Miele biologico, perché preferirlo a quello convenzionale

Nei primi anni del boom commerciale dei prodotti biologici (siamo alla fine del secolo scorso) il miele, in maniera del tutto imprevista, fece molta fatica ad imporsi dal punto di vista delle vendite. Ciò avvenne paradossalmente proprio in virtù della sua “naturalità”, da molti data per scontata: cosa c'è di più naturale del miele prodotto dalle api? Come se le conoscenze  su questo alimento fossero ferme al medioevo, quando ancora si pensava che il nettare raccolto dalle api nei fiori si trovasse lì perché disceso dal cielo, dono degli dei, e non il frutto di un complesso processo di trasformazione che parte dall'acqua piovana, che la pianta assorbe dal terreno insieme ai sali minerali per mezzo delle radici, si arricchisce degli zuccheri della sintesi clorofilliana, prima di attraversare la ghiandola chiamata nettario. Già questa schematica descrizione chiarisce al lettore - credo - quanti elementi possano influire sull’ integrità del prodotto finale che, non dimentichiamolo, è il risultato di una eccezionale concentrazione del nettare con tutti i suoi componenti, a cominciare dagli zuccheri, i più rappresentati e tutti presenti. E per fortuna che tra nettare del fiore e consumatore finale di miele si frappone l'ape che, come oramai evidenziato in maniera inequivocabile, funge da filtro, eliminando molte delle sostanze indesiderate e addirittura pagando con la vita prima del ritorno in alveare, qualora la sostanza tossica con la quale viene in contatto sia in una concentrazione letale, impedendo cosi che il miele risulti fortemente inquinato. Ed infatti le analisi effettuate sui mieli, anche quelli raccolti in zone estremamente inquinate come città o zone altamente industrializzate, per non parlare di aree intensamente coltivate, risultano di gran lunga meno inquinati di quanto ci si aspetterebbe.

Tanti, dicevo, sono i fattori che possono influire sulla presenza di inquinanti nel miele, a cominciare dal terreno. Geodisinfestanti, erbicidi, concianti dei semi e pesticidi dati alle foglie. Non trattenuti dalle parti aeree della pianta e caduti in terra, sono le molecole che inquinano il terreno (e di conseguenza anche l'acqua)  e che potrebbero, in terreni trattati in maniera convenzionale, andare a finire nella linfa, e poi nel nettare. Classico è il caso dei neonicotinoidi utilizzati nella concia dei semi di alcune piante coltivate, ora sotto i riflettori dell'Unione europea per una auspicata, prima ancora per la nostra salute che per quella delle api, definitiva messa al bando. Poi quelli che possono direttamente penetrare nel calice del fiore durande uno sciagurato trattamento in fioritura, ovvero insetticidi e fungicidi; forse questi ultimi sono i più subdoli perché non uccidendo l'ape, possono più facilmente contaminare il miele. E non di rado, è la flora che cresce sotto le piante coltivate - caso tipico i fiori di tarassaco sotto gli alberi di melo - a causare una vera e propria strage.

Per fortuna negli ultimi anni è molto cresciuta la consapevolezza da parte degli agricoltori dei gravi rischi (in primis per i loro raccolti) che si corrono sottovalutando la presenza dell'ape nell'ambiente. Infine troviamo la qualità dell'aria, i cui residui di metalli pesanti e altre molecole tossiche possono facilmente penetrare nel fiore carico di nettare e nell'acqua di cui, abbisogna l'ape per le proprie esigenze metaboliche.

Insomma l'ape appare pericolosamente assediata da una miriade di minacce alla sua sopravvivenza che soltanto la sua robustezza (altro che animale delicato, se lo fosse per davvero già si sarebbe estinto!) le ha permesso finora di scongiurare. A conferma di questa tesi, basta ricordare che le api di un solo alveare, per coprire il loro fabbisogno di nettare, polline, propoli e acqua possono arrivare a perlustrare un'area superiore ai 20 km2, producendosi giornalmente in qualche milione di microprelievi.

La domanda che ci si potrebbe a questo punto porre è: ma sarà sufficiente sostituire un miele qualsiasi che assumiamo giornalmente con un miele biologico, per salvaguardarci dall'assunzione di pericolosi cocktail? Naturalmente no, ma così facendo potremo ridurre questo rischio.

Vediamo allora come la legge che regolamenta il biologico possa tutelarci rispetto all'acquisto di un miele che non rispetta le nostre esigenze in fatto di qualità.  In estrema sintesi, le differenze tra apicoltura biologica e convenzionale riguardano il metodo di conduzione degli alveari. Forse molti apicoltori per così dire convenzionali, si comportano, nell'allevare le api, esattamente come i loro colleghi in possesso della certificazione biologica, eppure anche in questo caso esiste una bella differenza: chi utilizza il metodo di produzione biologico assoggetta la propria azienda ad un controllo ispettivo da parte di un Organismo di controllo scelto dall’apicoltore stesso, ma sua volta controllato dal Ministero delle politiche agricole. L'Organismo di controllo, quando si reca in azienda, si accerta che l'apicoltore operi riducendo al minimo (dire "a zero" suona un po' presuntuoso) il rischio di contaminazioni. La legislazione è piuttosto complicata ma due sono i punti fondamentali sui quali il Legislatore europeo ha concentrato la sua attenzione: la qualità dell’ambiente in cui vivono le api e i trattamenti che possono subire gli alveari in caso di malattia.  Eccoci ai veri punti chiave dell’apicoltura biologica, quelli che la separano nettamente da quella convenzionale e sui quali si concentra l'attenzione degli Organismi di controllo nel momento dell'ispezione delle aziende. Tanto è vero che la procedura fondamentale messa in atto dall'Organismo di controllo per verificare che l'apicoltore non faccia il furbo, è l'analisi della cera del nido, ovvero la matrice che maggiormente rileva la presenza di residui di medicinali illegali utilizzati per combattere le malattie delle api. In aggiunta, per chiudere il cerchio, ogni qual volta l'ispettore dell'Organismo di controllo viene in visita, oltre all'attenta lettura di ogni documento burocratico (particolarmente i registri), vuole vedere gli apiari (o almeno parte di essi) per constatare che i luoghi di produzione siano sempre idoni ad allevare le api in maniera biologica, lontani da fonti di inquinamento.

Ma dietro a un vasetto di miele biologico c'è molto di più: c'è la consapevolezza, da parte dell’ apicoltore e di chi acquista il prodotto del suo lavoro, di far parte di un movimento che come fine ultimo ha quello di provare a limitare il più possibile i danni che l'uomo produce all'ambiente.

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Commenti   

0 # rita Franceschini 2013-07-24 12:01
Ci sono autorità di analisi miele che continuano ad asserire che l'antibiotico, ad esempio, o altri inquinanti, si trovano nel miele anche se l'apicoltore non ha colpe in quanto le api riportano nella loro casa dal bottino che prendono inavvertitamente perché sono vicini a grossi allevamenti o vicino a vivai !!!!!!io non ci credo e penso proprio che questa teoria la portino avanti per arrivare ad una "ammissibilità" da parte della UE. Ci sono molti apicoltori che continuano ad asserire e a volere profondamente questa realtà!!! anzi molti apicoltori così detti "professionisti" danno la colpa agli apicoltori hobbisti che gli rovinano la piazza!!! ma io credo che chiunque abbia anche un solo alveare debba attuare le BPA (buone pratiche apistiche) allo stesso modo di chi ne ha 1000!
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0 # Marco Valentini 2013-08-18 20:07
Pienamente d'accordo con te. Può darsi che le api portino a casa degli inquinanti dall'ambiente, anzi sicuramente lo fanno ma la quantità è infinitamente più piccola di quella che si ritroverebbe qualora gli apicoltori usino delle molecole non consentite nella cura dei loro alveari.
Certamente è una posizione strumentale di coloro che vogliono che anche nei prodotti delle api possano essere tollerati dalla legge dei residui di antibiotici e acaricidi.
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