Ministero della Sanità per la lotta contro la varroa, è stato il Folbex VA (p.a. Bromopropilato), che, per la difficoltà di manipolazione (si dovevano effettuare 4 interventi a distanza di 4-7 giorni, chiudendo tutte le aperture dell’arnia, quando tutte le api erano rientrate) e perché poteva essere utilizzato solo in assenza di covata, il che si ha, in modo naturale, solo, e non in tutte le parti d’Italia, ad ottobre-novembre (ovvero troppo tardi), è stato rapidamente abbandonato. Quindi, gli sono successi due prodotti, che ora stanno ritornando in auge, il Perizin (p.a. Coumaphos) e l’Apitol (p.a. Cimiazolo) di facile uso, ma anch’essi penalizzati dal fatto di poter essere utilizzati solo in assenza di covata.

La vera rivoluzione nella lotta alla varroa l’ha fatta l’Apistan (p.a. Fluvalinate) che, ovviando ai difetti degli altri, ha avuto in Italia, e nel resto del mondo, una larghissima diffusione. Recentemente è stata segnalata, in alcune regioni italiane (Nord-ovest dell’Italia, Sicilia e Calabria), la formazione di alcuni ceppi di varroa resistente al principio attivo contenuto nell’Apistan. Questo ha portato alla luce altri prodotti, di origine naturale, quali il timolo (contenuto anche in un altro prodotto autorizzato dal Ministero della Sanità che è l’Apilife Var), l’acido formico e l’acido lattico fino ad ora utilizzati solo dalla stretta schiera degli apicoltori che mettono in pratica metodiche di lotta biologica.

Dopo le prime, gravi perdite coincidenti con l’arrivo della varroa in Italia, e la susseguente relativa tranquillità che gli aveva generato l’uso dell’Apistan, oggi l’apicoltore, avendo avanti a se il fantasma di nuove forti perdite di alveari (anche perché la Chimica non è riuscita ancora a trovare una nuova molecola altrettanto efficace del fluvalinate), sta cambiando mentalità; si rende consapevole che l’unica via per dire la definitiva parola fine nella lotta contro la varroa è la selezione di api che da sole le sappiano far fronte. Un lavoro lungo, faticoso, che l’apicoltore deve portare avanti assieme alle istituzioni e ai propri colleghi, smussando quel forte individualismo che lo contraddistingue. Se la varroa riuscirà a produrre anche quest’altro cambiamento nell’apicoltura italiana, allora è proprio vero il detto che dice che non tutto il male viene per nuocere!

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Commenti   

0 # Marco Valentini 2012-03-04 20:41
Una caduta così bassa con l'ossalico a dicembre, seppure ci fosse stata un po' di covata, sta a indicare una bassa infestazione. Farlo adesso, con la certezza della presenza di un po' di cavata mi sembra inutile. Comunque, per maggior sicurezza, le chiedo di farmi sapere in quale regione e altimetria si trova ad operare.
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+2 # mauriziope 2012-03-03 13:52
Salve, volevo un consiglio.

Ho trattato la scorsa estate la vorroa con le vaschette di apiquard,( 3 trattamenti) con esito positivo, a fine dicembre con ossalico gocciolato e sono cadute 3/4 varroe, alcune arnie niente, mi consiglino di fare adesso un trattamento con ossalico gocciolato, cosa ne pensi? va bene in questo periodo dove c'è covata??
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