Altri metodi di lotta biologica alla varroa - L'apicoltura biodinamica

L'apicoltura biodinamica2

La Biodinamica trae spunto da una corrente di pensiero diffusa in Svizzera e Germania che, secondo gli insegnamenti di Rudolf Steiner, che anteponeva la qualità alla quantità delle cose, si basa su principi simili a quelli della medicina omeopatica: lottare contro il parassita o il male con il suo simile. Certo non bastano le poche righe che seguono per parlare di questa che può intendersi come una vera e propria filosofia, ma solo per dare i primi erudimenti sul tema della lotta alla varroa. L’utilizzo di rimedi naturali, vivificazione dei terreni con rotazioni e colture intercalari, sovesci, uso del letame con l’allestimento dei cumuli e del composto, arature superficiali, l’osservazione dei ritmi delle costellazioni, pratica già parzialmente seguita da antichissime civiltà, sono solo alcuni dei metodi con i quali l’agricoltore biodinamico conduce la propria attività. Chi volesse utilizzare tale metodo per tenere sotto controllo l’acaro, deve innanzitutto cominciare ad allevare gli alveari seguendo la biodinamica e dovrà, quindi, in primo luogo essere sicuro di voler abbracciare un nuovo modello di vita. Sarà quindi necessario almeno mettersi in contatto con l’Associazione per l'agricoltura biodinamica, via privata Vasto 4 - 20121 Milano tel. 02 29002544 - fax 02 29000692 - e-mail: assbio@tin.it.

Tanto premesso, vediamo ora qual è la metodica biodinamica nel controllo della varroasi. L’intervento, nelle sue linee generali, si articola così: effettuato l’incenerimento di cadaveri di varroa in periodi che ricadono sotto l’effetto di determinate costellazioni, si diluisce omeopaticamente in acqua la cenere così ottenuta, e si nebulizza poi il preparato sulle famiglie d’api. Le attrezzature occorrenti al bisogno sono le seguenti:

  1. una clessidra da 3 minuti;
  2. un mortaio in porcellana;
  3. un misuratore da un litro graduato in cc;
  4. una cannuccia graduata per 100 cc che indichi con precisione i cc;
  5. una bottiglia di vetro della capacità di 1/4 di litro;
  6. una bottiglia di vetro da 1 litro;
  7. un secchio smaltato o in terracotta, con esclusione di altri materiali (plastica, metallo, ecc.);
  8. uno spruzzatore a spalla per nebulizzare il prodotto, accertandosi preventivamente che il recipiente non abbia mai contenuto sostanze chimiche.

L’operazione, nei suoi particolari, si effettua secondo le seguenti modalità: si raccolgono le varroe per una quantità sufficiente a riempire un cucchiaino di caffè e si inceneriscono poi in una stufa chiusa alimentata dal fuoco prodotto da legna di abete o di faggio perfettamente asciutti. Nel raccogliere gli acari occorre controllare attentamente che tra i parassiti non si trovino anche parte di api (zampe, ali, ecc.), perché in tal caso il trattamento danneggerebbe le stesse api, oltre che gli acari. La stufa, munita di una canna fumaria che deve poter essere occlusa al momento opportuno, deve avere un focolaio della dimensione massima di 30x30 cm.

La condizione essenziale per procedere all’incenerimento è che il sole e la luna si trovino nella costellazione del Toro.

La tecnica dell’incenerimento è la seguente: attizzato il fuoco nella stufa, si attende che la legna sia completamente trasformata in brace dove si deve porre un sacchetto contenente gli acari da bruciare, dopo di che si chiudono sia lo sportello della stufa che quello della canna fumaria. Appena si sono raffreddate, si raccolgono le ceneri e le varroe con esse mescolate; se ne pesano 3 grammi di cenere, mentre la quantità rimanente si mette da parte per essere utilizzata l’anno seguente nel periodo in cui la luna e il sole si trovano di nuovo in Toro. I 3 grammi di cenere si triturano per circa un’ora nel mortaio di porcellana, preparando in tal modo la cosiddetta sostanza di partenza che dovrà poi essere potenziata omeopaticamente con acqua pura di sorgente o con acqua piovana per trasferire l’effetto delle ceneri al mediatore, l’acqua appunto.

Il potenziamento avviene nel seguente modo: si pone nella bottiglia piccola 9 grammi di acqua (utilizzare la cannuccia) e 1 g di cenere (usare un pesalettere); si imprime al recipiente un movimento oscillante per tre minuti, da controllare con la clessidra, ottenendo così il D 1; per ottenere il D 2 si pone nella bottiglia piccola 90 grammi di acqua e l0 grammi di D 1 e si imprime al contenitore un movimento oscillante di tre minuti; il D 3 si ottiene con lo stesso procedimento, ma agendo con la bottiglia grande nella quale si immettono 900 cc di acqua e 100 cc di D2; il D 4 si ottiene operando con 9 litri di acqua e 1 litro di D 3, ma servendosi ovviamente di un grande recipiente - né di metallo né di plastica - entro il quale si agita il preparato per 3 minuti tramite un bastone di legno in maniera da formare un vortice al centro del liquido e mescolando poi in senso inverso fino a formare un nuovo vortice.

Volendo procedere ancora con lo stesso criterio allo scopo di arrivare fino alla concentrazione D 8, comporterebbe una serie di implicazioni pratiche in ordine alla grandezza dei recipienti occorrenti, per cui il procedimento a partire dal D 4 diviene il seguente:

10 cc D 4 + 90 cc di acqua agitati per 3 min. = 100 cc di D 5;
100 cc D 5 + 900 cc di acqua agitati per 3 min. = 1000 cc di D 6;
1000 cc D 6 + 9 litri di acqua agitati per 3 min. = l0 litri di D 7;
10 litri D 7 + 90 litri di acqua agitati per 3 min. = 100 litri di D 8;

Il D 8 può essere anche ottenuto unendo un litro di D 7 a 9 litri d’acqua. Come abbiamo visto 1 parte di sostanza potenziata si aggiunge sempre a 9 parti d’acqua, per cui si ottiene in ogni caso come risultato l0, perciò - se non avessimo proceduto alla riduzione delle due quantità da mescolare - il D 8 avrebbe avuto una consistenza di 100.000 litri; ciò ci dà un’idea di quanto liquido potenziato può essere prodotto con un solo grammo di ceneri.

Terminata la fase di preparazione, si passa a quella della somministrazione, regolandosi nel seguente modo: si versa il preparato D 8 nello spruzzatore a zaino, o in altro più piccolo a seconda della circostanza e, aperta l’arnia, si spruzza il preparato sopra i favi, accertandosi che il liquido nebulizzato penetri tra un favo e un altro. Se sono in opera anche i melari questi devono essere spruzzati dal basso negli spazi tra i favi. Terminato il trattamento che va ripartito in tre riprese, alla mattina, a mezzogiorno e a sera, nella misura complessiva di 0,5/0,75 litri di D 8 per famiglia, si procede a spruzzare anche la porticina d’ingresso, nonché il perimetro dell’apiario, in modo da formare un cerchio a terra, alla distanza di cinque/dieci metri dall’apiario stesso. L’operazione deve essere effettuata, come le precedenti, al mattino, a mezzogiorno e a sera.

Dopo quattro settimane si effettua un analogo trattamento che anche questa volta deve essere riservato a tutte le famiglie presenti nell’apiario. Nel sottolineare, infine, che il momento per effettuare il trattamento è quello che vede la luna e il sole sotto la costellazione del toro o anche solo quando la luna è in toro, ma risulta più favorevole la prima ipotesi; si raccomanda di somministrare il D 8 anche in autunno.

Concludiamo queste brevi note osservando che col trattamento di tipo omeopatico ora illustrato, secondo gli estensori del metodo, si otterrà una sensibile riduzione della varroasi, la quale sarà oltre tutto mantenuta sotto la soglia di rischio.3

2Per la pratica applicazione del metodo, consultare il “Calendario delle semine” edito dall’Associazione biodinamica e le seguenti pubblicazioni:

  • Matthias K Thun “Apicoltura” Editrice Antroposofica 1989 Milano
  • Rudolf Steiner “Le api” Editrice Antroposofica 1982 Milano “Calendario delle semine” Editrice Antroposofica Milano. Elaborato da Maria e Matthias K Thun, edito con frequenza annuale
  • “Indicazioni per lo studio delle costellazioni” Ed. Antroposofica 1987 Milano
  • “Terra Biodinamica” Trimestrale di agricoltura, orticoltura e alimentazione

che possono essere acquistati consultando il sito: http://www.rudolfsteiner.it/biodinamica.

3Ricordo che il testo è stato redatto nel 1990 e che, oggigiorno, anche gli apicoltori biodinamici consigliano l'uso di prodotti acaricidi, ovviamente di origine naturale, e tra questi il preferito è senza dubbio l'acido formico.

Stampa

Bioapi il portale di apicoltura biologica e naturale

Logo Bioapi

Bee Radio Podcast