Prodotti apistici biologici e prospettive di mercato - Ora vediamo uno per uno i prodotti delle api

Ora vediamo uno per uno i prodotti delle api

Cominciamo a dire che il biologico non è una certificazione di origine geografica e, quindi, è possibile trovare sul mercato prodotti delle api certificati bio provenienti da ogni parte del mondo, soprattutto dai quei paesi cosiddetti terzi che hanno un sistema di produzione e controllo equivalente al paese membro. Finora questo non è capitato perché gli apicoltori certificati, anche nei paesi ad economia emergente, a malapena riescono a soddisfare le esigenze locali, ma la storia cambia rapidamente perché in molti hanno fiutato l'affare. In particolare la Cina, ma anche l'Argentina, si è già attrezzata per esportare miele e altri prodotti delle api da agricoltura biologica. In Europa i paesi che si metto più in vista sono Ungheria e Romania. Quest'ultima esporta anche buone quantità di polline.

Il miele

Il miele è e rimarrà il prodotto più importante dell'azienda apistica e questo è tale in ogni parte del mondo, Cina esclusa. Sì perché in questo paese gli apicoltori si sono pressoché tutti specializzati nella produzione di pappa reale e, malgrado questo, quasi il 50% del loro reddito proviene comunque dal miele. In Italia forse solo qualche azienda che produce regine può ricavare dalla vendita di queste un reddito maggiore del miele. Purtroppo, come ho avuto già modo di dire anche in passato, al contrario di altri comparti, come quello orticolo, chi in apicoltura produce seguendo il metodo biologico non ottiene automaticamente un miele di qualità organolettica superiore per cui difficilmente il consumatore potrà accorgersi della differenza. Anzi, cercare una postazione dove si può raccogliere un ottimo miele dal punto di vista organolettico e che, contemporaneamente, rispetti i dettami dell'apicoltura biologica, può creare più di qualche problema. Il caso più evidente è quello del miele di tiglio che spesso viene raccolto nelle vicinanze delle città o dei paesi ovvero in luoghi che, è evidente, non rispettano il regolamento 834/2007. Eppure, è oramai certo, l'acquirente del bio è un consumatore esigente e spende di più, sì, ma in cambio vuole un rispetto maggiore della qualità non solo sul versante residui, ma anche di quella organolettica e guai se il produttore pensasse, visto che ha ottenuto la certificazione bio, di poter derogare su altri parametri qualitativi (schiuma, impurità, omogeneità nella cristallizzazione, rispondenza delle caratteristiche sensoriali del miele monofloreale, ecc.).

Sul versante residui, acquistare miele biologico dà qualche sicurezza in più circa la probabilità di non incappare in residui di antibiotico. Intendiamoci, per curare le malattie delle api gli antibiotici sono vietati, sia che l'apicoltore sia certificato oppure allevi in maniera convenzionale e quindi non dovrebbero essercene, punto; il fatto, però, che l'apicoltore bio sia più controllato mette l'acquirente maggiormente al sicuro da possibili furbi. Per quanto riguarda i residui di acaricidi, essendo questi di norma liposolubili, difficilmente finiscono nel miele e questo rende difficile, ma non impossibile, ritrovarceli.

Parliamo ora di prezzo: in questi ultimi anni il prezzo mondiale del miele è alto, soprattutto perché quello cinese non lo vuole più nessuno e viene venduto seguendo costose triangolazioni mentre in Argentina si è di molto abbassata la resa per alveare sia per i cambiamenti climatici (soprattutto siccità) che per gli avvicendamenti colturali che premiano colture non impollinate dalle api (es. soia). Sia come sia, il prezzo mondiale è alto e non è poi molto distante da quello italiano. La grande produzione, quest'anno in Italia, di miele di acacia ne sta riducendo i prezzi. Qualcuno parla già di una riduzione - da maggio a giugno - di circa un euro e la chiama “contenuta flessione”. A me sembra che un calo del 25% sia una flessione significativa. Non è detto, però, che rimanga tale; in una prima fase i prezzi calano perché gli apicoltori in difficoltà vendono subito e concorrono all'abbassamento generale. Comunque siamo già vicini al prezzo internazionale del miele di acacia dello scorso anno che si aggirava intorno ai 3,50 euro. Se ci mettiamo il trasporto e la difficoltà di avere rapporti con fornitori esteri, ecco che il miele italiano diventa già più appetibile.

Pappa reale

C'è un'ottima richiesta di questo prodotto che è soddisfatta quasi interamente dalle importazioni dalla Cina. Gli apicoltori del paese del Dragone si sono specializzati da anni su questo prodotto e sono oramai imbattibili. Ho visto raccogliere, in un giorno da un apicoltore con 100 alveari, quasi 4 kg di pappa reale. Questo comporta una differenza di prezzo tra prodotto cinese e nazionale che viaggia intorno ad un decimo. Comunque, fintanto che di prodotto italiano ce ne è poco e non basta alla richiesta, restano buone prospettive visto che un chilo di pappa italiana viene oggi venduta ad un prezzo medio di 600 euro e, ripeto, non risultano stock invenduti.

Polline

In Italia, per il momento, non c'è una forte richiesta di polline e fino a poco tempo fa veniva per la maggior parte importato da Spagna, Cina e Romania. Oggi gli apicoltori italiani si sono svegliati e cominciano a proporre alla clientela il loro prodotto o quello di colleghi italiani. Questo anche perché alcune essenze, quali il castagno, sono molto produttive e danno un prodotto di qualità superiore. Inoltre è di molto migliorata l'efficienza delle trappole. Il prezzo di mercato del prodotto italiano e in possesso della certificazione bio è di circa 18 euro, mentre dall'estero arriva a 12-14 euro. Qui i problemi di residui sono piuttosto importanti anche perché il polline, quando ancora si trova sui fiori, è più esposto del nettare agli inquinanti atmosferici. Qualche apicoltore potrebbe anche pensare, visto che il polline si raccoglie con delle trappole esterne, quando l'ape sta entrando in alveare, che esso non risenta degli inquinanti introdotti dall'apicoltore quando vuole curare le malattie delle api. Assolutamente falso e dimostrato esattamente il contrario.

Propoli

Per questo prodotto non c'è ancora un vero e proprio interesse da parte degli utilizzatori, almeno per quanto concerne il certificato bio e, quindi, è poco anche quello da parte dei produttori. Probabilmente questo stato di cose è destinato a cambiare rapidamente perché la propoli è forse il prodotto delle api più inquinato. Infatti essa acquisisce residui sia dall'ambiente (essendo una resina che si trova perlopiù sulle gemme di alcune piante) che nell'alveare a causa dei trattamenti contro le malattie delle api. Per di più, nella propoli c'è circa un 30% di cera che si porta dietro i residui che si sono accumulati nei favi. Inoltre abbiamo la fortuna, in Europa, di produrre una propoli ottima dal punto di vista organolettico e molto buona per quanto riguarda la percentuale di flavonoidi che sono la parte più importante dei suoi principi attivi. La propoli cinese è praticamente una soluzione alcolica alla quale è stato tolto, in seguito, l'alcool ed è molto pulita, ma praticamente poco aromatica e povera di olii essenziali. Sul versante prezzo, inoltre, per la propoli convenzionale c'è poco spazio (circa 40 Euro), mentre per quella biologica si parla di 70 Euro e i prezzi sono in aumento.

Sul versante produttivo dobbiamo dire che le api non possono essere stimolate più di tanto a produrla e arrivare ad una media di 100 grammi per alveare/anno non è facilissimo. Inoltre con l'introduzione in molte zone italiane di ibridi di Apis mellifera Carnica (altro problema che meriterebbe un convegno ad hoc) la produzione per alveare si sta notevolmente abbassando visto che questa razza propolizza pochissimo.

Cera

Praticamente non ce n'è perché quella poca che una azienda può produrne (circa 1 kg ogni quintale di miele raccolto) serve alle esigenze aziendali soprattutto se l'apicoltore produce molti sciami artificiali. Tanto è vero questo che la cera utilizzata dalle aziende che si vogliono convertire al biologico proviene per la quasi totalità dall'Africa, grazie ad una deroga del regolamento 834/2007 che (in mancanza di cera certificata) permette l'uso di cera convenzionale ma con residuo zero e di opercolo (ma chi controlla che lo sia per davvero?). I prezzi per la cera grezza bio sono di circa 8-10 euro il kg mentre quella africana entra a circa 5 euro il kg. I fogli cerei certificati vengono venduti a circa 12-14 euro il kg.

Il prezzo degli sciami artificiali è cresciuto all'inverosimile in questi ultimi due anni arrivando a toccare valori veramente astrusi: 90 Euro con punte che hanno raggiunto i 130 per sciami su 5 telaini! Naturalmente questo dipende dalla forte mortalità che ha colpito gli allevamenti italiani che in alcune zone ha superato abbondantemente il 50%.


In conclusione vorrei porre l'attenzione del lettore su un fatto che ritengo importante: abbiamo visto che non il futuro, bensì il presente sia fatto di innumerevoli piccole aziende che si stanno specializzando nel seguire tutta la filiera produttiva fino a consegnare in mano la cliente finale il proprio prodotto, il che permette un ulteriore vantaggio, a parte al prezzo più remunerativo, ovvero quello di poter vendere anche gli altri prodotti delle api, fossero anche le candele.

Mi domando, qualcuno, se ne è accorto? Ne parlano le riviste specializzate? Il settore segue con attenzione questa evoluzione?

La risposta è, naturalmente, no e molto dipende dall'immaginario collettivo che tutti noi, apicoltori e dirigenti, abbiamo circa l'azienda apistica modello: numero sempre più alto di alveari (chi più ne ha, più è bravo); uso sempre più spregiudicato della tecnologia (chi ha il camion di maggiore portata, con la gru o il muletto più grande, smielatore con maggiore carico di telaini, ecc. è il migliore); disinteresse sulle pratiche apistiche che sfruttano le api e le indeboliscono (ibridi, alimentazione forzata con succedanei di polline, pacchi d'ape, ecc.) o che mettono a rischio la salubrità dei prodotti apistici e penso allo scriteriato uso di molecole per la lotta alla varroa e alle altre patologie.

E quelli che vivono cercando di allevare un numero limitato di alveari, perché vogliono seguire il proprio prodotto dal favo al vasetto in mano all'utilizzatore finale, curando le api con molecole naturali e tecniche soft, ligi alle regole fino al parossismo? Gente che non merita nessun accenno e, se va bene, considerati apicoltori di serie B.

StampaEmail

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

Bioapi il portale di apicoltura biologica e naturale

Logo Bioapi

Bee Radio Podcast