Alcune attrezzature: l'arnia e l'affumicatore

L'arnia

Una volta si chiamava bugno e si ricavava direttamente tagliando un tronco d’albero o in­trecciando della paglia a mo’ di paniere rovesciato. Le famiglie non potevano essere visitate e quindi non era possibile individuare in tempo malattie o orfanità; non erano possibili neppure alcune importanti pratiche apistiche o la produzione di pappa reale, polline, ecc. L’estrazione del miele avveniva per pressatura dei favi che, spesso e volentieri, potevano essere estratti solo dopo aver ucciso le api. Oggi, si chiama arnia e, a parte il nome, del vec­chio bugno non esiste quasi più nulla. Le api, per fortuna, non si uccidono più, ma il mate­riale migliore, rimane pur sempre il legno.

Le ditte costruttrici ne producono molti modelli ma la più usata è la Dadant-Blatt (dal nome degli ideatori), ed a questa si dovrà far riferimento perché è oramai uno standard. I telaini dei nuclei che andremo ad acquistare ad esempio, rispettano proprio le misure di questo tipo di arnia.

Poi vi sono tanti, per così dire, “optional”: l’arnia da nomadismo, con il portichetto che può essere chiuso per spostarla agevolmente  o stanziale, a cui manca; con fondo fisso o mobile, con o senza fondo “anti-varroa”. Anche se si spende circa venti mila lire in più, meglio ac­quistarla con quest’ultimo accorgimento, che ci permetterà di combattere nel modo più opportuno il temibile acaro. Poi vi sono alcuni accessori ai quali non si deve rinunciare: l’escludiregina, che  impedisce alla regina di covare nel melario, il diaframma, che restringe il volume dell’arnia a seconda della forza della famiglia, l’apiscampo, per togliere le api dal melario senza fatica, il nutritore ed i distanziatori. Almeno per la prima volta è bene acqui­stare l’arnia con i fogli cerei montati, in seguito impareremo a fare da soli.

Se vilete utilizzare un’arnia usata, dovete accettare anche il rischio di andare incontro ad alcuni  inconvenienti: la famiglia che prima la abitava, potrebbe essere morta di una qual­che malattia contagiosa, oppure le misure potrebbero non essere quelle standard. Nel primo caso, vi si possono trasferire le api, solo dopo aver immerso il legno dell’arnia in della soda caustica (1 kg di soda ogni 20 litri di acqua) e poi passato alla fiamma azzurra. Nel se­condo caso, come abbiamo visto, ci causerebbe innumerevoli complicazioni. Infatti, in un’azienda apistica, vista la modularità di ogni pezzo dell’arnia, queste devono essere tutte uguali, almeno nelle misure interne.

L'affumicatore

L’affumicatore è “gioia e dolore” di ogni apicoltore. Gioia, perché ci sa venire in aiuto in si­tuazioni difficili, dolore perché, e lo imparerete a vostre spese, quando si visita un alveare il fumo che riusciamo a fargli emettere è flebile quando, addirittura, si spengerà sul più bello. A visita terminata, eccolo lì, bello fumante che sembra una vaporiera. Scherzi a parte, l’affumicatore è veramente uno strumento indispensabile che va adoperato nel modo migliore, per cui ci ritorneremo spesso, anche in futuro. Per il momento dovete sapere che il materiale combustibile deve essere di origine vegetale, ottima è la juta, quella dei sacchi che, se hanno contenuto sostanze maleodoranti, vanno lavati. Sconsigliabili sono il cartone, anche se funziona bene, perché quando brucia, sprigiona delle sostanze tossiche dovute alla combustione della colla, e le pezze di stoffa. Dopo aver dato fuoco al materiale combu­stibile, va introdotto nella caldaia. Prima di chiudere l’affumicatore, si deve aspettare qual­che secondo mentre si aziona ripetutamente il mantice. Anche dopo chiuso, e di tanto in tanto, si deve dare qualche colpo di mantice. Una volta teminate le visite, lo si spenge tap­pando il beccuccio con un bastoncino e mai vuotando il materiale di combustione in terra, per ovvi motivi di pericolo d’incendio.

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