E' urgente inaugurare una nuova stagione apistica

Il 2008 sarà ricordato come l’anno della grande mortalità delle api. È vero che negli Stati Uniti questa si era avuta già nell’anno precedente e in Spagna ancora prima. Ma in Italia il picco si è verificato nel 2008. Le cause, ormai lo sappiamo, sono da ricercare in più fattori. Noi apicoltori diamo più importanza ai neonicotinoidi, che effettivamente hanno creato non pochi problemi soprattutto al nord e, per fortuna il ministero li ha vietati nella concia delle sementi, così come era già successo in Francia, Germania, Slovenia e in altri paesi. Ma sul banco degli imputati ci sono anche i cambiamenti climatici, le nuove patologie, la perdita di rusticità dell’ape, virus ecc.Gli studi fatti negli Stati Uniti, fanno emergere ormai sempre più  chiaramente che la sparizione delle api sia da addebitare ad un cocktail di cause in cui tutti questi elementi entrano, più o meno, in gioco.Vorrei provare a soffermarmi sui motivi di cui, credo, noi apicoltori siamo i maggiori responsabili, premettendo, però, che non ritengo gli altri meno importanti.

Semplicemente, in questo ragionamento, li tengo separati, per potermi concentrare meglio su possibili correzioni di mira. Chissà che non si riesca ad inaugurare una nuova stagione, nella quale ogni categoria produttiva, prima di puntare il dito inquisitore sugli altri, cominci, prima di tutto, a valutare le proprie responsabilità. Innanzitutto, perché è più facile mutare i propri comportamenti sbagliati piuttosto che quelli degli altri. Inoltre questi “altri”,  che non sono altro che i nostri cugini agricoltori, avrebbero buon gioco a rigirarci la palla delle responsabilità, e non senza una qualche ragione, affermando che i primi inquinatori dell’ambiente alveare siamo noi apicoltori che diciamo tanto di amare le api.

Io sono certo che la causa principale della mortalità recente delle api sia la varroa. Per intenderci, se per qualche motivo sconosciuto e imponderabile, la varroa alzasse bandiera bianca, i nostri problemi di mortalità delle api scenderebbero a percentuali ad una sola cifra e, se togliessimo l’orfanità, la peste americana e la nosemiasi, questa sarebbe praticamente zero o zero, virgola qualcosa.Noi apicoltori stiamo continuando ad utilizzare un modello di lotta ai parassiti vecchio, ovvero quello del bombardamento; ma il metodo funziona solo se, in un numero limitato di anni, il parassita si debella completamente, altrimenti dobbiamo passare alla trattativa. E questo meccanismo funziona anche per i rapporti tra uomini, non solo su quello ape-parassita. Infatti, se bombardi quelli che reputi i tuoi nemici, o riesci ad annientarli, oppure questi si riorganizzano e la guerra diventa infinita e il nemico si fa sempre più crudele e spietato. Ciò capita perché la selezione è sempre in agguato, anche se questo non ci piace. La selezione naturale è il motore del progressivo mutamento della Terra e non la cambiamo. Impiegando contro la varroa principi attivi via via più potenti, abbiamo abdicato alla possibilità di selezionare un’ape resistente, mentre abbiamo selezionato varroe sempre più forti. Se di una popolazione, di uomini, di acari o qualsiasi altro essere vivente che sia, sono eliminati i più buoni, i più delicati, i più pronti alla trattativa, rimangono in vita i più crudeli e spietati, pronti a tutto pur di poter sopravvivere; continuando questa selezione “al contrario”, ci ritroveremo a combattere individui sempre più scellerati.

Nella lotta alla varroa, da anni continuiamo ad utilizzare principi attivi in presenza di covata e, ciò, seleziona varroe che hanno un periodo foretico - ovvero il tempo che intercorre tra una riproduzione e l’altra - sempre più corto. Infatti, quelle che se la spassano più a lungo a banchettare sulle api adulte sono più facilmente prede del principio attivo; quelle, invece, che sono pronte, subito dopo la moltiplicazione, a rientrare in un’altra celletta di covata, saranno premiate dal tipo di trattamento perché difficilmente colpite dal principio attivo. Visto che tale comportamento può essere dettato dalla genetica, il carattere sarà facilmente trasmissibile alla prole.Ecco che, ad esempio, utilizzare la tecnica del blocco di covata, che si sta sempre più diffondendo tra gli apicoltori che non si preoccupano di passare qualche ora in più con i loro alveari, può aiutarci a superare almeno l’inconveniente. Quest’anno ho iniziato, e con me molti altri apicoltori, alcune prove con i miei alveari che reputo promettenti.

E ciò può essere solo una delle risposte da mettere in atto a breve termine mentre alla lunga, dobbiamo rivedere completamente il nostro modo di fare apicoltura. Per esempio, cominciando a considerare utile non la ricerca di principi attivi sempre più potenti, che tra l’altro rischiano di inquinare i prodotti delle api, ma  di accettare di buon grado la possibilità di perdere più alveari del solito e, contemporaneamente, di considerare la possibilità di fare le produzioni principali con gli sciami artificiali prodotti l’anno precedente che, tra l’altro, hanno il pregio di sciamare meno durante le prime fioriture e, quindi, ci assicurano una produzione per apiario maggiore.

Certo c’è da riorganizzare l’azienda e renderla efficiente nella produzione degli sciami, ma l’alternativa che ci si prospetta è quella di smettere di fare questo mestiere. La morte di alcuni alveari toglierà dalla riproduzione gli individui che portano con sé i geni della sensibilità alla varroa (forse le regine che producono troppa covata, che producono api che hanno un periodo di opercolazione più lungo, che non fanno grooming, ecc.) ma anche quelli della “spietatezza” delle varroe verso la nostra povera ape. Infatti, le varroe più “carogne” periranno con le api degli alveari morti.Già questo può essere considerato un inizio per allentare la pressione selettiva sulla varroa e rivolgerla, almeno in parte, sull’ape. Poi dovrebbero partire delle sperimentazioni, come quella che ho letto recentemente, fatta da alcuni ricercatori, se non ricordo male danesi, che hanno collocato una settantina di alveari su  un’isola dove non erano presenti altre api e le hanno lasciate libere da trattamenti. Il primo anno sono sopravvissuti pochi alveari ma da questi, via via, si stanno riproducendo individui sempre più resistenti (o varroe sempre più tolleranti) fino ad arrivare a percentuali di sopravvivenza che non sono lontane da quelle che abbiano noi, malgrado tutti i nostri costosi bombardamenti. In questo modo non si seleziona solo l’ape capace di sopravvivere in presenza di varroa, ma anche varroe “intelligenti” che riescono a non portare a morte gli alveari che le ospitano perché il parassita perfetto lascia sopravvivere il suo ospite. La stessa ricerca la stanno facendo in Nuova Zelanda e, anche se il periodo di prova - un paio di anni - è ancora troppo breve per pronunciarsi definitivamente, i risultati sembra siano analoghi. Come è portata avanti, invece, la selezione in Italia? (Mi scuso fin da subito con quegli allevatori di regine, che so esserci, che si battono con mille difficoltà per fare bene il loro lavoro). Come che sia esprimo un’opinione che non è contro nessuno ma che mira ad essere semplicemente un contributo. Non pretendo di avere la verità assoluta.

La maggior parte (rispondendo evidentemente alle richieste dei colleghi apicoltori) si preoccupa principalmente del miele che si trova nel melario, neppure quello prodotto complessivamente dall’alveare. Ed ecco famiglie completamente imprudenti che non sono più produttive delle altre ma hanno come caratteristica principale quella di desiderare, più delle altre, di collocare il miele in alto lasciando i nidi vuoti in inverno oppure, peggio ancora, regine che covano, covano, covano senza più alcun legame con il flusso nettarifero o pollinifero.

Il nido è occupato sempre più dalla prole e non dal miele di scorta comportando il duplice danno di ritrovarsi, come le precedenti, il nido vuoto fintanto che c’è il melario e di stimolare la varroa a moltiplicarsi. Inoltre, che dire della selezione che porta ad avere api sempre più docili? Siamo sicuri che quelle troppo docili sanno mettere in atto strategie valide per difendersi dalle malattie; e quelle che non sciamano? Si portano dietro delle caratteristiche negative che momentaneamente non riusciamo a valutare?

E cosa facciamo per sedare l’input di maggiore produzione a tutti i costi, senza neppure sottoporci alla fatica della selezione? Siamo arrivati ad importare regine dall’Argentina. Alcuni importano le regina di razza Ligustica, le italiane per antonomasia… dall’Argentina (e chissà da quali altri luoghi): siamo proprio sicuri che sia giusto? E chissà quali parassiti si portano dietro. Lo sa chi ha fatto questa importazione che in Argentina è consentito l’uso di antibiotici e che quindi queste regine solo difficilmente si porteranno dietro il carattere della resistenza alla peste americana? Chi ha importato api dalla Cina lo sapeva che in Cina c’è il Nosema ceranae (che, come dice il nome della specie, è il Nosema dell’Apis ceranae) e che forse la recrudescenza di Nosema deriva proprio da questo tipo di importazione? Purtroppo, l’individualismo spinto che permea la società occidentale, e quella italiana più di altre, ci ha fatto perdere il senso di “bene comune”, inteso come i beni della collettività ai quali non diamo più alcun valore (del resto quanti dicono. “se è di tutti non è di nessuno”). E qual è il maggior bene della comunità degli apicoltori italiani se non l’ape che da noi si è selezionata proprio per le sue peculiari caratteristiche che il mondo ci invidia?

Un’ultima parola la vorrei spendere, però, sui motivi che hanno spinto noi apicoltori, così come tutti gli altri allevatori di animali, ma il ragionamento può essere esteso a tutto il mondo produttivo. Questi possono essere tutti ricondotti ad un unico concetto: la crescita, la crescita del Pil, la religione della crescita. In un mondo finito, quale la Terra, è puramente folle pensare che questa abbia risorse infinite e più che mai oggi che siamo 6 miliardi di persone ogni giorno a calpestarla. Siamo a questo stato di cose perché ogni anno, ci dicono, di dover crescere (ci dà tanto fastidio la parola decrescita che la chiamiamo crescita negativa) e più si cresce (basta vedere come gli economisti si eccitano parlando della Cina che cresce con percentuali a due cifre, poi chiudono un occhio sul fatto che ogni anno muoiono circa 800.000 persone per l’inquinamento ambientale) e, secondo i sacerdoti della crescita, più si sta meglio, si ha benessere. Il forte dubbio è che molti di noi abbiano scambiato il ben-essere con il ben-avere se è vero che il benessere è strettamente legato ai buoni rapporti conviviali che riusciamo a instaurare con i nostri simili mentre il ben avere porta all’egoismo, a rinchiuderci in casa e ad avere diffidenza verso il prossimo e a consumare di più. C’è un filosofo francese, Serge Latouche, che da alcuni anni sta teorizzando la società della decrescita come quella che prende in esame, nel valutare il benessere dei popoli non più quello del consumo di beni, ma lo stato delle relazioni umane, della giustizia, delle discriminazioni tra i componenti della società, del carattere democratico delle istituzioni e della salute del territorio.

Insomma, dobbiamo essere finalmente pronti, come categoria, a parlare di questi argomenti, oppure per l’apicoltura non ci sarà un futuro.

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