Alcune riflessoni sull'apicoltura del futuro

ape cerana su solidagoLeggi prima parte

E’ sempre speciale essere all’inizio di un nuovo cammino. Si vede tutto con lo sguardo dei bambini, non importa arrivare, non si cerca il frutto delle azioni, come dice quel regalo dell’India all’umanità, il Bhagavad Gita. Iniziare a fare apicoltura in questa valle, dove il passato incontra il futuro, scegliere e capire il legnoe gli alberi da cui proviene, veder costruire le arnie da Hukkam Ram, un ragazzo falegname di qui, povero di risorse ma di straordinario talento, vedere come l’ape e l’uomo ce l’hanno fatta insieme in maniera quasi solidale, aiutandosi vicendevolmente in un ambiente cosi duro, capire come non c’è agricoltura senza l’ape - esclusi i cereali e forse qualcos’altro -, mi ha rivelato le miriadi di modi in cui quest’insetto è connesso e connette il mondo intorno a noi e piano piano mi sono accorto delle limitazioni inerenti a praticare l’apicoltura ciascuno per conto proprio, e le grandi possibilità, almeno in teoria, diun’apicoltura social, di un’apicoltura wiki,.. alla Wikipedia!

La prima limitazione, lampante, è che in un momento in cui si dovrebbero piantare piante selvatiche nettarifere, sia per produrre più miele sia per sostenere gli altri insetti impollinatori e il loro apporto fondamentale all’agricoltura, il singolo apicoltore è spesso impossibilitato a farlo in modo significativo; invece un network di apicoltori, ossia un’associazione locale di persone dedicate alla cura delle api che usano la rete e altre tecnologie per coordinare le loro azioni, avrebbe non solo meno difficoltà ma, grazie all’inerente ricchezza di links con il resto della comunità presente in un network di questo genere - gli apicoltori infatti provengono da tutte le professioni, classi sociali e sessi -, grazie a Facebook e quant’altro, potrebbero promuovere questa attività in maniera molto efficace, coinvolgendo scuole, circoli culturali e per anziani, prigioni (pensate al potenziale per l’apicoltura italiana, sotto attacco dell’importazione di miele dal resto del mondo, di unnuovo esercito di conoscitori e degustatori di miele di qualità…), oltre che magari prendersi cura di sciami selvatici nei parchi nazionali e altre aree ( che contribuiscono alla biodiversità dell’ape e si sono rivelate particolarmente resistenti alla varroa) e promuovere l’apicoltura anche con altri insetti impollinatori... (vedete anche qui).

il mio apiarioLa seconda, ancora più importante, limitazione riguarda la sciamatura, che, sia che si abbia pochi o migliaia di alveari, è molto difficile da gestire senza disturbare il normale sviluppo della colonie o distruggere le celle reali. Di sicuro però, in questi tempi di morie d’api la sciamatura naturale ha almeno tre grandi benefici: è un importante misura anti varroa - paragonabile (correggetemi se sbaglio!) al blocco di covata (che “da solo, senza [altro] trattamento ha un’efficacia vicina al 50% ”) -; aumenta la biodiversità dell’ape;produce regine di qualità.

Aumentare il patrimonio genetico dell’ape - specialmente per questo insetto il cui tasso di evoluzione genetica è il più lento fra quelli riscontrati tra tutti gli altri insetti sequenziati fino adesso (pag.9 del documento) - è indispensabile affinché la selezione naturale abbia più probabilità di creare fenotipi di api (che sono animali non domestici) che sopravvivono le avversità di un ambiente in costante mutamento. Aumentare la biodiversità, perfino nella colonia stessa, ha altre sorprendenti ripercussioni sulla vita del nostro insetto. Il professor Tautz, nel già citato libro, racconta come ogni ape all’interno di una colonia reagisce agli stimoli dell’ambiente circostante solo quando gli effetti di tali stimoli raggiungono una determinata soglia, che varia per ciascun’ape. Alcune, per esempio, incominceranno a ventilare a seguitodi minimi incrementi della temperatura; se nonostante questo essa continuasse a salire altre api, un po’ meno sensibili ai cambiamenti delle precedenti incominceranno a ventilare, e cosi via. Quando invece la temperatura cala, quest’ultime saranno le prime a fermarsi. Più è grande la varietà di questi “caratteri”, continua l’autore, e più la colonia è in grado di allocare un perfettamente adeguato numero di api per reagire a un disturbo del suo equilibrio. Questi “threshold values”, soglie di risposta agli stimoli, dipendono in parte dal genoma e quindi dal fatto che ogni regina si accoppia con molti fuchi. Molti padri vogliono dire molte api sorelle con molti alleli differenti - molte versioni dello stesso gene - e quindi un corrispondente ampio spettro di differenti caratteristiche, che, come abbiamo visto, porta automaticamente a un’adeguata risposta delle colonie alle perturbazioni cui sono soggette. L’importanza delle multiple linee patriarcali all’interno dell’alveare è fondamentale a ogni aspetto della vita delle api: a oggi non si è ancora compreso come la vulnerabilità della colonia alle infezioni decresce all’aumentare del numero di fuchi con cui la regina si è accoppiata e con il cui sperma ha prodotto le varie “sorellastre”. Le implicazioni di tutto questo per la selezione artificiale delle api, che nel medio termine porta ad una diminuzione dell’eterosi dell’ape, e l’inseminazione artificiale, sono ovvie. Ed è probabile che la biodiversità a livello di specie, e quindi la presenza di colonie più o meno produttive, più o meno aggressive, che sciamino più o meno facilmente ecc., sia fondamentale alla resilienza che questo insetto ha mostrato lungo la sua lunga storia evolutiva: la diversità assicura la vita.

elsholtzia fruticosa - fioritura d'ottobreLe regine ottenute dalla sciamatura naturale sono di qualità poiché frutto della selezione delle api stesse - spesso fra una decina e più di celle reali - che è il risultato di quell’ottimizzazione citata precedentemente: essa produrrà (come è avvenuto per milioni di anni prima dei nuclei artificiali che usano qualsiasi celletta reale) fenotipi molto adatti all’ambiente circostante cheassicureranno nel tempo una capacità di produzione più o meno costante e un’alta resistenza alle varie patologie. Se queste regine poi fossero usate localmente, col tempo, si potrebbero ricostituire o creare molti ecotipi di Ligustica che sono scomparsi, un obiettivo condiviso anche dalle politiche apistiche dell’Unione Europea. 

E’ necessario allora, per il futuro sostenibile della nostra attività, che la sciamatura sia accettata e integrata nell’apicoltura. I problemi che essa crea per l’apicoltore sono noti: la possibile perdita degli sciami, la mancata produzione di miele e spesso l’impossibilità di prendersi cura di colonie aggiuntive.

Se però fosse possibile monitorare gli alveari in maniera remota si potrebbe incominciare a risolvere il primo problema e se gli apicoltori formassero il network prima accennato e fossero retribuiti per i servizi ecosistemici che le loro api (e in un possibile prossimo futuro i loro insetti impollinatori) offrono all’agricoltura e alla società intera, si avrebbe la capacità di finanziare il menzionato monitoraggio e gestire gli altri due problemi. Per comprendere la magnitudine delle risorse finanziarie di cui stiamo parlando basterà ricordare che, a livello globale, il servizio di impollinazione è stato valutato intorno ai 200 miliardi di dollari, mentre negli Stati Uniti, nel 2003, tra i 18 e 27 miliardi (e se questa stima avesse incluso il valore dei prodotti indiretti, come il latte e la carne di vacca che dipendono in gran parte dalla coltivazione di piante foraggere come l’erba medica che a loro volta dipendono dagli insetti impollinatori, essa sarebbe raddoppiata). E in Italia? ..qualche decina di milioni di euro? Cosa ci si potrebbe fare?

Solo posizionando un alveare su una bilancia, come brillantemente suggeriscono hivetool.org e HoneyBeeNet della NASA, apre un nuovo mondo di possibilità, sia per il singolo apicoltore sia per comprendere in maniera molto più profonda i cambiamenti che interessano il mondo intorno a noi. Registrando costantemente il peso dell’alveare è possibile dedurre moltissimi fatti nuovi sul comportamento delle api, come per esempio determinare con molta precisione l’inizio del flusso nettarifero, con tutti i vantaggi che questo implica per la gestione degli alveari (posa dei melari, nutrizione ecc.);

Fig.3: la linea rossa rappresenta il peso dell’alveare; pochi giorni dopo il 9 marzo – negli USA il primo numero della data rappresenta il mese- essa si impenna  e ciò rappresenta l’inizio del flusso nettarifero. 

 

Arriva il monsoneSe poi centinaia o, essendo ottimisti, migliaia di apicoltori facessero lo stesso e condividessero i loro dati sulla rete - integrandoli anche con dati da altre fonti quali le osservazioni satellitari - si otterrebbe un quadro preciso della fenologia delle fioriture su larga scala che permetterebbe agli studiosi di comprendere meglio gli effetti del cambiamento climatico e agli apicoltori di capire quale flora nettarifera piantare e dove piantarla. Ricordando poi che l’ape è un indicatore biologico incredibilmente efficiente (usato perfino per trovare e disinnescare mine), gli alveari potrebbero anche essere impiegati, in maniera capillare e economica - sia nelle campagne che nelle città -, per monitorare l’uso e la presenza di varie sostanze inquinanti nel territorio; questo sarebbe particolarmente importante per gli insetticidi e i funghicidi che cosi grande danno arrecano a tutti gli insetti impollinatori. Monitorando il loro uso in maniera più precisa si potrebbe quantificare meglio il danno che arrecano e di conseguenza internalizzare questi costi nel loro prezzo di vendita; il denaro così ricavato (che non è una tassa ma un tentativo di costruire un’economia dove il prezzo di un prodotto esprime accuratamente tutti i costi e benefici che il suo uso nel tempo comporta) non solo renderebbe giustizia a chi pratica l’agricoltura biologica, creando finalmente un mercato equo dove la vera competizione può avvenire, ma potrebbe essere versato direttamente - eliminando la burocrazia e gli sprechi connessi -ai networks di apicoltori locali. Essi potrebbero poi usare questi proventi, oltre a quelli derivati dagli altri servizi che i loro alveari offrirebbero, per tutte quelle iniziative cui si è accennato prima. La produzione di miele è solo una delle fonti di reddito che l’ape può offrire.

Vista invernaleAvendo poi bilance elettroniche collegate in rete, già oggi, o nel prossimo futuro quando l’internet delle cose diverrà realtà, sarebbe possibile monitorare continuamente gli alveari e si potrebbe sapere, mentre sta accadendo, quale colonia sta sciamando - grazie magari anche a contatori elettronici di api all’uscita delle arnie, come descritto su hivetool.org -. Il servizio sciami approntato dal network locale di apicoltori avrebbe così poche difficoltà nel rintracciare prontamente gli sciami, aumentando le possibilità di catturarli e,dopo aver controllatoi dati provenienti dagli alveari della zona,identificando facilmente i legittimi proprietari. Nella migliore delle ipotesi gli apicoltori del network venderebbero i loro prodotti e ammortizzerebbero i loro costi tutti insieme lavorando in cooperative, permettendo l’accesso al mercato a prezzi vantaggiosi anche al piccolo apicoltore, specialmente se si pratica un’apicoltura naturale e si creano mercati locali come detto prima; se il suddetto network raggiungesse una massa critica e allestisse un sito web dove fossepossibile essere al corrente della situazione di molti apiari, sarebbe facile ed economico sapere chi ha bisogno di nuove famiglie, chi ha un alveare orfano e ha bisogno di una regina, chi ha bisogno di un pacco d’api o magari solo di un favo già costruito. Tutte queste cose sono offerte dalla sciamatura naturale: uno sciame secondario non è forse un nucleo di fecondazione, o un pacco d’api o un costruttore di favi?In questo modo, si potrebbe quasi dire creando un superorganismo di apicoltori che è in relazione con un superorganismo di super organismi!, le perdite di produzione connesse alla sciamatura degli alveari di un determinato apicoltore potrebbero divenire il guadagno di un altro; lavorando e vendendo i loro prodotti insieme, forse (!) sarebbe possibile praticare un’apicoltura che genera vero profitto e che rispetta la natura di questo incredibile insetto a cui tutti noi dobbiamo così tanto.

E' chiaro che quest’ultime considerazioni sono solo speculazioni e che ci sono un’infinità di problemi pratici da risolvere; le propongo sperando che esse arricchiscano il dibattito e che qualcuno possa trovarle utili, come io, in passato, ho trovato indispensabili e utili i suggerimenti di molti di voi. E’ questo lo spirito della rete che ci permette di imparare come mai prima è stato possibile. Ed è un dovere, e un grande piacere, parteciparvi.

Come avete visto ho scelto veramente bene il titolo di quest’articolo! Non so nemmeno se lo leggerete mai… ma sono contento lo stesso e molto grato a Marco.Con il suo lavoro disinteressato che ha aiutato tantissimi apicoltori, me incluso, e il suo invito a scrivere sul blog, mi ha permesso di chiarire molte cose che mi assisteranno a essere un apicoltore più rispettoso dell’ape, e quindi più felice. Purtroppo dei sei sciami che avevo originariamente, 3 sono scappati il primo giorno - 2 a seguito del mio maldestro tentativo di nutrirli per aiutarli a costruire i favi , 1 dopo che ho preso in prestito un box dalla sua arnia per acchiappare un altro sciame che passava di li… una pessima idea vista la sensibilità della Cerana -, e altri 2 sciami secondari - che non avevo nutrito seguendo il consiglio dei locali -sono morti, uno per la siccità che ha afflitto la parte basse della valle e l’altro a seguito di 10 giorni di pioggia ininterrotta su in montagna. La colonia che mi è rimasta però ha mostrato una vitalità eccezionale e a fine ottobre aveva costruito i suoi favi occupando quasi completamente i 2 box superiori e raccogliendo circa 10kg di miele. E cosi aspetto fiducioso la prossima primavera, le prossime sciamature e il rinnovarsi della vita…

“La storia non è altro che l’avverarsi delle utopie” scriveva Oscar Wilde; ricordiamoci che, nel nostro caso, l’utopia non è l’impossibilità tecnica di fare le cose descritte qui - che sono idee che sono maturate grazie all’apporto e al dialogo, oggi più facile che mai, di innumerevoli, e forse di tutti gli apicoltori e gli studiosi delle api; l’utopia vera è cambiare il nostro modo di vedere il mondo, ammettere i nostri errori, sentire amore per quello che facciamo; è il nostro modo di sentire e stare assieme che è il vero limite alla crescita e alla sopravvivenza dell’umanità.

Buona apicoltura a tutti!!

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