La sciamatura: una strategia molto antica ed efficace.

Da marzo a giugno, a seconda delle zone e dell’andamento climatico, gli alveari sono spinti a riprodursi, come capita a tutti gli esseri viventi, e lo fanno attraverso la sciamatura.

Nel giro di pochi secondi tutto l’ambiente circostante l’apiario viene inondato dalle api che cominciano a volteggiare in ogni dove e in modo apparentemente caotico, in realtà cercando di occupare più spazio possibile. Osservando la porticina di volo dell’alveare dal quale sta partendo lo sciame, potrai notare erompere, come in preda a una frenesia incontrollabile, una quantità impressionante di api; sembra di assistere alla fuga della popolazione di una metropoli mentre sta avendo luogo un terremoto catastrofico. 

Eppure l’apicoltore esperto sa perfettamente che in questo momento, le api sono di una docilità impressionante, tanto che, per recuperarle, indossa la maschera solo per il timore di qualche imprevisto perché, in realtà, è possibile catturare lo sciame in tutta sicurezza. Come spiegare, allora, questo “colpo di teatro”? Le api agiscono, in questo caso, come farebbero molti altri animali, ovvero nascondono, dietro una portentosa espressione di forza, una delle situazioni più delicate della propria esistenza. La solita dicotomia tra apparire ed essere. 

Dobbiamo infatti immaginare quali scenari si possono aprire quando una colonia sciama. Innanzitutto, potrebbe essere in agguato qualche insettivoro che ama cibarsi di un po’ di dolci operaie, mentre è infondato il rischio si subire migliaia di punture. Poi devono restare un paio di giorni appesi all'esterno, in attesa di trovare una nuova abitazione e inoltre, vista la stagione, potrebbe prospettarsi un lungo periodo di piogge. Per superare ogni eventuale inconveniente, le previdenti api si rimpinzano di miele, riempiendo la borsa melaria e diventando, però, impacciate a pungere. Ma chi si assume il rischio di verificarlo?

Riprendiamo il racconto: quando già molte operaie si sono alzate in volo, ecco partire la regina che, da svogliata volatrice, si posa sul primo sostegno, di solito il ramo di un albero nelle immediate vicinanze dell’arnia. Senza alcun indugio, richiamate dal profumo irresistibile che sappiamo essere prodotto dalle sue ghiandole mandibolari, le api la ricoprono sempre più numerose. Quelle che sono in volo, richiamate dal feromone secreto dalla ghiandola di Nasonov delle sorelle, descrivono circonferenze di volo sempre più strette, fino al momento in cui (saranno necessari più o meno una ventina di minuti) tutte convoglieranno in quell’entità multiforme che siamo soliti chiamare sciame, ossia il figlio del super-organismo alveare. Intanto alcune delle api che avevano partecipato alla messinscena solo per rendere più impressionante l’evento, faranno ritorno all’alveare originario. 

Al termine della sciamatura, ti ritroverai con due nuove colonie, una nell’arnia di partenza che, però, per ripopolarsi deve aspettare il volo di accoppiamento della regina che sfarfallerà a breve; l’altra che, se sarai stato lesto a recuperare lo sciame, sarà pronta ad animare una nuova arnia o, in caso contrario, andrà a colonizzare, in onore del suo indomito istinto di animale ancora del tutto selvatico, il tronco di un albero o un anfratto nella roccia.

Un meccanismo, quello della sciamatura, che risponde anche ad una efficiente funzione migratoria. La prova ce la fornisce lo studio della diffusione che ha impegnato l'ape da miele fin dalla sua comparsa sulla Terra, oggetto di attenta considerazione già in un altro episodio. Originaria della primitiva Germania, si è spostata in India e, fatta propria la possibilità di vivere in un clima più freddo, ha riconquistato prima l’Africa e poi l’Europa. Migliaia e migliaia di chilometri e non poche asperità da superare…

Fino all’avvento dell’apicoltura moderna, l’apicoltore ha sempre ritenuto la sciamatura molto redditizia, perché più un alveare era in grado di produrre nuovi sciami, più ne poteva sopprimerne per la produzione di miele. Questo lo ha indotto, inconsapevolmente, a scegliere e quindi selezionare le colonie più sciamatrici. La consuetudine di uccidere gli alveari dell'anno precedente per la raccolta del miele e l’avvicendamento con i nuovi sciami, ha portato alla selezione delle famiglie più prolifiche che meglio sapevano adattarsi a questa situazione. Oggi, invece, l’apicoltore considera la sciamatura un evento negativo. Se da una parte aumenta il numero degli alveari - ma lo può fare molto più proficuamente con altri sistemi - dall’altra riesce a produrre, sia con lo sciame che con la famiglia d’origine, solo poco miele. È essenziale per un’azienda che vuol rimanere oggi nel mercato, quindi, limitare al massimo la sciamatura provvedendo, all’aumento degli alveari, solo con la produzione di nuclei artificiali che possono essere realizzati solamente con regine acquistate o autoprodotte. Vedremo negli episodi successivi, però, che la sciamatura è anche un momento importante per la colonia perché la aiuta a mantenere uno stato di benessere.

Per prevenire la sciamatura occorre idealmente andare a ritroso nel tempo fino a trovare, nella colonia che sta compiendo il consueto sviluppo primaverile, la scintilla che, in pochi giorni, darà origine allo sciame sospeso su un ramo di un albero; per fare questo, ti chiedo di rientrare all'interno dell’alveare per cercare di capire, per quanto possibile, quali fattori entrano in gioco.

La regina, come ormai sai bene, produce una serie di sostanze chimiche, dette feromoni, che hanno il compito di inviare dei precisi messaggi alle operaie; alcuni di questi, inibiscono nelle api di casa il desiderio di costruzione delle celle reali. Nei suoi continui contatti con le api nutrici, la regina cede loro questo feromone che, nel giro di poche ore, raggiunge tutte le compagne della colonia mediante la trofallassi. Se la quantità rilasciata non è sufficiente, esse sono stimolate a costruire le celle reali perché una delle funzione del feromone reale è quella di inibirne la costruzione. Ciò può capitare perché la regina è vecchia e produce poco feromone (in questo caso le api la sostituiscono senza sciamare); addirittura perché è morta accidentalmente e, quindi, di feromone proprio non ce n'è più (lo puoi riconoscere in quanto le api trasformano in celle reali delle normali celle da operaia che noi apicoltori chiamiamo celle di emergenza), oppure perché le api sono così numerose che il feromone, sebbene prodotto nella quantità giusta, non è sufficiente a inibirle tutte: in quest’ultimo caso l’alveare sciamerà. L'ape regina ha nei tarsi delle zampe delle ghiandole che sono anch'esse, secondo molti ricercatori, in stretta relazione con il fenomeno della sciamatura. La sostanza che producono è anche detta “feromone d’impronta” perché lo distribuisce, lì dove passa. Il sovraffollamento dell'alveare che precede la sciamatura, o la scarsa energia profusa nella deposizione dalla vecchia regina provocherebbe una distribuzione non omogenea di tale feromone che sprona le api alla produzione di celle reali. Ed infatti, chi vuol far allevare alle api delle celle reali artificiali, separa la parte di nido che le conterrà da quello in cui è presente l’ape regina, mediante un escludiregina, un dispositivo - una sorta di griglia - che, come dice il nome stesso, non permette alla regina, in quanto di dimensioni superiori alle operaie, di oltrepassarlo. Le regine che si trovano in commercio, quindi, sono per la stragrande maggioranza regine di sostituzione.

Se ti capiterà di aprire un alveare che ha appena sciamato, potrai notare come ci sia un grosso squilibrio tra covata aperta e chiusa in favore di quest'ultima, spesso causato da un eccesso di scorte che non permettono alla regina di deporre quanto vorrebbe. Anche la covata, quindi ha un'importanza decisiva per stimolare o limitare la sciamatura. L'equilibrio si rompe quando diminuisce il numero di celle occupate dalla covata aperta che deve essere alimentata. Così la pappa reale non viene più distribuita alle giovani larve e si concentra nelle ghiandole ipofaringee e mandibolari delle nutrici e questo genera la necessità di costruire celle reali per "scaricarne" l'eccesso. 

Sono quindi i messaggi ormonali che fluiscono all'interno dell'alveare, secreti dalla regina, dalla covata e dalle stesse operaie che, in una sorta di complessa sinfonia di odori, indirizza la "decisione" verso un esito oppure un altro; quando, però, la decisione è presa, il segnale che puoi cogliere è trovare nelle celle reali una larvicina di un paio di giorni, in questo caso è quasi impossibile che ci ripensi senza l’intervento dell’apicoltore, mentre se vi troverai solo uova non è ancora segno di decisione presa; l'alveare entra nella cosiddetta “febbre sciamatoria” che, con il passare dei giorni, è più pronunciata e difficile da bloccare. La regina viene alimentata, dalle api nutrici, in misura sempre minore, il suo addome, conseguentemente, subisce una riduzione di grandezza e, uno o due giorni prima di lasciare l'arnia, smette di deporre uova, perché possa prendere il volo senza troppi impacci; le api operaie diventano più irrequiete, perdono la spinta al raccolto, cosicché diminuisce anche la produzione di miele. A volte molte di loro si mettono davanti l'alveare a formare la barba che, però, non può essere considerato un sintomo univoco. 

Aprire un alveare e osservare, contemporaneamente, un gran numero di celle reali e una sovrabbondanza di api, è il segno inequivocabile che l'alveare si appresta a sciamare; ma è possibile capire, dalla attenta osservazione dello stadio di sviluppo dell’ape regina all’interno della sua cella, quando avverrà la sciamatura? Il periodo che intercorre tra la deposizione dell'uovo nella cella reale e la sciamatura, è direttamente proporzionale al procedere della stagione. Ovvero più questa è allo stadio iniziale e più lo sciame prenderà il via lasciando, all'interno dell'alveare, una cella immatura, addirittura ancora aperta. Quando partiranno gli ultimi sciami della stagione, invece, lo faranno mentre sta per nascere la nuova regina. Inoltre, più prenderanno il via precocemente nella stagione e più saranno piccoli, ma facilmente ne partiranno altri – sciami secondari e terziari – mentre quelli che si avvieranno nella tarda stagione saranno solo i primari, ma spesso così grandi da non entrare nel arnietta porta sciami. 

Nell’alveare, poco prima della partenza, c’è un gran fermento: cominciano alcune operaie a correre lungo il favo sfiorando le compagne ed emettendo dei ronzii; quelle nelle vicinanze, comprendono quanto sta avvenendo e, a loro volta, imitano i movimenti delle sorelle. Nel giro di pochi minuti, tutto l’alveare è in agitazione; le prime operaie escono dall’alveare e prendono il volo e, in poco tempo, molte altre le seguiranno. Quando esce la regina, lo sciame la scorta per il breve tragitto che la porterà sul primo sostegno utile, dove rimarrà da alcune ore fino a 2 giorni. 

A questo punto, alcune api, dette “esploratrici”, si avventurano nell’ambiente per cercare una dimora stabile per la famiglia. Esplorano vari luoghi e tornano allo sciame cominciando a prodursi, sulla sua superficie, in frenetiche danze che hanno il compito di riferire il luogo che hanno trovato. Queste danze, simili a quelle che descrivono la localizzazione del raccolto, invitano le altre esploratrici ad esaminare tutti i siti considerati idonei. Quando un certo numero di api danzanti convergono nel rappresentare la localizzazione di un unico sito, allora lo sciame partirà dalla postazione transitoria seguendole nel luogo della fondazione del nuovo alveare.

Nell’arnia di origine, invece, sta per sfarfallare la nuova regina che dopo alcuni giorni (circa una settimana), sarà pronta per il volo di accoppiamento e, quindi, a produrre nuove uova partecipando così alla crescita della colonia originaria.

Hai notato la differenza sostanziale che c’è tra come gestiamo noi la transizione generazionale e come lo fanno le api?

Le api preferiscono che a lasciare la casa materna sia la generazione precedente e a mantenere il vecchio sito quella successiva. Questo permette alla due colonie di usufruire di molteplici benefici: lo sciame, con la vecchia regina, si porta appresso le conoscenze e la saggezza che hanno portato ad una esperienza di vita finora positiva che saranno necessari nel difficile compito di costruire da zero una nuova abitazione. Cominciare da zero vuol dire, soprattutto, trovarsi senza le scorte di miele utili qualora la stagione fosse disastrosa. Di contro, le patologie che molto spesso sono a carico della covata ma non delle api adulte le lascia nella vecchia colonia. In questo caso iniziare da zero ha una accezione positiva…

La giovane regina, abbiamo detto, rimane nella vecchia dimora, che ha già dato dimostrazione di essere un luogo sicuro in cui poter prosperare. A seguito dell’accoppiamento con una quindicina di fuchi tra i più performanti (e quindi adattati) che quell’ambiente ha forgiato, la nuova regina avrà anche un genoma più capace di affrontare le sfide dei cambiamenti dell’ambiente circostante. Ovviamente il vigore della gioventù sarà di grande aiuto per ristabilire nel più breve tempo possibile il numero di operaie perse con la sciamatura. Nel frattempo, prima che la giovane regina inizi a deporre le uova, la covata sarà tutta sfarfallata e la nuova regina comincerà a svolgere il suo compito in un ambiente senza covata e, anche in questo caso, ciò è importante per la sanità della colonia.



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