Altri metodi di lotta biologica alla varroa

Questo mio articolo, dal titolo originale "Altri metodi di lotta biologica" , è stato pubblicato sul libro Lotta biomeccanica alla varroa, scritto da Michele Campero e edito dalla Federazione Apicoltori Italiani nel marzo del 1990.

Malgrado siano passati circa 20 anni e io avessi, all'epoca, meno di trent'anni, è veramente impressionante come, a soli 8 anni dall'entrata ufficiale della Varroa in Italia si avesse chiaro quale sarebbe stato lo scenario futuro. Questo dimostra che forse era possibile fare di più e che sicuramenteavere una posizione miope non è più accettabile. Buona lettura.

Premessa 

Per lotta biologica si intende, in senso stretto, la lotta ai parassiti che attaccano principalmente le piante e, in misura minore, anche gli animali, attraverso l’impiego di organismi antagonisti: una sorta di parassiti dei parassiti. Un esempio classico, sperimentato anche in apicoltura contro la tarma della cera, è quello dell’utilizzo del Bacillus thuringensis per combattere alcuni lepidotteri. Questo batterio ha avuto molto successo, per la sua facilità d’uso con i mezzi aerei, nella lotta alla processionaria del pino e delle querce difficilmente controllabile nei boschi. Ormai, però, il numero di specie dannose per l’agricoltura, che è possibile controllare mediante i loro parassiti, si è notevolmente allargato grazie anche alla forte sensibilizzazione dei consumatori e di alcuni agricoltori sui temi del biologico.

In questa accezione, però, la lotta biologica alla varroa non è, per ora, possibile, anche se alcuni ricercatori si stanno impegnando nel valutare l'uso si di un paio di funghi del genere Hirsutella e Metarhizium1 che sembrano offrire una nuova via alla lotta biologica alla varroa (per saperne di più http://www.mieliditalia.it/varroa_patogeni.htm).

Per quanto concerne l’ingegneria genetica da sperimentare sulla varroa o su parassiti che, una volta modificato il loro corredo genetico, possano parassitizzare la varroa, siamo molto scettici, non tanto per gli effetti distruttivi sull’acaro, che sono anche possibili, ma sulla difficoltà di controllare i possibili effetti secondari che le manipolazioni genetiche comportano.

Non scordiamo che l’uomo solo raramente ha saputo controllare le proprie scoperte, anche perché quando le mette in pratica non sa e non può valutare tutti gli effetti deleteri che, alla lunga, potrebbero verificarsi.

Non dobbiamo scordare che è stata proprio la mania “dei massimi profitti” a spingere l’uomo ad allargare l'areale di influenza dell’Apis mellifera nei territori dell’Apis cerana che ha fatto cambiare ospite alla varroa e a farle produrre la nefasta invasione che è sotto gli occhi di tutti. Una volta capito l’errore, non è riuscito a frenare la sua espansione in tutto il mondo, malgrado era possibile farlo, visto che l’acaro ha impiegato circa 50 anni per raggiungere l’Italia ed è riuscito a conquistare, in brevissimo tempo anche la Sardegna, regione che, per le sue barriere naturali, poteva essere un’“isola felice” dove continuare ad allevare api e regine in assenza di varroa.

1In una recente comunicazione riportata in occasione del Congresso degli apicoltori della Nuova Zelanda dell'ottobre del 2006, si legge che è stata esaminata da alcuni ricercatori la possibilità di utilizzare il fungo Metarhizium anisopliae come agente di controllo biologico contro la Varroa destructor. I risultati della sperimentazione, effettuata sia sulle api che sulla varroa, hanno dimostrato che mentre il fungo è innocuo per le api, ha ucciso in 24 ore il 100% degli acari. I trattamenti sono stati fatti su 18 alveari, divisi in tre gruppi: alveari trattati con spore vitali, alveari trattati con spore morte e alveari di controllo. Il dosaggio è stato di 5 grammi di spore spruzzate nella parte superiore del portafavo in due interventi ad otto giorni di distanza.


I principi attivi di origine naturale

Nella premessa è utile ricordare che alla lotta biologica, in questi ultimi anni, si è voluto dare un significato più ampio che, seppure risulti giustificato per la lotta meccanica, non è propriamente esatto quando lo si riferisce alla lotta con principi attivi detti “naturali”.

In primo luogo perché questi principi attivi di naturale hanno solo il fatto di avere una molecola attiva contro l’acaro simile, in quanto prodotta dalle industrie chimiche, a quella derivata direttamente dalla pianta (es. timolo, mentolo, eucaliptolo, ecc.). Ciò comporta che questo principio attivo sia più inquinante e più persistente (ovvero rimane più a lungo all’interno dell’arnia) dell’omologo estratto direttamente dalla pianta.

In secondo luogo, ammesso che in commercio si trovino facilmente principi attivi naturali e come gli integralisti della lotta biologica sanno bene, questi si potrebbero utilizzare solo come “ultima spiaggia” e non come normalmente avviene, a calendario, in quanto anche questi principi attivi lasciano residui che per un prodotto veramente biologico, sarebbe intollerabile.


La lotta meccanica

Sin dal primo ingresso della varroa in Italia, grande successo ha avuto il favo trappola a celle da fuco, poi ottimizzato, come abbiamo visto da Campero con il TIT 3, per l’ottimo risultato che ha nell’abbassare, proprio all’inizio della loro fase ascendente di sviluppo, il numero delle varroe.

Si tratta di inserire, a distanza di una decina di giorni l’uno dall’altro, due telaini da nido senza armatura e con 5 cm di foglio cereo a celle femminili saldati nella parte superiore, fin dalla ripresa primaverile, in prossimità della zona di covata, uno a destra e l’altro a sinistra del centro del nido.

Dopo 10 giorni dall’introduzione del secondo telaino, si toglie il primo ormai opercolato, si asporta la covata e lo si reintroduce nel nido con una porzione di favo (senza larve) ancora fissata superiormente.

L’operazione di intrappolamento delle varroe nella covata da fuco si esaurisce quando all’interno della famiglia si interrompono le attività di costruzione e di allevamento dei maschi.

Il difetto di questo metodo sta nel fatto che non sempre la covata maschile è allo stadio in cui è recettiva verso la varroa. Questo momento dura, purtroppo, solo poche ore e, quando le varroe non sono più attratte dalla covata maschile, si rifugiano in massa in quella femminile.


La selezione genetica

L’unico metodo di lotta, stante le conoscenze attuali che oserei dire veramente “biologico”, seppure di difficile attuazione e che prevede un lungo lasso di tempo per arrivare a dei risultati soddisfacenti, è la selezione genetica di alcune linee di api resistente agli attacchi della varroa. Di solito la selezione di un ospite verso il suo parassita avviene naturalmente (la “selezione naturale” di Darwin) ed è già capitato per l'Apis cerana che, come ormai è noto a tutti, ha messo a punto dei meccanismi per proteggersi dalla varroa così perfetti da relegare l’acaro, fino a qualche anno fa, tra i parassiti non dannosi. Evidentemente la selezione naturale ha operato in moltissimi anni, ma è possibile accelerarla appunto con la selezione genetica realizzata dall’uomo.

Si tratta, in parole povere, di individuare un gruppo di famiglie di api che dimostrino già una certa resistenza alla varroa e farle incrociare fra di loro per ottenere una generazione successiva che abbia più marcato il carattere di resistenza e così via.

Fino ad oggi la selezione delle api è stata indirizzata solo per l’ottenimento di famiglie più produttive, ma anche con scarsa attitudine alla sciamatura e al saccheggio, poco aggressive, ecc. In tempi recenti sono stati iniziati degli studi su alcune linee di api che, per la loro facoltà di individuare precocemente (entro 48 ore) la prole morta di peste americana e eliminarla dai favi, riesce ad essere resistente alla peste americana (Paenibacillus larvae White). Oggi, invece, si deve introdurre anche un’altra valutazione che è appunto quella della resistenza alla varroa.

E’ chiaro che l’apicoltore isolato può fare poco, ma pur sempre qualcosa. Si tratta di una operazione molto semplice. Ogni qual volta si estrae il telaino diagnostico o il cassettino del fondo antivarroa, si devono contare le varroe cadute. Evidentemente non è sempre vero che quando da un alveare si estraggono meno varroe di un altro, ci si trovi in presenza di una resistenza. Infatti ciò può dipendere da tanti fattori che non hanno nulla a che fare con la resistenza alla varroa, come la forza della famiglia, la quantità di fuchi prodotti, la reinfestazione, il blocco naturale di covata, ecc., ma può essere sicuramente un parametro in più da prendere in considerazione soprattutto dagli allevatori di api regine quando si adoperano nella selezione delle api.

In questo campo la strada è sicuramente lunga ed in mano, evidentemente, agli Istituti di ricerca che in questo senso hanno sicuramente già cominciato a lavorare. Gli apicoltori possono fare il loro compito, rimanendo in contatto con le istituzioni, informandole ogni qualvolta si ha la sensazione che alcuni dei propri alveari abbiano in qualche modo una certa resistenza alla varroa.


L'apicoltura biodinamica2

La Biodinamica trae spunto da una corrente di pensiero diffusa in Svizzera e Germania che, secondo gli insegnamenti di Rudolf Steiner, che anteponeva la qualità alla quantità delle cose, si basa su principi simili a quelli della medicina omeopatica: lottare contro il parassita o il male con il suo simile. Certo non bastano le poche righe che seguono per parlare di questa che può intendersi come una vera e propria filosofia, ma solo per dare i primi erudimenti sul tema della lotta alla varroa. L’utilizzo di rimedi naturali, vivificazione dei terreni con rotazioni e colture intercalari, sovesci, uso del letame con l’allestimento dei cumuli e del composto, arature superficiali, l’osservazione dei ritmi delle costellazioni, pratica già parzialmente seguita da antichissime civiltà, sono solo alcuni dei metodi con i quali l’agricoltore biodinamico conduce la propria attività. Chi volesse utilizzare tale metodo per tenere sotto controllo l’acaro, deve innanzitutto cominciare ad allevare gli alveari seguendo la biodinamica e dovrà, quindi, in primo luogo essere sicuro di voler abbracciare un nuovo modello di vita. Sarà quindi necessario almeno mettersi in contatto con l’Associazione per l'agricoltura biodinamica, via privata Vasto 4 - 20121 Milano tel. 02 29002544 - fax 02 29000692 - e-mail: assbio@tin.it.

Tanto premesso, vediamo ora qual è la metodica biodinamica nel controllo della varroasi. L’intervento, nelle sue linee generali, si articola così: effettuato l’incenerimento di cadaveri di varroa in periodi che ricadono sotto l’effetto di determinate costellazioni, si diluisce omeopaticamente in acqua la cenere così ottenuta, e si nebulizza poi il preparato sulle famiglie d’api. Le attrezzature occorrenti al bisogno sono le seguenti:

  1. una clessidra da 3 minuti;
  2. un mortaio in porcellana;
  3. un misuratore da un litro graduato in cc;
  4. una cannuccia graduata per 100 cc che indichi con precisione i cc;
  5. una bottiglia di vetro della capacità di 1/4 di litro;
  6. una bottiglia di vetro da 1 litro;
  7. un secchio smaltato o in terracotta, con esclusione di altri materiali (plastica, metallo, ecc.);
  8. uno spruzzatore a spalla per nebulizzare il prodotto, accertandosi preventivamente che il recipiente non abbia mai contenuto sostanze chimiche.

L’operazione, nei suoi particolari, si effettua secondo le seguenti modalità: si raccolgono le varroe per una quantità sufficiente a riempire un cucchiaino di caffè e si inceneriscono poi in una stufa chiusa alimentata dal fuoco prodotto da legna di abete o di faggio perfettamente asciutti. Nel raccogliere gli acari occorre controllare attentamente che tra i parassiti non si trovino anche parte di api (zampe, ali, ecc.), perché in tal caso il trattamento danneggerebbe le stesse api, oltre che gli acari. La stufa, munita di una canna fumaria che deve poter essere occlusa al momento opportuno, deve avere un focolaio della dimensione massima di 30x30 cm.

La condizione essenziale per procedere all’incenerimento è che il sole e la luna si trovino nella costellazione del Toro.

La tecnica dell’incenerimento è la seguente: attizzato il fuoco nella stufa, si attende che la legna sia completamente trasformata in brace dove si deve porre un sacchetto contenente gli acari da bruciare, dopo di che si chiudono sia lo sportello della stufa che quello della canna fumaria. Appena si sono raffreddate, si raccolgono le ceneri e le varroe con esse mescolate; se ne pesano 3 grammi di cenere, mentre la quantità rimanente si mette da parte per essere utilizzata l’anno seguente nel periodo in cui la luna e il sole si trovano di nuovo in Toro. I 3 grammi di cenere si triturano per circa un’ora nel mortaio di porcellana, preparando in tal modo la cosiddetta sostanza di partenza che dovrà poi essere potenziata omeopaticamente con acqua pura di sorgente o con acqua piovana per trasferire l’effetto delle ceneri al mediatore, l’acqua appunto.

Il potenziamento avviene nel seguente modo: si pone nella bottiglia piccola 9 grammi di acqua (utilizzare la cannuccia) e 1 g di cenere (usare un pesalettere); si imprime al recipiente un movimento oscillante per tre minuti, da controllare con la clessidra, ottenendo così il D 1; per ottenere il D 2 si pone nella bottiglia piccola 90 grammi di acqua e l0 grammi di D 1 e si imprime al contenitore un movimento oscillante di tre minuti; il D 3 si ottiene con lo stesso procedimento, ma agendo con la bottiglia grande nella quale si immettono 900 cc di acqua e 100 cc di D2; il D 4 si ottiene operando con 9 litri di acqua e 1 litro di D 3, ma servendosi ovviamente di un grande recipiente - né di metallo né di plastica - entro il quale si agita il preparato per 3 minuti tramite un bastone di legno in maniera da formare un vortice al centro del liquido e mescolando poi in senso inverso fino a formare un nuovo vortice.

Volendo procedere ancora con lo stesso criterio allo scopo di arrivare fino alla concentrazione D 8, comporterebbe una serie di implicazioni pratiche in ordine alla grandezza dei recipienti occorrenti, per cui il procedimento a partire dal D 4 diviene il seguente:

10 cc D 4 + 90 cc di acqua agitati per 3 min. = 100 cc di D 5;
100 cc D 5 + 900 cc di acqua agitati per 3 min. = 1000 cc di D 6;
1000 cc D 6 + 9 litri di acqua agitati per 3 min. = l0 litri di D 7;
10 litri D 7 + 90 litri di acqua agitati per 3 min. = 100 litri di D 8;

Il D 8 può essere anche ottenuto unendo un litro di D 7 a 9 litri d’acqua. Come abbiamo visto 1 parte di sostanza potenziata si aggiunge sempre a 9 parti d’acqua, per cui si ottiene in ogni caso come risultato l0, perciò - se non avessimo proceduto alla riduzione delle due quantità da mescolare - il D 8 avrebbe avuto una consistenza di 100.000 litri; ciò ci dà un’idea di quanto liquido potenziato può essere prodotto con un solo grammo di ceneri.

Terminata la fase di preparazione, si passa a quella della somministrazione, regolandosi nel seguente modo: si versa il preparato D 8 nello spruzzatore a zaino, o in altro più piccolo a seconda della circostanza e, aperta l’arnia, si spruzza il preparato sopra i favi, accertandosi che il liquido nebulizzato penetri tra un favo e un altro. Se sono in opera anche i melari questi devono essere spruzzati dal basso negli spazi tra i favi. Terminato il trattamento che va ripartito in tre riprese, alla mattina, a mezzogiorno e a sera, nella misura complessiva di 0,5/0,75 litri di D 8 per famiglia, si procede a spruzzare anche la porticina d’ingresso, nonché il perimetro dell’apiario, in modo da formare un cerchio a terra, alla distanza di cinque/dieci metri dall’apiario stesso. L’operazione deve essere effettuata, come le precedenti, al mattino, a mezzogiorno e a sera.

Dopo quattro settimane si effettua un analogo trattamento che anche questa volta deve essere riservato a tutte le famiglie presenti nell’apiario. Nel sottolineare, infine, che il momento per effettuare il trattamento è quello che vede la luna e il sole sotto la costellazione del toro o anche solo quando la luna è in toro, ma risulta più favorevole la prima ipotesi; si raccomanda di somministrare il D 8 anche in autunno.

Concludiamo queste brevi note osservando che col trattamento di tipo omeopatico ora illustrato, secondo gli estensori del metodo, si otterrà una sensibile riduzione della varroasi, la quale sarà oltre tutto mantenuta sotto la soglia di rischio.3

2Per la pratica applicazione del metodo, consultare il “Calendario delle semine” edito dall’Associazione biodinamica e le seguenti pubblicazioni:

  • Matthias K Thun “Apicoltura” Editrice Antroposofica 1989 Milano
  • Rudolf Steiner “Le api” Editrice Antroposofica 1982 Milano “Calendario delle semine” Editrice Antroposofica Milano. Elaborato da Maria e Matthias K Thun, edito con frequenza annuale
  • “Indicazioni per lo studio delle costellazioni” Ed. Antroposofica 1987 Milano
  • “Terra Biodinamica” Trimestrale di agricoltura, orticoltura e alimentazione

che possono essere acquistati consultando il sito: http://www.rudolfsteiner.it/biodinamica.

3Ricordo che il testo è stato redatto nel 1990 e che, oggigiorno, anche gli apicoltori biodinamici consigliano l'uso di prodotti acaricidi, ovviamente di origine naturale, e tra questi il preferito è senza dubbio l'acido formico.


Lotta integrata

La lotta biologica è il metodo di lotta al quale tutti gli operatori del settore dovrebbero tendere per controllare la varroa. Purtroppo, però, al momento non esistono tecniche veramente “sicure”. È per questo che, in una pubblicazione che dovrebbe trattare solo di metodi biologici, abbiamo voluto inserire anche un breve capitolo che illustri alcuni dei più diffusi interventi di lotta integrata, ovvero la messa in opera di tutte quelle tecniche che rendono più efficace e che di regola precedono l’utilizzo del principio attivo chimico, esaltandone gli effetti.

Non bisogna poi scordare che tutte queste metodiche dovrebbero essere conosciute anche dagli apicoltori che intendono avvalersi solo della lotta biologica se è vero, come è vero, che il miglior mezzo per combattere la varroa è la professionalità dell’apicoltore.


Telaino test e fondo antivarroa

Il primo in assoluto, anche per importanza, è l’utilizzo del telaino test che va sempre utilizzato in alternativa al fondo a rete anti-varroa. Questa è una necessità non solo per chi vuol ben utilizzare i principi attivi chimici, ma anche per coloro che volessero utilizzare la lotta biologica per controllare la varroa. Infatti, il telaino test e meglio ancora il fondo antivarroa, se ben utilizzato, ovvero se periodicamente si provvede a cospargere il fondo, che di solito è di lamiera o di plastica con della vasellina filante, può eliminare un buon numero di varroe che accidentalmente cadono sul fondo dell’arnia (e non sono poche). Se non vi è il telaino test queste, appena passa un’ape la parassitizzano di nuovo. Inoltre il telaino test è uno strumento ancora più utile per sapere, in ogni momento, quante varroe, approssimativamente, sono presenti in un alveare. Basta effettuare un semplicissimo calcolo: il numero di varroe totali è uguale al rapporto tra numero di varroe contate sul telaino ed i giorni di permanenza del telaino nell’arnia; il quoziente va poi moltiplicato per cento.


Il blocco della covata4

Il blocco della covata viene considerata, e a ragione, da molti apicoltori una tecnica irrinunciabile per una efficace lotta contro la varroa.

Un recente studio (P. Fluri e A. Imdorf) ha inoltre dimostrato che l'asportazione della covata effettuato anche in tarda estate, non compromette assolutamente il buon esito della ripresa dell’attività primaverile degli alveari in quanto esiste un “meccanismo di compensazione” che permette la formazione nella colonia alla quale è stata tolta la covata, di api invernali sufficientemente longeve da assicurare lo svernamento.

La covata si blocca, spesso solo parzialmente, in varie occasioni durante l’anno: subito prima della sciamatura, in coincidenza a un copioso flusso nettarifero, in piena estate e, naturalmente, in inverno. In estate la temperatura esterna raggiunge valori troppo elevati ed i trattamenti potrebbero risultare pericolosi. In inverno, al contrario, sono le temperature troppo basse (inferiori a 10 °C) a sconsigliare l’uso di acaricidi in questo periodo; inoltre a stagione così inoltrata, le api possono essere già irrimediabilmente infestate.

La covata può essere bloccata facilmente con vari metodi: ingabbiando la regina per 21 giorni (24 se vi è covata di fuco) oppure aspettando lo stesso periodo di tempo tra il prelievo della vecchia e l’introduzione della nuova regina. Ma il metodo più semplice e di sicuro effetto, è l’asportazione totale dei telaini nei quali è presente la covata5, che poi potranno essere utilizzati, con le dovute cautele, per la preparazione di nuovi nuclei.

Mentre il sistema migliore per bloccare la covata è senza dubbio quello di invernare gli alveari in montagna per effettuare i trattamenti con acaricidi prima o dopo averle trasferite in pianura.

Un altro metodo di lotta integrata molto utilizzato è il confinamento della regina in una parte del nido o, per esempio, nel melario, in modo che la deposizione delle uova avvenga solo in una ristretta zona dell’alveare. Il confinamento della regina, che è possibile effettuare con varie metodiche (telaino Bozzi, escludiregina, ecc.), ha il pregio di bloccare la covata e, contemporaneamente di attirare buona parte delle varroe solo nella poca covata esistente.

4In questi ultimi anni si è ulteriormente affinata la tecnica del blocco della covata. Per maggiori ragguagli, puoi leggere il mio articolo sul tema.

5Ci sono voluti ben 21 anni ma ora l'asportazione totale della covata è diventata una delle tecniche di punta per ridurre l'infestazione della varroa, dato che riesce a sfruttare, dal punto di vista economico, la lotta all'acaro e la produzione di un nucleo artificiale. Per saperne di più puoi leggere questo articolo molto più recente.


La varroa è un parassita che riesce ad adattarsi in modo stupefacente a tutti i metodi di lotta chimici che l’uomo ha saputo escogitare per tenerla sotto controllo e anche gli ultimi ritrovati delle case farmaceutiche, nel giro di qualche anno, saranno superati dall’estrema versatilità dell’acaro. Eppure l’Apis cerana è riuscita a relegarlo a parassita insignificante per la propria esistenza a dimostrazione che anche l’ape può crearsi delle barriere protettive. In questa lotta tra ape e varroa si introduce l’uomo che dopo aver creato il danno deve poter rimediare possibilmente senza l’uso di sostanze nocive sia per se stesso che per le api per poter, nel frattempo, continuare ad allevare l’insetto sia per la produzione di miele che per l’impollinazione delle piante entomofile.

Non ci stancheremo mai di ripetere che, soprattutto in questa prima fase, è soltanto la professionalità dell’apicoltore che può dare la parola se non definitiva, almeno di speranza per il futuro.

Per professionalità si intende sia la conoscenza delle moderne pratiche di allevamento - sostituzione frequente delle regine, contare spesso le varroe cadute durante la stagione attiva, eliminare la covata maschile, porre attenzione alla reifestazione e non perdere di vista l’informazione - sia delle basilari norme etiche. Oltre a salvare le api dalla varroa bisogna produrre un miele sano e genuino e ciò è possibile soltanto eliminando l’uso della chimica in apiario.

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Commenti   

0 # francesco 2016-03-28 07:35
Buongiorno Marco. Ho costruito delle gabbie con rete atossica foro 4x4 mm per ingabbiare completamente il favo e dopo i 23 gg. circa rimuovere il favo e fare il trattamento alla varroa. Ho fatto questo per fare in modo che la regina rimanga sempre in attività e con le sue api. (premetto che sono principiante inizierò quest'anno) ora che ne pensi di questo metodo? Devo complimentarmi per il sito veramente ottimo e per il gran lavoro per aggiornarlo, bravissimi. Per la varroa l'impressione che ho avuto negli studi fatti fin ora è: la varroa vogliono eliminarla completamente trovando un metodo chimico o biologico, come un contadino per le erbacce che invadono il suo terreno. Io credo che non si può fare. Solo le api stesse possono diminuirne i danni e far sembrare a noi umani che il problema è scomparso. Ma purtroppo api Ligustiche primordiali non so come siamo messi. L'acaro non è di queste zone, sconosciuto alle nostre api e il problema si allarga ancor di più. Un saluto e grazie.
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0 # Marco Valentini 2016-03-28 18:15
Non so dovrei vedere. Ne esistono già sperimentate fatte con degli escludiregina, in modo che le api possano tranquillamente passare da dentro a fuori la gabbia, che è la cosa migliore.
Si, anch'io credo che cercare di eliminare la varroa con mezzi chimici abbia fatto il suo tempo. I ricercatori di tutto il mondo non ci credono più e dovremmo prenderne atto. La via dovrebbe essere quella di adoperarsi affinché sia l'ape a trovare il sistema di convivere con la varroa e a noi quella di accompagnarla senza troppe perdite a questo evento che è il solo che potrà salvarla (soprattutto da noi, più che dalla varroa). Il problema sarà far capire all'apicoltore che dovrà selezionare su questo carattere (resistenza) piuttosto che la massima produzione. Ma ho paura che finché non si raschia il barile, l'apicoltore non capirà che è venuto il tempo di agire diversamente. Vedremo...
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0 # Ziren 2013-04-09 12:09
grazie!!!
forse l'omeopatia è davvero la soluzione e il futuro perchè non attacca frontalmente la varroa ma cerca di rimuovere la vera causa del male (ossia una qualche propensione, forse anche non genetica, delle api a farsi "succhiare"). cmque è vero, i biodinamici tendono al settarismo (ma di sicuro hanno dei metodi, xchè ho saputo che oltre alle ceneri di varroa (metodo piuttosto complesso!!) usano anche i classici zuccherini omeopatici, quelli da farmacia, non ricordo il nome della sostanza, ma forse riuscirò a farmela dire).per quanto riguarda la resistenza all'ossalico forse è più per il gocciolato? perchè ho cambiato delle regine e ho trattato come da manuale, in blocco di covata, ma il gocciolato non ha funzionato per niente, ecco perchè poi sono stato costretto ad eseguire numerosi sublimati... so che han provato anche il gocciolato con glicerolo... bel casino, siam messi proprio male.
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+1 # Ziren 2013-04-07 12:18
formico? mai provato. sai consigliarmi un buon erogatore facile da usare?
(ho qualche difficoltà ad ingabbiare regine... difficoltà "filosofiche") :-*
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+1 # Marco Valentini 2013-04-08 06:20
Nel passato l'ho provato col metodo che puoi leggere qui: http://www.bioapi.it/la-varroa-2a-parte.html. In questo momento in Italia ne è vietato l'uso e, poi, ha molte controindicazioni (rovina le arnie, tutte le parti metalliche, è molto pericoloso maneggiarlo, ecc.).
Parliamo, invece, delle difficoltà filosofiche nell'ingabbiare le regine: quali sono?
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0 # Ziren 2013-04-08 11:07
non è che qui è vietato perchè funziona particolarmente bene? :-)
i biodinamici dicono che le regine ingabbiate soffrono... (e dicono che la cosa è scientificamente dimostrata) Io non sono biodinamico ma a questo ci credo, e penso che la clausura forzata non sia un granchè (essendo tra l'altro un po' claustrofobico) potrei accettare le gabbie più grandi, quelle che prendono il telaio intero (non l'isolatore semplificato da poggiare sul bordo dell'arnia xchè le regine scappano da tutte le parti!!!!)oppure il blocco di covata nel melario, però mi han detto che poi non sempre le api riaccettano la regina (essendo trattenuta a una distanza notevole dal nido x troppo tempo). In alternativa vedrei anche trattamenti ripetuti con solo ossalico sublimato, preceduto magari da un ciclo di ApilifeVar e un gocciolato. Certo dà molto lavoro e forse anche un bel po' di stress alle api (lo stress quello non manca mai) per questo cercavo una soluzione alternativa a tutto questo (e allo stress)
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+1 # Marco Valentini 2013-04-09 08:23
No, qui è vietato perché nessuno ha mai presentato un richiesta di autorizzazione alla vendita; quando l'usavo io l'efficacia era introno al 90% è facile che ora si sia abbassata.
Mai vista, poi, una ricerca scientifica che analizzi quanto soffra una regina quando la si ingabbia, se riesci ad averla, ti prego di farmelo sapere. I biodinamici, che rispetto tantissimo e li apprezzo per la perseveranza, a volte tendono ad avere una visione un po' assolutistica. Li ho seguiti molto, soprattutto all'inizio della mia carriera, ma ho notato che hanno cambiato spesso idea sul come combattere la varroa e ogni volta era il modo giusto.
Non facciamo, poi, l'errore di paragonare l'uomo all'ape, seppure hanno molte cose in comune; però se proprio non ti piace metterla in gabbia, allora puoi confinarla in uno o due favi che poi toglierai al momento del trattamento, oppure puoi fare un'asportazione di covata. Assolutamente bocciato il trattamento continuo con ossalico che oltre a rischiare una resistenza all'ultimo prodotto ancora abbastanza efficace, tende a selezionare varroe che escono dalla cella dopo il ciclo di sviluppo e rientrano in breve tempo in un'altra.
Con questo non voglio però dire che io ami il blocco della covata con gabbietta, dico solo che in questo momento non vedo un'alternativa migliore. Rimane la strada della selezione di un'ape tollerante, ma il mondo dell'apicoltura è in stallo e non mi sembra pronto a lavorarci su.
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+2 # PAOLO PASCUCCI 2012-10-08 21:08
E' una scoperta molto interessante, sempre se funziona: Sono un apicoltore e la cosa mi interessa particolarmente, vorrei saperne qualcosa di più e se è possibile già applicarla. si ringrazia
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+1 # Marco Valentini 2012-10-09 14:42
La mia impressione e' che il mondo della ricerca è scettico; come spiegare altrimenti che una strada apparentemente cosi' promettente non sia seguita piu' attentamente con ulteriori prove? C'è anche da dire che, purtroppo, i ricercatori spesso enfatizzano i risultati ottenuti, generando speranze ma, anche, disillusioni.
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-1 # alice 2011-11-24 16:01
:eek: ti avevo già chiesto di questo in fb, ma sarebbe una roba superrrr, il100% in 24 ore è un miracolo! speriamo che la sperimentazione dia buoni risultati, sarebbe bellissimo. basta che poi non ci metta degli anni ad essere usato anche in Italia. Scusa se scrivo un sacco ma a lavoro mi annoio in maniera disumana!
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+3 # Marco Valentini 2011-11-24 22:58
Stranamente vedo poco interesse da parte dei ricercatori; ho seguito una recente ricerca cilena che diceva che i funghi entomopatogeni sono efficaci contro la varroa solo se l'infestazione da varroa è molto bassa. Probabilmente sarà questo a dissuadere i ricercatori ad approfondire il loro utilizzo in pieno campo.
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