Apicoltura biologica e gestione dell'azienda apistica

L’apicoltura biologica è caratterizzata essenzialmente da due fattori: la qualità dell’ambiente in cui vivono le api e i trattamenti che devono subire gli alveari per poter produrre (leggi qui). È quello che recita il regolamento comunitario 1804/1999 proprio nei principi generali del paragrafo dedicato all’apicoltura. Il legislatore ha visto in questi due punti, infatti, i punti critici dell’apicoltura, quelli che separano nettamente apicoltura biologica da quella cosiddetta convenzionale e su di essi ha voluto attirare l’attenzione principalmente degli organismi di controllo ma anche di produttori e consumatori. Se il fine ultimo del metodo biologico è quello di avere nel prodotto finale la minor quantità, o l’assenza, di residui pericolosi per la salute, l’attenzione dell’apicoltore deve essere incentrata su dove disloca gli alveari e su quello che utilizza per la cura delle malattie delle api.

Il legislatore nel 1999 certo non poteva sapere che c’è un altro punto altrettanto importante, al quale il regolamento 1804 mi sembra non dia altrettanta importanza, che è la qualità della cera che l’apicoltore introduce nell’alveare come fogli cerei sia nel nido sia nel melario. I risultati delle analisi svolte dagli istituti di ricerca proprio in seguito all’approvazione del regolamento comunitario che disciplina l’apicoltura biologica, la loro divulgazione e volgarizzazione meriterebbe non un articolo di Apitalia ma, probabilmente, un intero numero speciale.

L’attuazione del regolamento 1804/99 ha dimostrato, per ciò che riguarda la cera, una totale impreparazione degli apicoltori, degli organismi di controllo, dei produttori di fogli cerei, ma, più in generale, di tutti coloro che ruotano intorno al nostro settore; ciò sta portando dei seri problemi non solo alle aziende che si vogliono affacciare al biologico ma anche a coloro che seguono questo metodo di produzione già da alcuni anni.

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Le malattie che più comunemente creano danni agli alveari allevati secondo il metodo di apicoltura biologica sono la peste americana e la varroa (anche la nosemiasi per gli apicoltori che operano nel nord Italia) esattamente come per gli apicoltori che utilizzano il metodo di allevamento convenzionale, ma con maggiore virulenza. Infatti gli apicoltori biologici non possono usare gli antibiotici (anche i convenzionali mi si dirà, ma noi siamo controllati!) e i prodotti utilizzati per la lotta alla varroa, che sono senz’altro efficaci, producono in primavera un evidente squilibrio fra le famiglie che merita un grosso lavoro di pareggiamento dei nidi (il che accentua anche i problemi di peste americana) senza il quale molte famiglie produrrebbero molto poco o per nulla.

Per quanto concerne i metodi di lotta alle malattie delle api lo stesso regolamento comunitario ci da delle interessanti indicazioni. Innanzitutto la prevenzione che si attua essenzialmente con la selezione di ceppi resistenti (il regolamento parla impropriamente di razze) che si ottiene con la distruzione delle famiglie colpite e con la selezione delle regine degli alveari più resistenti; con la sostituzione periodica delle regine che, a mio avviso, non dovrebbero avere più di due anni; con la periodica ispezione degli alveari al fine di accorgersi in tempo della presenza di una malattia e, via via, fino alla oramai arcinota sostituzione periodica della cera del nido.

La cura, invece, può essere effettuata, nei casi di infestazione da Varroa jacobsoni solo con gli acidi formico, lattico, ossalico (il regolamento permette anche l’utilizzo di acido acetico che, però, non ha alcuna efficacia nei confronti dell’acaro ma viene utilizzato contro la nosemiasi) e con gli olii essenziali mentolo, timolo, eucaliptolo e canfora. Visto che di questi olii essenziali chi ha un vero successo nella lotta alla varroa è il timolo è chiaro che il legislatore ha voluto permettere l’utilizzo dell'Api Life Var che utilizza appunto la formula mentolo + timolo + eucaliptolo + canfora, anche se ancora permangono alcuni dubbi sul substrato di cui non si conosce perfettamente la composizione ed il possibile rilascio nei prodotti dell’alveare.

Sono vietati, invece, tutti i medicinali allopatici, ottenuti per sintesi chimica che quando devono essere utilizzati, comportano la conseguente sostituzione di tutta la cera del nido (come dire meglio far morire un alveare che curarlo con medicinali ottenuti per sintesi chimica).

In pratica, quindi, nella lotta alla varroa sono necessari due interventi uno estivo con dei prodotti che abbassano notevolmente la quantità di acari ed uno eradicante in tardo autunno. Il primo va effettuato non più tardi del 15 agosto con il timolo, o, in alternativa, con l’Api Life Var o con l’acido formico. Il secondo con l’acido ossalico, quando l’alveare non alleva più covata; ciò dipende molto dal clima ma, di solito, ciò accade da meta novembre a fine dicembre. Potrebbe anche essere utilizzato l’acido lattico che, malgrado sia sopportato dalle api molto meglio dell’ossalico, ha, rispetto a questi, l’inconveniente di obbligare l’apicoltore a due interventi, con l’estrazione di tutti i favi dove sono presenti le api e la fine aspersione del prodotto quando la temperatura è compresa tra 5 e 10 °C.

Un’ultima indicazione che non trovate purtroppo da nessuna parte è la necessità continua di informazione. Sono ormai più di dieci anni che non utilizzo più medicinali di sintesi chimica e l’unica arma che ho veramente avuto a disposizione è stata la possibilità di informarmi dalle ricerche italiane ed estere. Sono passato dall’uso dell’acido formico e lattico al timolo ed ossalico ed ho sempre utilizzato le formule consigliate e sperimentate dall’Istituto Nazionale di Apicoltura, dal Dipartimento di Entomologia Agraria di Udine e di Sassari e dall’Istituto di Liebefeld, vero faro per tutti noi che non dall’ultima ora e non per motivi economici avevamo deciso che il futuro di un mondo sostenibile era legato all’agricoltura biologica.

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Written by Marco Valentini on .

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