Ho cercato il mio futuro per il mondo e l'ho portato a casaHo cercato il mio futuro per il mondo e l'ho portato a casa

Ho cercato il mio futuro per il mondo e l'ho portato a casa

Mi sono allontanata dal mondo che nella mia testa avevo da sempre abitato quando i miei legami con quella realtà, fatta di un'università che non sono stata entusiasta di frequentare e di un lavoro di ufficio che, seppur in poco tempo, mi ha demoralizzata, sono scaduti. Il giorno della mia laurea, a marzo del 2014, ho voltato pagina, felice di aver concluso un percorso che mi ha insegnato a guardare nella direzione giusta.

Sentivo la necessità di mettere ordine al mio caos mentale e la voglia di avvicinarmi alla natura e, consapevole solo del mio futuro più imminente, ho comprato un biglietto di sola 

andata per la Nuova Zelanda con l'unica certezza che avrei speso un tempo ancora indefinito viaggiando e lavorando in campagna. Su quelle due piccole isole ho vissuto sei mesi intensissimi che mi hanno regalato un orizzonte nuovo e nuovi occhi con cui cercare risposte, curiosità e persone che custodisco nel cuore come un tesoro prezioso. L'avventura di non conoscere nulla di quel posto così lontano dalle mie certezze, abitudini e sicurezze era adrenalina pura, ogni scoperta era un traguardo raggiunto e coraggio per affrontare la vita da sola su un altro pianeta e sicuramente l'ostacolo più grande è stato la ricerca del lavoro: volevo lavorare in campagna. Tra telefonate e annunci su internet e 'Chissà se mi posso fidare' dopo due giorni ad Auckland, terrorizzata, sono salita su un minuscolo aereo ad eliche che mi avrebbe portata nell'isola del sud, nella regione dei vigneti, verso il mio nuovo lavoro. A intervalli di viaggio tenda, zaino in spalla, camminate infinite e paesaggi da commuoversi attraverso tutta la Nuova Zelanda ho alternato tre esperienze lavorative, diversissime tra loro nonostante tutte contemplassero i vigneti: la prima è stata in un'azienda, non molto grande, in cui ho imparato a lavorare con le mani nel ghiaccio dell'inverno alle 7 di mattina e a fare wrapping, avvolgere i rami della pianta sui fili; la seconda, ed è lì che è nato l'amore, in un'azienda biodinamica che è diventata la mia casa per un mese, in cui ho lavorato con capre e polli e piante aromatiche e ulivi, oltre che nella vigna; la terza, che nonostante l'odio non mi ha fatto disinnamorare, è stata in un'immensa multinazionale con vigne a perdita d'occhio, in cui venivamo considerati un numero (quello di piante completate a giornata) più che un cervello, in cui con rabbia ho respirato le sostanze chimiche che ogni giorno spruzzavano sui filari e sudato sotto al sole dell'estate ascoltando le lamentele della manager che con allegra leggerezza ci intimava di lavorare più veloce, che i 5 centesimi a pianta dovevamo guadagnarceli. Non è sempre stato il paradiso, ma penso a tutte quelle esperienze con gioia e gratitudine.

Vivere a contatto con la natura ha alimentato in me il desiderio di perseguire questo stile di vita anche una volta lasciato l'altro capo del mondo per cui all'inizio del 2015, tornata in Italia, ho iniziato a cercare intorno a me realtà stimolanti che mi avessero permesso di crescere e di imparare nell'ambito dell'agricoltura. Dopo una deviazione lavorativa improvvisata ma breve e un progetto bellissimo ma sfumato ancor prima di cominciare ho iniziato a pensare a come poter intraprendere la mia avventura agricola personale... da dove partire?

Ho mentalmente vagliato numerosissime opportunità per poter cominciare a muovere i primi passi concreti verso un obiettivo, cercavo qualcosa che mi appartenesse e mi rappresentasse. I miei pensieri si sono mossi velocissimi in direzioni estremamente diverse per un po': dalla coltivazione della canapa a quella degli ortaggi, dal luppolo ai grani antichi... fino a quando un giorno soffermandomi sullo studio della senape e scoprendo del suo alto potenziale mellifero quasi per caso mi sono trovata a pensare alle api. Fino ad allora l'apicoltura era un mondo a me sconosciuto e a stento riuscivo a distinguere un'ape da una vespa, incuriosendomi però ho iniziato a cercare articoli e pubblicazioni che trattassero l'argomento e ho scoperto di un breve corso di apicoltura biodinamica che si sarebbe svolto di lì a poche settimane nella mia regione, quindi ho colto al volo l'occasione e mi sono iscritta. Mi si è acceso l'entusiasmo. Nonostante i tre giorni di lezione mi avessero solamente fatto varcare la soglia di un mondo che ho fin da subito percepito essere elaboratissimo e geniale sono rimasta affascinata.

Così ho deciso quasi immediatamente di cercare un modo per approfondire e mi sono affidata al WWOOF (World-Wide Opportunities on Organic Farms) di cui già in Nuova Zelanda ero stata volontaria. Ho deciso per la Spagna, essendo una delle zone europee in cui l'apicoltura è più sviluppata, ho pagato la quota di adesione all'organizzazione e ho iniziato la ricerca della fattoria di cui avrei voluto essere ospite, era gennaio del 2016. Dopo un paio di settimane ho ricevuto la risposta positiva da parte di una famiglia catalana – castigliana che vive in Aragona, una piccola regione a cavallo dei Pirenei, a cui avevo proposto la mia collaborazione e con cui mi sono accordata per trascorrere da loro tutto il mese di marzo.

Sono partita all'alba della prima domenica di marzo, ho caricato i bagagli in auto: uno zaino, qualche maglione pesante e stivali di gomma per lavorare all'aperto e sono partita. 14 ore di viaggio intervallate da una pausa a Marsiglia a fare visita a due amici e finalmente il lunedì successivo ho raggiunto i Pirenei francesi, attraverso stradine strette e tortuose e qualche tunnel ho attraversato il confine e sono arrivata in Spagna. L'indirizzo era il mio unico punto di riferimento: Padarniu, Valle de Lierp, non dovevo essere lontana, ma a me sembrava di essere nel mezzo del nulla, anche se il paesaggio era bellissimo. Il tramonto illuminava di arancione le montagne granitiche e il mio navigatore perdeva continuamente la ricezione satellitare, la strada era deserta e io ho fatto inversione almeno un paio di volte ripercorrendo lo stesso tratto per cercare un cartello che mi desse indicazioni fino a che ho incontrato un signore in bicicletta a cui ho chiesto in uno spagnolo ancora molto stentato dove fosse il posto che stavo cercando. Pochi minuti dopo sono arrivata ai piedi del Turbòn, la montagna che per un mese è stata la mia casa.

Il primo approccio con la mia nuova famiglia è stato un po' impacciato: capivo la lingua ma non riuscivo a esprimermi, ma dopo una settimana le cose hanno cominciato a migliorare e il mio spagnolo è evoluto in pochissimo tempo. La piccola valle sui Pirenei dettava ritmi molto regolari, non c'erano molte distrazioni a parte lo yoga del martedì sera nella casa particular di un signore molto ospitale e le chiacchiere con lo stravagante vicino di casa. La sveglia dal lunedì al venerdì era quasi sempre alle 7.30 e dopo la colazione inseme ognuno si dedicava alle proprie attività, chi alla scuola, chi alle faccende di casa e chi, come me, al lavoro nei campi e alle api, fino alle 14 quando il pranzo richiamava tutti a casa.

La mia famiglia tanto paziente quanto caotica non perdeva mai l'occasione per spiegarmi tutte le cose basilari ed importanti, informazioni improvvise e preziose che sbucavano in qualsiasi momento di una conversazione e che ho immagazzinato sempre come oro. Il momento di nutrire i cavalli era l'occasione per imparare le proprietà delle piante che vedevamo nei campi o le abitudini delle api, il dopo pranzo invece, sfruttando il disordine e le pentole sparse, quello per sperimentare le ricette con la cera o la propoli. Ho iniziato ad imparare termini e nozioni di apicoltura in una lingua che non è la mia, e non potendo paragonarli a nessuna conoscenza precedente in italiano, per qualche tempo una volta tornata, ho dovuto tradurre al contrario tutto quello che mi era stato insegnato (tutt'ora mi devo fermare a pensare se in italiano si deve dire apicoltura oppure apicultura).

Il compito principale che ho svolto nel mio periodo spagnolo è stato sistemare tutto il materiale apistico inutilizzato da anni e inevitabilmente infestato di tarme. I 300 alveari attivi di un tempo a causa degli eventi della vita delle persone con cui stavo vivendo si sono ridotti con gli anni a 40, poco più di un hobby, e mano a mano che si sono svuotati sono stati impilati in un magazzino enorme. Una parte del materiale però era diventata inutilizzabile e una mattina, infilati i guanti e gli stivali, mi sono sentita dire, davanti a 20 arnie malmesse che a me sembravano tantissime, “Sistemale!”, non sapevo da dove cominciare e ho subito espresso la mia perplessità, ma sono stata congedata con due veloci spiegazioni e un incoraggiante e fiducioso 'Prova! Sono sicuro che con qualche tentativo risolverai tutti i problemi.”. Dopo momenti di incertezza mi sono adattata al lavoro e ho assimilato ritmo e manualità rimettendo insieme arnie e telaini che cadevano a pezzi.

Ho raccolto una grande quantità di informazioni durante quei giorni, direttamente ed indirettamente, ma nella mia mente erano ancora tutte disconnesse, come i puntini numerati di un disegno che non ha linee: sapevo che con il tempo e la pazienza avrei trovato il senso di tutto, per il momento però potevo solo essere attratta dal fascino che quel mondo ancora poco conosciuto mi prometteva di avere. Non avevo ancora mai visto un alveare da vicino e il giorno che per la prima volta siamo andati a visitare l'apiario ho cominciato a capire il senso di molte cose che prima di allora erano solo teoria: la covata fresca e quella opercolata, i fuchi e le regine... e nonostante spiegare il lavoro di apicoltore non fosse il punto forte dei miei due “insegnanti” la passione per il mestiere è ciò che sopra ogni cosa sono riusciti a trasmettermi. Siamo andati in tutto due volte in apiario, sveglia alle 6 e tre ore di strada per arrivare in Catalogna a visitare le famiglie; non dimentico il cuore che batteva forte per la paura di essere punta e di sbagliare, o di perdermi un concetto, un ragionamento, ma la tranquillità arrivava puntuale dopo i racconti di come le prime volte i miei due amici spagnoli si fossero gonfiati tanto a causa delle punture che i medici davano loro dei pazzi a voler continuare con il mestiere ma poi è passato tutto e adesso non si nota neanche più il dolore, l'insicurezza se ne andava quando umilmente mi facevano notare quanto ancora loro sbagliassero a valutare le situazioni e imparassero dagli errori, di quanto ogni tentativo fosse un esperimento. Io paziente ho guardato, ascoltato e domandato sempre.

Durante il mio mese sui Pirenei ho sistemato arnie e idee, raggiungendo la consapevolezza che la mia esperienza sarebbe stata l'inizio, seppur caotico e a tratti confuso, di un percorso. La prima domenica di aprile poi, all'alba e con un vasetto di miele come regalo e ricordo delle persone che nonostante tutto sono state quelle che mi hanno per primi avvicinata alle api, sono risalita in auto e ho attraversato nuovamente l'Europa del Sud per tornare a casa. Un altro appuntamento apistico era alle porte.

Written by Viola Servi on . Pubblicato in Contributo lettori

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