La smielatura

Anche per l’apicoltura c’e il tempo della messe, con tanto di estenuante fatica ma altrettanta gioia nel vedere cumularsi, in poche ore, il frutto del lavoro di un intero anno. È il giorno della smelatura, che si perpetua da migliaia di anni, malgrado i profondi cambiamenti che ha subito l’apicoltura, e che mantiene inalterata la felicità di coloro che vi partecipano: innanzitutto i bambini, che fanno a gara per accaparrarsi la “cicca”, ovvero un pezzo di miele con parte del favo, che trattiene integri tutti i sapori e gli aromi del miele, ma anche per gli adulti, accumunati dalla lavorazione di un prodotto che mantiene forti i legami con il passato, sarà un giorno di viva festa.

Tutto prende il via con uno o due giorni di anticipo quando, muniti di apiscampo, si va in apiario per dare inizio ai lavori di raccolta del miele; è bene sapere che il momento di smelare è giunto quando, complessivamente, almeno i tre quarti delle cellette dei telaini del melario sono opercolate.

Se si ritiene che il flusso nettarifero non sia terminato, allora, quando si inserisce l’apiscampo, ci si deve comportare in questo modo: si toglie il melario con i telaini colmi di miele, si pone sul nido un melario vuoto, quindi l’apiscampo e, sopra ancora, il melario tolto in precedenza. Se, invece, il flusso nettarifero è terminato allora si può anche inserire l’apiscampo tra il nido e il melario. Comunque, si deve far sempre attenzione affinché le costruzioni di cera dei telaini non ostruiscano l’uscita delle api.

Un’altra eventualità che può presentarsi è quella di avere i telaini colmi di miele, malgrado le cellette non siano opercolate; ciò capita quando le api, per il forte flusso nettarifero, non fanno in tempo a  maturare il miele; allora la smelatura deve essere rimandata di una decina di giorni almeno, nel frattempo si deve aggiungere un altro melario, tra il nido e quello già posizionato; in questo modo si asseconda l’istinto delle api di immagazzinare il miele nelle cellette poste nella parte alta dell’alveare.  Se procedessimo ugualmente alla smelatura, malgrado il gran numero di cellette non opercolate, il miele estratto avrebbe troppa umidità e rischierebbe di fermentare nel giro di poco tempo.

Il giorno seguente, meglio di mattina presto, in modo tale da avere il tempo di effettuare, in un’unica giornata, tutte le fasi salienti dell’estrazione, si possono già togliere i melari; e questo è possibile farlo, grazie all’uso dell’apiscampo che elimina la maggior parte delle api dai melari, anche senza l’uso dell’affumicatore che va utilizzato, invece, ultimata la levata dei melari, quando si andranno a  togliere tutti gli apiscampo. Le poche api che rimangono nei melari (una ventina) si possono allontanare anche con un semplice ramoscello di rosmarino passato tra i favi; tuttavia è bene proteggerli dal possibile ritorno delle api, con un vecchio lenzuolo (pulito) che può essere tolto poco prima di partire con il mezzo di trasporto. Una raccomandazione: i melari vanno posti, da ora in poi, avendo cura di appoggiarli in luoghi puliti poiché sui telaini si va a fissare ogni tipo di particella che, durante la smelatura, passa nel miele.

Se, nelle operazioni, abbiamo fatto cadere in terra qualche goccia di miele, è bene eliminarla con abbondante acqua, che non deve mai mancare quando si va in apiario.

Legati saldamente i melari, cosicché i movimenti dell’automezzo non provochino delle rotture nei favi, dai quali colerebbe abbondante il miele, si parte alla volta dei locali dove si è deciso di smielare. Questi debbono rispettare le elementari norme igieniche e non devono permettere alle api di entrarvi, altrimenti, nel giro di qualche minuto, sarete invasi dalle risolute ospiti.

La prima operazione da compiere è la disopercolatura; innanzitutto si eliminano, con un raschietto, le costruzioni di cera che le api costruiscono sopra e sotto il telaino, che va posto verticalmente sul leggio del banco disopercolatore; poi, con l’ausilio del coltello omonimo, producendo con la mano dei movimenti avanti-indietro e dal basso verso l’alto, si elimina lo strato superficiale, costituito dagli opercoli, da entrambe le facciate. Un piccolo trucco consiste nell’immergere, di tanto in tanto, il coltello in una bacinella contenente dell’acqua calda. Si eliminerà così quel filo di miele e cera che gli impedisce di eseguire un lavoro celere e preciso. Prima di riprendere a disopercolare, sarà sufficiente, per non cedere acqua al miele, asciugare il coltello con un canevaccio.

Lì dove il coltello non è riuscito ad eliminare gli opercoli, li si può togliere utilizzando una semplice forchetta (ma ne esiste anche una fatta apposta). L’operazione seguente consiste nell’introdurre i telaini nello smelatore e qui va fatto un piccolo inciso. Di smelatori ne esistono, praticamente, due tipi; uno radiale ed uno tangenziale, a seconda di come i favi vanno disposti rispetto all’asse di rotazione. Il primo permette, a parità di grandezza, di smelare, contemporaneamente, più telaini ed il miele fuoriesce tutto senza che sia necessario fermare mai il moto del cestello. In questo caso i telaini vanno inseriti con la parte alta rivolta verso la parete dello smelatore perché le cellette dei favi hanno una leggera inclinazione all’insù e ciò facilita l’uscita del miele. Chiusi i coperchi, si comincia a far ruotare il cestello, dapprima molto lentamente e, via via, sempre più velocemente. Il secondo tipo, ha lo svantaggio di essere meno pratico; infatti dopo una breve e lenta rotazione, i telaini devono essere girati e centrifugati completamente nell’altra facciata e, quindi, ancora girati e centrifugati per eliminare tutto il miele anche dalla prima facciata. La caratteristica positiva, che lo fa preferire da alcuni apicoltori, sta nel fatto che può estrarre più facilmente quei mieli che, per propria natura, hanno un’alta densità, a dire il vero, difficilmente riscontrabili in Italia.

In ogni caso si deve aver cura di inserire i favi nel cestello calibrandone il peso in modo da non avere fastidiose vibrazioni durante la messa in moto dell’apparecchio. È anche molto importante non farsi prendere, in questa fase, da eccessiva fretta, in quanto i telaini da melario, soprattutto se di recente costruzione, sono molto fragili e se il cestello rotea ad una velocità troppo alta, quando molto miele è ancora presente nei favi, questi rischiano di rompersi.

Man mano che lo smelatore si riempie, il miele può esser fatto defluire, attraverso il rubinetto a taglio, in un contenitore, che può essere la tipica latta con la quale si commercializza il miele all’ingrosso; in un secondo passaggio, lo si versa nel maturatore sul quale è stato posto un filtro dando così inizio all’ultima fase di lavorazione, che porterà all’invasettamento.

Anche di filtri ve ne sono due tipi: uno a maglie metalliche ed uno così detto a sacco. Entrambe funzionano per caduta ma il secondo ha il pregio di non intasarsi se non dopo il passaggio di molto più miele poiché il filtraggio avviene tra pareti laterali del tessuto ed i detriti rimangono a galleggiare dentro il liquido contenuto nel sacco. Nel maturatore, che sarebbe più giusto chiamare decantatore, il miele, grazie al suo elevato peso specifico, perde tutte le impurità e le bolle d’aria che salgono in superficie; ben presto, già poche ore dopo aver terminato la smelatura, si vedrà formarsi in superficie una schiumetta (frutto dell’emulsione di miele e aria), che potrà essere eliminata dopo circa 8-10 giorni.

Quando si tolgono i telaini, ormai vuoti, dallo smelatore, questi vanno reinseriti nei melari che, sul far della sera, per ovviare a dei seri problemi di saccheggio, si rimettono sopra agli alveari, per essere ripuliti e riparati dalle api.

Dopo poco più di una settimana, come abbiamo detto, il miele è pronto per essere invasettato - consiglio di farlo nei tipici vasetti da miele da 500 g - e voi per cominciare a fare pubbliche relazioni; inizia ora un nuovo lavoro che richiede, forse, altrettanta maestria: la commercializzazione.

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