Cosa le api hanno perso con l'allevamento moderno

Era l'estate del 1851 quando un reverendo americano di nome Lorenzo Lorraine Langstroth scoprì che le api non accumulano propoli negli spazi che sono abbastanza ampi da passarci liberamente e non vi costruiscono favi nel caso in cui siano più piccoli di una data misura, che Langstroth stesso individuò in 1 cm. Quella che ai più potrebbe sembrare solo una piccola scoperta, che noi apicoltori in gergo chiamiamo spazio d'ape, in realtà è stata la scintilla che ha dato l'impulso alla più grande rivoluzione dell'apicoltura di tutti i tempi avendo aperto le porte alla sua industrializzazione; un po' come l'invenzione del motore a vapore lo fu per la meccanizzazione dei cicli manifatturieri. Dopo di allora, estrarre i favi dall'alveare senza romperli non era più una chimera e ciò ha reso possibili un mucchio di nuove operazioni, all'inizio neppure immaginabili, come l'allevamento di regine, la produzione di pappa reale, la produzione di sciami artificiali, ecc. Ha permesso, inoltre, di sviscerare ogni più piccolo segreto della vita sociale delle nostre amiche api.

Fin qui, tutto bene; purtroppo, però, l'uomo ha un difetto che, se mi concedete la metafora, potremmo definire di fabbrica. Proprio per sua natura di animale al di fuori dell'istinto, trova difficile darsi un limite. L'esempio più calzante lo troviamo tra i campioni dello sport i quali, appena raggiunto il primato tanto agognato, cominciano a lavorare per batterlo di nuovo. Ma, ormai, per chiunque è diventato difficilissimo superarlo se non al prezzo di allenamenti folli, o con l'impiego di materiali tecnici sempre più sofisticati, oppure facendo uso di sostanze dopanti. Già alcuni si chiedono (ed è la prossima tappa della folle corsa) se sia etico utilizzare la manipolazione genetica per far nascere dei campioni sempre più imbattibili. Eppure, a ben vedere, sembrerebbe del tutto ininfluente per l'umanità sapere che Tizio è più veloce di Caio di un decimo di secondo!

Cosa ha a che vedere questo con l'apicoltura? Bé, è semplice; ci comportiamo con le api (attenzione, non ne faccio un problema del nostro comparto, è un meccanismo imperante un po' in tutti i settori e, a ben vedere, anche in economia e il risultato è la crisi catastrofica che stiamo subendo) come il campione di sport col suo record. Appena raggiunto un risultato (non so, una resa per alveare media del 5% più elevata, grazie alla meccanizzazione sempre più spinta, oppure attraverso un incrocio di razze del tutto improbabile), subito lo dobbiamo polverizzare. Con una unica differenza, non da poco, rispetto al campione sportivo e che va a tutto discapito dell'ape. Gli animali sono considerati un mezzo produttivo di proprietà degli uomini (ce lo dice anche la nostra religione) che ne possono disporre come meglio credono. Ad oggi consideriamo immorale fare all'uomo, quello che facciamo già da tempo agli animali.

So per certo che questa visione non è molto gradita alla maggioranza degli apicoltori che non amano sentirsi sul banco degli imputati, assieme agli altri elementi comunemente considerati la causa principale della sofferenza delle api (varroa, nosemiasi, virus, pesticidi, cambiamenti climatici...) tra coloro che minano addirittura la sopravvivenza del prezioso insetto. Certo, capisco, è difficile parlarne; però spero sia chiaro che non è mia intenzione processare gli apicoltori, non fosse altro che lo sono anch'io, e quindi, se del caso, reo degli stessi presunti reati. E poco conta che non ho mai usato (consapevolmente, almeno) ibridi, perché acquisto solo regine iscritte all'Albo o che, per la lotta alla varroa, mi servo esclusivamente di molecole di origine naturale.

Ma nella prossima stagione avrò una strepitosa possibilità, che spero possa essere utile anche al resto della categoria: verificare se ha un qualche fondamento l'idea che lasciare vivere le api in modo più naturale possa incidere sulla loro salute. Grazie anche alla lungimiranza di un imprenditore che, un po' come i mecenati di una volta, ha deciso di investire in apicoltura, ho la possibilità di allevare almeno 400 alveari nella maniera più naturale possibile, a partire dall'arnia nella quale le api avranno facoltà di costruire i loro favi secondo le proprie esigenze.

Per i giovani apicoltori che sono ovviamente all'oscuro della differenza che passa tra alveari che si trovano in ambiente selvatico oppure allevati in maniera tradizionale o seguendo i dettami dell'apicoltura cosiddetta (e non senza un po' di presunzione) razionale, elenco brevemente cosa è cambiato per le api nei vari passaggi (per carità, che non mi si fraintenda... ometto, perché chiaro a tutti, la loro enorme utilità, per l'allevamento delle api da reddito!):

  • con la domesticazione, le api sono state costrette a vivere in un ambiente a forma di parallelepipedo, quando la loro dimora naturale è più simile ad un cilindro; che stagionalmente si allarga o si riduce con un andamento a fisarmonica, che di solito non segue perfettamente la dinamica della popolazione. Ad esempio, ad agosto togliamo violentemente anche tre melari – più del doppio del volume – per effettuare i trattamenti antivarroa; perdipiù scarsamente coibentato (immaginiamo cosa sarebbe vivere in un tronco di albero);

  • malgrado, in natura, le api costruiscano i favi sempre dall'alto verso il basso, i melari, nell'apicoltura moderna, vengono posti in alto – e non in basso, come loro preferirebbero – separando nettamente la camera del nido dal soffitto, almeno finché le api non riempiono i nuovi telaini di miele;

  • con l'uso dei telaini, le api sono costrette a costruire i favi sempre e comunque uno parallelo all'altro, con la medesima direzione, a prescindere dal luogo dove si trova l'alveare, per lo più a favo freddo (perpendicolari alla facciata dove si trova la porticina di volo), tutti distanziati della medesima misura (3,8 cm), mentre loro preferiscono variare la misura da 3 a 4 cm; per non dire del fatto che le si costringe a modellare le loro celle a partire da una matrice prestampata con impresse solo celle femminili di una misura che non è la loro (5,3 mm anziché 4,9 cm) e che non di rado è inquinata dai residui delle medicine utilizzate nella cura della varroa;

  • tramite l'introduzione dei fogli cerei viene, quindi, inibito il naturale allevamento dei fuchi e la produzione di cera (come se fosse certo che non ne sentano la necessità);

  • inoltre le si costringe a subire tutte le tecniche (che anch'io eseguo, sia chiaro) di pareggiamento di scorte e di covata (con spostamento di materiale biologico geneticamente anche molto diverso), che tra l'altro sottopongono la regina ad un pesante lavoro supplementare; per non rischiare di perdere parte della produzione, le si inibisce nella loro naturale tendenza alla sciamatura, e quando hanno bisogno di essere alimentate, sovente si usano nutrienti che le api non trovano in natura e, addirittura, alcune volte anche di origine animale;

  • in ultimo le si sottopone ad una pressione selettiva assolutamente spropositata con ibridazioni sempre più improbabili, con il principale sforzo da parte del selezionatore (lo dico avendo comunque ben presenti le encomiabili eccezioni) di produrre più miele, soprattutto quello depositato nel melario.

Potendo allevare le api in maniera più naturale, ho la speranza di riuscire a misurare una qualche loro forma di risposta sul versante della resistenza alle malattie o, comunque, di un generale benessere. Il progetto è imponente e i risultati certi si avranno solo dopo alcuni anni, a meno che, e qui chiedo la collaborazione degli apicoltori, non si riesca a mettere insieme tutte le conoscenze che già ci sono. Rimango convinto, infatti, che già molti apicoltori hanno provato ad analizzare la differenza che passa tra l'allevamento in arnie tipo Dadant Blatt e arnie di un ipotetico modello auto prodotto. La mia certezza deriva dalla conoscenza di alcuni apicoltori che stanno abbandonando (ad esempio in Sardegna) l'apicoltura razionale per ritornare alle vecchie arnie di sughero.

Se così è, inviatemi i risultati delle vostre esperienze e li confronteremo con quelli desunti dalle nostre esperienze e, probabilmente, eviteremo in tal modo di percorrere le gli stessi vicoli ciechi che, quando si sperimenta il nuovo, inevitabilmente paiono autostrade. Metto a disposizione anche la mia esperienza di valutatore di regine per testare linee di api che potrebbero risultare resistenti alle malattie, soprattutto la varroa. Poi, questa è la mia proposta, mettiamo tutto questo materiale al servizio dell'intera apicoltura, con la promessa che ogni contributo alla conoscenza, porterà, il nome, qualora lo desideri, di chi lo ha elaborato.

Quindi scrivetemi al più presto, meglio se al mio indirizzo di posta elettronica, la stagione produttiva è alle porte e io non vedo l'ora di mettermi al lavoro!

Marco Valentini

 

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Commenti   

0 # francesco 2016-05-29 05:53
Buongiorno Marco. Io credo che ogni apicoltore deve riflettere su quanto stia accadendo. Purtroppo è difficile far capire alla gente che gli animali vanno lasciati nel loro habitat e con i loro simili. Comunque io credo che il danno ormai è enorme ma non significa che non bisogna impegnarsi a riparare. Il tuo impegno è sincero, mi sono accorto subito quando ho sentito il tuo discorso in Puglia, ecco perché mi sono avvicinato a te, mi son detto all'ora esistono i sensibili anche vicino a me e perché non partecipare al cambiamento. Non dev'essere una gara anche questa a chi trova un nuovo antidoto contro la varroa ma come tu dici un metodo meno invasivo possibile e naturale senza interesse economico affinché questo avvenga. Facciamo in modo che immettiamo nell'ambiente quanti più fuchi possibili (non ibridi) e che possano loro sistemare la genetica. Il sottovalutato è la chiave alla risposta. Kenia T B può essere la risposta a tutto questo. Buon lavoro Marco Valentini.
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0 # pablo 2012-08-21 10:16
ho due arnie warre da 3 anni ho messo 4 piani a grattacielo ho smielato il piano superiore schiacciando con uno scchiacciapatate(c'era anche covata).
lo scopo di questo scritto è di capire perchè dopo 3 anni le familie vivono e la varroa non le ha ancora sfinite.
il fatto è che non posso neanche controllare dentro perchè l'arnia warre non ha il cassettino.
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0 # Erica Zucalli 2016-02-08 11:57
Ciau Pablo, scusa il disturbo. Ho letto il tuo commento del 2012 sul sito bioapi.it relativo all'arnia Warré e l'ho trovato molto interessante. Siccome piacerebbe anche a me utilizzare questo tipo di arnie, potresti darmi un po'di notizie sulla tua esperienza e sull'opinione che ti sei fatto di quest'arnia, dell'allevare le api in modo naturale e di come ció possa essere fatto?
Grazie in anticipo per l'attenzione.
Buona giornata
Erica
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0 # Marco Valentini 2012-09-17 20:38
Scusami tanto per il ritardo nella risposta ma nel sito la gestione dei commenti era fuori uso e non me ne ero accorto (vittima anche del troppo lavoro con le api).
Interessante la tua storia. Mi dici in che zona d'Italia hai le api? Ti va di scrivere qualcosa e/o di mandarci delle foto?
La mia esperienza dice che la Warré in se per se non aiuta le api più di tanto a salvarsi dalla varroa (ripeto molte delle mie sono morte e quest'anno le ho ripopolate, vedremo...); che sia in presenza di una famiglia in qualche modo resistente?
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+1 # Marcello Fattori 2012-05-05 10:52
Caro Marco (ti do del tu)
Mi presento velocemente: mi chiamo Marcello e gestisco per conto del WWF un piccolo parco di proprietà comunale, un progetto di riqualificazione tra una cava e una ex discarica a sud di Bergamo.
All'interno del parco gia qualche anno fa un amico apicoltore (hobbista) ha sistemato un impianto di una quindicina di arnie (classiche). Premetto che di api io all'epoca non sapevo asslutamente nulla. La cosa che mi ha spinto a cercare strade alternative nell'allevare api è stato un evento particolare di circa 3 anni fa: ho visto il mio amico apicoltore trattare le famiglie di api con prodotto a base di Timolo. Ho potuto constatare con i miei occhi di come questo trattamento per le api fosse stato estremamente invasivo, il forte odore ha sballato molto le loro abitudini, erano estremamente irrequiete, giravano dietro all'arnia e si saccheggiavano tra le vicine!
Da quel giorno mi sono documentato e ho scoperto l'abate Warrè e ho intuito quanto tutte le pratiche che faceva il mio amico (che tra l'altro ama alla follia le api) fossero pratiche molto invasive e che andavano contro (spesso) le abitudini naturali delle api. I melari sopra, l'escludi regina, orfanizza di qua, apri di qua, sposta cambia..insomma le api non stanno mai tranquille ed inoltre il tempo e la fatica che questa persona deve dedicare alle api è veramente eccessiva! Ho incominciato a studiare metodo warrè e ho costruito insieme con alcune classi delle scuole della zona diverse arnie Warrè tutte personalizzate da loro con il nome la classe e un nome dato da loro. Ne abbiamo realizzate 6 e posizionate in due gruppi di 3 in una posizione ottimale sia come orientamento e sia all'ombra di alcuni alberi che le proteggevano dal sole nelle ore più calde.
Abbiamo inserito in queste arnie degli sciami che abbiamo trovato in giro. Sembrava andare tutto bene...
Ma gia da fine della prima estate, durante l'inizio dell'autunno ho visto che qualcosa non stava andando per il verso giusto, un paio di arnie sono misteriosamente scomparse. Molto probabilmente indebolite dalla varroa e poi saccheggiate. Lo stesso è accaduto a tutte le altre arnie per cui tutte e sei le arnie non hanno passato l'inverno.
Premetto che per scelta ho provato a guardare il meno possibile (nelle arnie ho messo un vetro e uno sporello scorrevole di legno che copre questo vetro) senza aprirle mai se non per aggiungere nuovi "piani" sottostanti, e senza trattarle con alcunchè.
Le api dell'impianto tradizionale si trovano alla distanza di circa 800 metri. Risultato che le mie api sono scomparse e probabilmente hanno fatto peggiorare la situazione varroa nelle api del mio amico. Cosa consigli di fare? Trattare? con cosa? Quando? Cosa si può usare al posto del telo di yuta? che le api hanno sbrindellato facendo cadere la segatura all'interno? Grazie.
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0 # Marco Valentini 2012-05-05 22:23
Caro Marcello,
cerco di essere sintetico. Quando Warré ha messo a punto la sua arnia la varroa non c'era; quest'arnia è tra le più complesse per gestire l'acaro. E' possibile solo trattare le famiglie con acido ossalico nel momento della sciamatura (lo sciame) e dopo 24 giorni la famiglia madre (perché c'è un blocco di covata); oppure si può utilizzare l'acido ossalico sublimato. Si potrebbe utilizzare anche prodotti a base di timolo ma oramai la sua efficacia si è abbassata molto ed io, ad esempio, sono due anni che non l'adopero più. Altra alternativa, almeno quando sarà autorizzato l'uso anche in Italia, sarà l'acido formico.
Delle mie 35 famiglie se ne sono salvate senza trattamento solo 3 (e già è tanto!).
L'arnia a favo naturale più idonea per trattare la varroa potrebbe essere, invece, la Kenya Top Bar e appena ho un po' di tempo scriverò un articolo.
Al posto del telo di iuta ho utilizzato uno di lino, ma il risultato è stato solo di poco migliore. Probabilmente bisogna utilizzare una stoffa molto più spessa.
Ti ringrazio molto della condivisione della tua storia.
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