L’ape è un animale selvatico e per questo suo status ogni tipo di alimentazione andrebbe evitato. È quello che mi sono sempre detto durante la mia lunga attività di apicoltore. Se vogliamo, allevare un animale selvatico ha proprio questo di bello, non dover pensare giornalmente ad accudire i propri capi, come fa qualunque buon allevatore di animali domestici. La sua vita è indipendente dalla convivenza con l'uomo e, per evitare che perda la sua preziosa condizione di animale selvatico, l’apicoltore deve evitare di controllare le sue condizioni di riproduzione e (appunto) di alimentazione (https://it.wikipedia.org/wiki/Domesticazione). Di questa bellezza gode anche il consumatore che mai acquisterebbe un miele di cui dubiti la composizione. Ed infatti proprio per tutelarlo il legislatore, quando ha pensato alla definizione legale di miele, ha voluto specificare che in esso non si deve trovare alcun elemento che non derivi direttamente dalla raccolta, da parte delle api, di nettare o melata. L'alimentazione forzata potrebbe, se non effettuata correttamente, cambiare la composizione del miele (ma anche degli altri prodotti delle api) con il rischio di essere multati e addirittura denunciati in via penale per la sua adulterazione.
In virtù di questa consapevolezza nella nostra azienda, tra le tecniche di allevamento utilizzate, l’alimentazione ha sempre occupato una parte molto marginale. Per molti anni l’unica pratica usata è stata il “pareggiamento delle scorte” ovvero il trasferimento di favi di miele tra un alveare carico di provviste ed uno povero. Il vantaggio per noi era duplice. L’alveare povero sopravviveva senza necessità di acquistare alimenti artificiali e quello ricco si trovava non più intasato di miele e alla ripresa primaverile la regina aveva più spazio per covare. Questo permette di posticipare il periodo della sciamatura ed avere alveari più ricolmi di api. Per ovviare ad alcuni problemi di diffusione delle malattie, nel dubbio che lo spostamento dei favi comportasse anche un trasferimento di microrganismi patogeni, questo metodo è stato da noi poi abbandonato. Meglio acquistare qualche chilo di candito, ci siamo detti, piuttosto che rischiare di trovarci a fronteggiare in piena stagione una epidemia capace di mettere a rischio l’intera produzione.
Per questo motivo la nostra esperienza sull’alimentazione delle api è stata a lungo ristretta ai minimi termini. Essa si basava soprattutto sul constatare gli errori che in questo campo facevano i nostri colleghi, soprattutto quelli meno esperti. È pratica comune, infatti, procedere all’alimentazione delle api verso la fine dell’inverno senza alcuna valutazione delle scorte, oppure provare a stimolare la ripresa primaverile sempre attraverso un’alimentazione forzata con sciroppo di acqua e zucchero a prescindere dalle reali necessità degli alveari. Risultato: i costi lievitano e gli alveari si trovano spesso troppo presto nella condizione di voler sciamare. E sul versante produttivo? Nessuna differenza.
L’aver constatato che le più recenti ricerche scientifiche tendono a dimostrare che l'apparato immunitario delle api, per nulla simile a quello dei mammiferi, deve la sua efficienza agli elementi che si trovano nel cibo e in particolare nel polline non ha fatto altro che rafforzare le nostre convinzioni.
Le cose sono radicalmente cambiate durante la lunga siccità del 2017 e ancor di più nel corso della pessima primavera del 2019. Ci siamo trovati disarmati a far fronte a degli eventi che nella nostra lunga esperienza non avevamo mai dovuto contrastare. Il cambiamento climatico è una realtà palpabile, con la quale purtroppo dovremo sempre più fare i conti. È stato difficile, ma ne siamo comunque usciti fuori brillantemente e contemporaneamente abbiamo ottenuto una importante esperienza. Ma andiamo per gradi.
Abbiamo già affermato che le api sono animali selvatici e, come tali, non dovrebbero essere alimentati. Se durante la stagione ti trovi nella situazione per la quale gli alveari rischiano di morire di fame è perché hai fatto qualche errore: puoi aver esagerato sull'industrializzazione della tua azienda apistica e collocato una quantità di alveari per apiario eccessiva; oppure puoi aver raccolto troppo miele e lasciato poche scorte; puoi aver esasperato la selezione genetica utilizzando ibridi o sottospecie non autoctone e quindi non in equilibrio con l'ambiente circostante; puoi aver collocato gli apiari in zone dove regna la monocoltura; puoi aver preparato dei nuovi nuclei poco equilibrati; oppure puoi aver eseguito in ritardo il trattamento di contenimento della varroa per cui le colonie, debilitate, non sono riuscite a fare le scorte malgrado avessero tutto intorno delle abbondanti fioriture. Certamente è impossibile essere apicoltore senza fare errori, ma se nella gestione della tua attività ti trovi troppo spesso a dover fare i conti con la nutrizione degli alveari, che diventa generalizzata e frequente, allora, dopo aver alimentato le tue colonie per non farle morire, devi anche interrogarti sui motivi che ti portano a non poter fare a meno della nutrizione. In seguito devi lavorare per cambiare il tuo metodo di allevare le api. Ma intanto proviamo a chiarire gli elementi fondamentali della discussione.
Esistono tre motivi per i quali puoi trovarti nella necessità di nutrire i tuoi alveari:
1) Sei verso la fine della stagione produttiva e ti accorgi che essi hanno poche scorte per superare l'inverno. Hai due possibilità: accrescere le scorte nel nido oppure, come io preferisco, attraverso la nutrizione permettere il mantenimento delle poche scorte fino all’arrivo del periodo primaverile e dei primi raccolti che si spera saranno sufficienti alla ripresa delle colonie.
2) La stagione produttiva è nel suo pieno (può capitare spesso nella prima primavera ma a volte anche in estate se si verifica una forte siccità) e, a causa di eventi climatici particolarmente avversi, le scorte sono finite e l'eventualità che gli alveari muoiano di fame è molto alta. Devi intervenire urgentemente con l'alimentazione di emergenza o di soccorso. Questa è anche l'alimentazione che è necessario praticare se vuoi introdurre un pacco d'api in un’arnia.
3) Manca circa una quarantina di giorni dalla fioritura principale e, fatti i calcoli, se la stagione non ti aiuterà con copiose fioriture che stimolano la regina a produrre sufficiente covata, i tuoi alveari non arriveranno con la dovuta forza al raccolto. Puoi mettere in atto la nutrizione stimolante, sempre e solo se la tua azienda non aderisce al disciplinare che regolamenta l'apicoltura biologica, che espressamente lo vieta.
Tradurre in una regola di validità universale la quantità di miele che gli alveari devono avere nel nido come scorte invernali purtroppo non è possibile. Essa infatti varia a seconda della zona climatica nella quale ti trovi ad operare, inoltre ogni inverno è diverso e quindi le necessità variano di anno in anno. In realtà sarebbe più giusto dire che ogni primavera è diversa, visto che senza covata gli alveari consumano poco più di un chilo al mese. E, allora, la vera differenza la fa l'andamento climatico durante la ripresa delle colonie all'uscita dall'inverno. Tuttavia, possiamo teorizzare che una media di 20 kg di miele di scorta in un alveare Dadant da 10 favi può, di norma, essere sufficiente alle colonie per arrivare alla primavera successiva. Qualche chilo in meno se si opera in climi mitigati dal mare o in più se sei in montagna.
Prima di decidere come comportarti con la nutrizione è importante sapere che le scorte di miele non sono solo una utile fonte di sostentamento della colonia durante il suo periodo di inattività forzata. Sono anche di fondamentale aiuto alla colonia per riuscire a mantenere costante la temperatura e, quindi, consumare poche scorte durante la stagione fredda. Più scorte uguale meno consumo!
In inverno le api, come abbiamo detto, consumano pochissimo miele. Intanto perché durante il blocco naturale della covata autunno/invernale devono mantenere il calore del glomere ad una temperatura molto più bassa dei 35°C necessari ad allevare correttamente la covata. È quindi tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera che i consumi crescono vertiginosamente, di pari passo con l’aumento del numero di celle di covata allevate dalle colonie. All’interno del nido, poi, l'essere circondati da scorte di miele migliora la coibentazione perché il miele è un cattivo conduttore di calore: una volta scaldata la porzione di favo dove staziona il glomere, il calore non viene disperso se non leggermente, attraverso il favo. E questo fa diminuire i consumi durante la cattiva stagione.
Prima di nutrire gli alveari per integrare le scorte, è estremamente importante visitarli per poter giudicare se questo intervento sia davvero necessario. Sapendo che in ogni telaino pieno di scorte della misura Dadant contiene circa 3,5 kg di miele, per conoscere quanto miele c'è in un alveare basta sommare il contenuto di miele - a spanne - di tutti i favi.
Non si tratta solo di fare economia sulla nutrizione: gestire bene questa tecnica apistica significa eliminare alcuni inconvenienti che potrebbero verificarsi nella successiva primavera. Eccessive scorte ancora presenti nei favi in questa stagione ritardano infatti la ripresa della famiglia, perché la regina non ha sufficienti cellette a disposizione per deporre le uova. Ciò determina inoltre un precoce squilibrio tra quantità di covata e di api, che porta a sicura sciamatura.
Un'ultima informazione utile per valutare se le scorte sono sufficienti: malgrado appaia ovvio, una colonia forte consuma più di una colonia debole, ma il consumo non sarà mai proporzionale alla forza. Se lo valutiamo in proporzione alla dimensione, una colonia piccola consumerà di più di una forte: questo perché un glomere piccolo è meno efficiente nel mantenere il calore di uno grande. Va da sé, quindi, che una colonia piccola si stresserà più di una colonia forte e questo sarà evidente alla ripresa primaverile.
È poi fondamentale sapere che le colonie difficilmente muoiono di freddo, devono essere davvero molto piccole per non riuscire a scaldare la regina. Possono, invece, facilmente morire di fame seppure contornate da abbondanti scorte. Ciò capita quando le temperature fredde si protraggono per molti giorni. Il glomere di colonie piccole fa fatica a spostarsi tra i favi per raggiungere le scorte che ha magari solo a qualche centimetro di distanza. Una volta che il glomere ha consumato tutte le scorte che ha nelle cellette che copre, le api che lo compongono muoiono di fame. Lo si nota perché molte di esse le troverai esanimi, infilate nelle cellette con l’addome verso l’esterno, morte nell’ultima disperata ricerca dell’improbabile milligrammo di miele.
Come regola generale la migliore nutrizione degli alveari è sempre attraverso la somministrazione di candito, in seguito vedremo anche perché. Nella nostra azienda, in caso di necessità, nutriamo sempre e solo con il candito. L’unica deroga a questa regola è quando abbiamo necessità di far costruire i favi alla colonia, ad esempio se utilizziamo come tecnica associata di lotta alla Varroa l’asportazione della covata o quando introduciamo un pacco d’api in un’arnia: solo allora utilizziamo dello sciroppo. Il candito non stimola le api, non stimola neppure le loro malattie e le api lo consumano solo in caso di necessità impellente. In caso si aprisse uno spiraglio di raccolto, lo abbandonerebbero.
Quindi la somministrazione di sciroppo non è una pratica che utilizziamo di frequente. La sua utilità nel periodo pre invernamento delle colonie ha luogo quando nel nido dell’alveare ci sono davvero pochissime scorte. In questo caso, allora, la migliore integrazione la otterrai somministrando precocemente, nell’apposito nutritore, dello sciroppo ottenuto sciogliendo in acqua dello zucchero nella proporzione di 1:2 (ad esempio 1 litro di acqua ogni 2 kg di zucchero).
Ti consiglio, all'approssimarsi dell'autunno di distribuire uno sciroppo più concentrato (2 kg di zucchero in un litro di acqua è una soluzione satura, e aggiungendone dell'altro non si solubilizzerà) perché è quello che stimola meno l’attività delle api e facilita loro il compito della deumidificazione.
Per velocizzare la sua preparazione ti conviene scaldare l'acqua intorno a 80°C ed in seguito versare lo zucchero, rimestando per una decina di minuti. Mentre per far sì che si mantenga a lungo puoi utilizzare, come conservante e anti fermentativo, il timolo in polvere nella quantità di 1 g che in precedenza avrai solubilizzato in 5 ml alcol; questa quantità è sufficiente per 15 litri di sciroppo. O anche dell’acido formico: 2 ml per ogni litro di sciroppo. Parlerò in seguito dell'importanza della qualità degli alimenti da dare alle api. Devi sapere fin da subito però che somministrare sciroppo fermentato sarebbe come dare alle api del veleno.
Altro consiglio importante: gli intervalli di tempo durante il quale somministrerai lo sciroppo per arrivare al quantitativo voluto, devono essere brevi e il nutritore riempito fino alla sua massima capacità. Questo permette alla colonia di produrre il massimo dello stoccaggio dello sciroppo riducendo le controindicazioni che sono: aumento del metabolismo e stimolo per la regina a deporre le uova in un periodo nel quale, invece, sarebbe meglio arrivare al blocco della covata.
Lo sciroppo, però, deve essere somministrato solo se le api hanno la possibilità di uscire per defecare. Le api trattengono i loro escrementi, quando non possono uscire dall’alveare, in un'apposita ampolla rettale. Lo sciroppo aumenta il loro metabolismo aumentando, quindi, anche gli escrementi. Se non possono uscire per purificarsi, rischiano di ammalarsi di nosemiasi. Il Nosema (apis o ceranae) è un fungo che si moltiplica nelle cellule epiteliali del loro intestino. Se l’ampolla rettale è piena di deiezioni per lungo tempo, le spore di Nosema germinano e il microrganismo si moltiplica più facilmente.
Lo zucchero che le api preferiscono e che tutte le ricerche scientifiche tendono a considerare il migliore perché non diminuisce l'aspettativa di vita delle api è il saccarosio, ovvero il semplice zucchero da cucina. Naturalmente il migliore alimento zuccherino in assoluto, dal punto di vista nutrizionale, è il miele ed è così ovvio che non ci sarebbe neppure il bisogno di dirlo; ma restituire alle api il miele può essere un’operazione che riserva delle spiacevoli sorprese. La prima è di tipo sanitario: se il miele è di dubbia provenienza, potrebbe essere veicolo di malattie, quali la peste americana; e a questo puoi ovviare utilizzando sempre il tuo miele. Il secondo rischio è quello di innescare fenomeni di saccheggio. Infatti il miele emana degli aromi che eccitano le api degli alveari vicini; se c'è pericolo di saccheggio devi somministrare nutrimento a base di miele sempre sul far della sera.
In ogni caso, è importante sottolineare che qualsiasi alimento zuccherino tu decidi di somministrare alle api questo deve essere di ottima qualità. Sia nel caso che lo acquisti o che lo prepari personalmente, è fondamentale valutare se i singoli componenti siano adatti ad una alimentazione sana delle api; ci sono degli zuccheri quali galattosio, mannosio e lattosio che a certe concentrazioni possono essere tossici. Molto tossici sono anche quegli alimenti troppo ricchi di minerali. Il miele ha una media di ceneri pari a 0,17% e se le api assumono uno sciroppo troppo ricco di minerali potrebbero avere la dissenteria. Lo zucchero bianco è l'alimento che apporta meno quantità di minerali; lo zucchero biologico ne ha di più ma ancora in quantità non tossiche per le api. Lo zucchero di canna bruno che al suo interno ha anche della melassa, invece, può arrivare a concentrazioni di minerali anche 10 volte superiori a quelle medie del miele. Se si vuoi utilizzare questo alimento è meglio che ti fai dare dal rivenditore una scheda del prodotto che riporti tra i vari costituenti anche i minerali.
Un altro elemento tossico è il 5-idrossimetilfurfurale (HMF) che è il prodotto di degradazione degli zuccheri, soprattutto il fruttosio, universalmente riconosciuto come uno dei principali composti che indicano il deterioramento nella qualità di una vasta gamma di alimenti, tra cui il miele. Ma anche sciroppi, succhi di frutta, marmellate e molte delle bevande gassate che vengono utilizzate in estate per dissetarsi. Il deterioramento si ha per un eccessivo riscaldamento, perché l'alimento è acido o per inappropriate condizioni di conservazione. Alcuni recenti studi sembrano rassicurare sulla quantità di HMF che le api riescono a sopportare senza riportare grossi danni, superiore a 300mg/kg. È stato osservato che sciroppo o candito somministrato alle api con dosi alte di HMF influenzano l’aspettativa di vita delle operaie. Dato che l’aspettativa di vita delle api invernali è un parametro molto importante affinché l’alveare sverni bene e si trovi in grande forma all’uscita dall’inverno, l’alimento che più deve essere controllato è il candito, visto che, come vedremo successivamente, è l’unico alimento da somministrare durante la stagione fredda.
Utilizzare il calore e l’acidità per invertire lo zucchero non è necessario perché le api attraverso il loro metabolismo introducono l’enzima invertasi che provvede all’idrolisi del saccarosio in fruttosio e glucosio.
In commercio esistono una miriade di attrezzature adatte alla somministrazione dello sciroppo. Lo puoi dare attraverso il classico nutritore cilindrico da porre sopra il coprifavo, oppure con un nutritore a depressione, o anche attraverso il nutritore “a tasca”, che prende il posto di un favo all’interno del nido.
Il vantaggio maggiore del nutritore cilindrico sta nella rapidità con la quale è possibile somministrare lo sciroppo. Infatti basta alzare il tetto e il coperchio del nutritore per introdurre il liquido zuccherino. Per velocizzare e evitare perdite di sciroppo puoi farti aiutare da un innaffiatoio. Attento però perché le gocce di sciroppo che possono finire sul coprifavo possono richiamare alcuni insetti, soprattutto formiche. Lo stesso accade se il coperchio del nutritore non è a perfetta tenuta. Inoltre, lo sciroppo risente della temperatura esterna e se quella dell'aria è particolarmente fredda, le api non lo assumono volentieri o addirittura non lo assumono affatto. C’è anche da dire che quando lo dovrai riporre in magazzino dopo l'uso è scomodo, perché è composto di tre pezzi: molto spesso le varie ditte produttrici lo realizzano con delle piccole varianti, che rendono le varie parti non interscambiabili. Difficile, per lo stesso motivo, anche la sua pulizia.
Il nutritore a depressione, che è la diretta alternativa a quello cilindrico, perché rimane pur sempre un nutritore esterno, è più facile da riporre e da pulire ma più lento quando devi usarlo per via del fatto che il tappo lo devi preventivamente svitare e subito dopo averlo riempito, riavvitare. Il consiglio, a chi piace questo tipo di nutritore, è quello di acquistarlo di plastica perché in quello di metallo, dopo qualche tempo, si forma della ruggine nella ghiera del tappo che non permette più la tenuta nei confronti dell'aria che è il presupposto di base perché funzioni correttamente. Il nutritore a depressione è il nutritore più utilizzato nell'apicoltura industrializzata dei paesi nordici per integrare le scorte invernali. Infatti, ne esistono di grandissime dimensioni che permettono, una volta riempiti, di dare alle api fino ad una ventina di litri di sciroppo in una sola volta. Cose da pazzi!
Il nutritore a tasca ha alcuni vantaggi rispetto agli altri. Intanto lo puoi utilizzare anche come diaframma e poi permette alle api di ingerire lo sciroppo ad una temperatura più consona. Però quando lo vuoi utilizzare devi eliminare un favo dal nido di cui prenderà il posto e comunque per nutrire sarai costretto ad aprire l’alveare e non sempre le condizioni climatiche te lo permetteranno. Per non far affogare le api nello sciroppo, inserisci al suo interno dei piccoli bastoncini di legno dove le api possano posarsi. Ma non è necessario se il nutritore a tasca è di legno o se è inserito al suo interno una rete che funge da appoggio.
Se la somministrazione di sciroppo viene considerata dalle api alla stessa stregua di una fioritura – ovvero nettare – il candito equivale, al contrario, a fornire loro dei favi di miele. Quando la stagione fredda avanza e le sortite delle api all'esterno, a causa delle avverse condizioni climatiche, si rarefanno, il mio consiglio è quello di alimentare le colonie esclusivamente con il candito, che stimola molto meno il loro metabolismo e non favorisce lo sviluppo della nosemiasi. Le api mangiando il candito risparmieranno le scorte dei favi per tempi migliori.
Il candito puoi metterlo sopra il coprifavo dopo aver messo il disco a quattro posizioni nella posizione tutto aperto. È sufficiente praticare, con l'ausilio di un coltellino o semplicemente con la leva, un'apertura sulla busta che lo contiene di 5-6 centimetri. A questo punto capovolgi il candito e fai combaciare il foro del coprifavo con quello del candito. Le api lo consumeranno passando attraverso il foro della nutrizione. Fai attenzione perché, quando le api lo avranno in buona parte consumato, può succedere che il peso della plastica, soprattutto se non è abbastanza rigida, collassi e vada ad occludere il foro d’entrata, rendendone inutilizzabile l’ultima porzione e, non raramente, uccidendo le api che vi rimangono “imprigionate”. Per ovviare a questo inconveniente è sufficiente introdurre al momento della somministrazione uno o due bastoncini, tipo quelli comunemente utilizzati per gli spiedini, attraversando la busta da parte a parte. Non è necessario se la busta è di plastica spessa.
Questo sistema di somministrazione del candito è valido quando l'alveare è forte e le scorte quasi sufficienti. Le api di un alveare debole, invece, potrebbero non avere la forza sufficiente per raggiungere il candito. Inoltre un passaggio così angusto rende il suo consumo lento, di solito intorno ai 15-20 giorni (a seconda della temperatura esterna). Se l'alveare è debole oppure vuoi velocizzare il suo consumo perché le scorte sono esigue, la cosa migliore da fare è quella di metterlo all'interno dell'alveare.
In questo caso è opportuno inserire un diaframma nel nido che spinge il glomere ad assumere una forma più verticale che orizzontale. Una volta messo il candito sopra il glomere, le api si troveranno più a stretto contatto anche quando il freddo invernale tenderà a rallentare il loro metabolismo.
Una volta aperto l'alveare devi liberare il candito di una parte della plastica che lo avvolge e poi lo collochi direttamente sopra le barrette dei telaini. Evitare di togliere tutta la plastica che avvolge il panetto di candito è essenziale, soprattutto se lo hai acquistato e non autoprodotto. Il candito industriale non ha come ingrediente il miele e una volta messo nell’alveare se la colonia lo utilizza lentamente può diventare duro come pietra e diventare, di conseguenza inutilizzabile per le api. Se invece è troppo morbido (e all'interno dell'alveare con il calore lo diventerebbe ancora di più) potrebbe colare tra i favi. Se non togli tutta la busta di plastica che lo contiene non colerà tra i favi.
Prima di mettere il candito dentro l’alveare ricordati di spingere in basso le api aiutandoti con l’affumicatore perché altrimenti rischi di schiacciarle appoggiandolo sui telaini. Un altro espediente per migliorare l'appetibilità del candito è utilizzarne un tipo che abbia tra i suoi componenti una frazione proteica. Ma parleremo dell’alimentazione proteica alla fine della trattazione.
Il miglior candito è quello che ti puoi produrre da solo. Il metodo è anche abbastanza semplice se riuscirai a procurarti una impastatrice, di quelle utilizzate di solito dai pasticceri o dai panificatori, e che può anche essere acquistata usata a poco prezzo. Per piccole produzioni, invece, è sufficiente usare le classiche impastatrici da pane o da pasta che in molti abbiamo in casa. Gli ingredienti di questo portentoso nutrimento per le api, sono semplici ma li devi acquistare con attenzione. Innanzitutto lo zucchero a velo che è meglio se lo prendi direttamente allo zuccherificio che te lo venderà ad un prezzo leggermente superiore di quello semolato. Presta molta attenzione al fatto non contenga amido. Di norma, infatti, gli zuccherifici lo aggiungono per renderlo impalpabile. In caso contrario l'amido, che rimane indigesto alle api, potrebbe finire nel miele e tu rischiare una contestazione da parte degli organi di vigilanza sulla qualità del miele perché nel miele non ci possono essere residui di prodotti che le api non raccolgono direttamente dall'ambiente naturale. Lo zucchero a velo senza amidi gli zuccherifici lo producono quasi esclusivamente per gli apicoltori e pochi altri usi perché, una volta macinato, senza l'aggiunta di amido tende ad appallottolarsi. Quindi, lo devi acquistare poco dopo la sua preparazione. Certo, sarebbe possibile anche produrlo in azienda con un mulino ma le attrezzature necessarie a macinare lo zucchero semolato rendono questa operazione non più economica e anche un po’ pericolosa.
Il secondo componente è il miele che, per ovviare ai noti problemi sanitari, è meglio che sia di tua produzione. Al suo posto puoi utilizzare dello sciroppo zuccherino (attenzione che abbia la stessa umidità media del miele) o, addirittura, della confettura di frutta. Normalmente, qualsiasi azienda ha del miele vecchio (ma non troppo degradato o fermentato) da utilizzare e quindi la produzione del candito può essere una buona occasione per smaltirlo. Certamente nei primi anni di attività ti mancherà e allora puoi acquistare come surrogato dello sciroppo di glucosio e fruttosio (ma attento al contenuto di acqua!) o anche della confettura; normalmente quella di albicocca per uso industriale la puoi trovare ad un prezzo adeguato. Va da se che le aziende biologiche devono acquistare ingredienti certificati.
Al candito, poi, si possono aggiungere altri alimenti da somministrare alle api (ad esempio il polline) o degli estratti di piante se credi che possano essere utili per la salute delle tue api. In questo caso vale il discorso già fatto che i residui di queste sostanze non devono inquinare il miele.
Per velocizzare la produzione del candito ed anche per non affaticare troppo il motore dell'impastatrice, ti consiglio di riscaldare tutti gli ingredienti intono ai 40°C. A questo punto puoi versare lo zucchero a velo nell'impastatrice e dopo averla azionata, infine travasi il miele. Tieni sempre da parte sia un po' di miele che un po' di zucchero a velo in più da aggiungere in caso il candito ti sembri troppo duro o troppo morbido. Normalmente in circa 15 minuti di funzionamento dell’impastatrice o poco più il candito sarà pronto. Attento perché dopo essersi raffreddato tende a indurire.
Dopo aver fermato l’impastatrice comincia a "strappate" dalla massa una porzione di circa 1-1,5 kg. Quindi inseriscila in una busta di plastica, tipo quella per insacchettare i cibi surgelati, e lavorala con le mani per renderla di uno spessore di circa 4 cm che di solito è sufficiente per inserire il candito tra soffitta e tetto. Al termine chiudi la busta ermeticamente con del nastro adesivo da pacchi. Per conservare il candito lo puoi mettere dentro delle scatole di cartone cercando di mantenere le varie porzioni in posizione perfettamente orizzontale. Questo perché, malgrado possa sembrare duro a sufficienza, in realtà tende sempre a muoversi e a deformarsi e questo non è un bene perché l'aumento di spessore rende difficile la sua collocazione nel minimo spazio esistente tra coprifavo e tetto dell'alveare.
Sulla nutrizione di soccorso c’è poco da dire se non che mai bisognerebbe far giungere le api alla condizione di rischio di morte per fame. È molto pericoloso perché se le api si trovano in una situazione anche solo vicina alla sottoalimentazione non saranno più in grado di riprendersi a sufficienza da essere capaci di produrre miele, neppure se ad un tratto, per le mutate condizioni meteorologiche, riuscissero ad avere abbondanti risorse di nettare. Le ultime ricerche scientifiche sembrano dimostrare che le api sono capaci di nutrire sentimenti e quello provato con l'incombente morte per fame è il pessimismo. "Andare in depressione" a me sembra la definizione che più si adatta al loro stato d'animo dopo aver rischiato di morire per fame ovvero la perdita della speranza di un futuro migliore.
Il periodo nel quale può capitare un evento così nefasto è, al contrario di quanto potrebbe pensare il profano, quello primaverile. Infatti, il pericolo c’è quando nell’alveare e presente molta covata. Se per un ritorno di freddo o una lunga pioggia le api sono costrette ad una lunga inattività, consumano le poche scorte ancora disponibili e possono facilmente morire di fame. In questo caso la migliore soluzione è la somministrazione di sciroppo zuccherino 1:1 magari tiepido, per velocizzare l’assunzione. L’ulteriore consiglio è quello di versarne un po' direttamente sulle api.
Con la nutrizione stimolante si entra in un argomento piuttosto delicato. Vietato dalla normativa che regolamenta il biologico, molti apicoltori convenzionali, prima di una grossa fioritura (soprattutto quelle della prima o di metà primavera), nutrono gli alveari per stimolare la regina alla produzione di uova e avere, al momento propizio, numerose api dedite alla raccolta. Come avrai capito è un tipo di nutrizione che serve ad aumentare le produzioni di miele ma, per essere sicuri che ciò avvenga, sono necessarie delle previsioni sul futuro che non sempre si avverano; può capitare, ad esempio, che cominci a piovere o che ritorni il freddo e la fioritura ritardi; chi sbaglia nelle quantità di nutrimento o inizia a nutrire troppo in anticipo, induce le colonie ad arrivare troppo forti alla fioritura e facilmente sciameranno. Mi è capitato anche di vedere apicoltori alle prime armi alimentare le api come se fosse necessario, forse per non aprire precocemente gli alveari e controllare le scorte rimaste dall'inverno, magari per paura di fargli prendere freddo oppure, semplicemente, per non perdere tempo o per incapacità. È il modo migliore per farle sciamare. Se non necessario lo sciroppo sarà stoccato nei favi del nido togliendo prezioso spazio alla deposizione della regina. Le api sciamano quando si rompe l'equilibrio tra quantità di api adulte e covata opercolata. Se lo spazio che la colonia ha intenzione di destinare all'allevamento della covata viene occupato dalla nutrizione artificiale l'innesco alla sciamatura è garantito.
La nutrizione stimolante fa produrre più covata alla colonia rispetto ad una non alimentata, ma certamente non può fare miracoli; se la colonia non è sufficientemente forte non riuscirà comunque ad arrivare alle porte della fioritura principale con un numero di api sufficiente al raccolto. Rispetto a questo, rinforzare una colonia con api o api e covata avrà un effetto più garantito. Quindi, prima di effettuare una nutrizione stimolante, fate sempre dei calcoli economici. In ultima analisi si può ottenere un effetto analogo anche disopercolando un telaino di scorte del nido.
Estrai un telaino del nido, disopercolalo con la forchetta disopercolatrice e poi rimettilo nel nido. Questo sarà il primo telaino che le api libereranno dal miele. Se è vecchio e lo vuoi sostituire basterà metterlo ad una certa distanza dall'ultimo favo di covata. Lo eliminerai dopo circa una settimana, alla successiva visita. Attento però al pericolo di saccheggio e possibilmente opera sul far della sera. Questo è un accorgimento che ho imparato ad usare molti anni fa quando volevo sostituire i telaini del nido. Ora, invece, in azienda non lo usiamo più perché la produzione di nuclei artificiali ben fatta ti fa automaticamente rinnovare i favi del nido.
Un’altra alternativa alla nutrizione stimolante è quella di spostare anticipatamente gli alveari in un luogo dove è iniziato precocemente lo stesso tipo di fioritura che ti interessa sfruttare; solo in un secondo tempo le porterai nel luogo dove la fioritura ha luogo in quantità idonee al raccolto. Va da se che questa tecnica è possibile realizzarla unicamente se l'azienda possiede le attrezzature idonee, altrimenti è faticoso e rischia di essere anche antieconomico.
Come hai sicuramente capito non ho molta simpatia per la nutrizione stimolante: è vietata dalla legislazione che regolamenta il biologico, tende, se non ben fatta o in condizioni metereologiche avverse, a far sciamare gli alveari, è costosa, quasi sempre più di ogni altro intervento che ottiene lo stesso risultato, eticamente discutibile. Non va però sottaciuto che il flusso nettarifero stimola il comportamento igienico e, quindi, tiene le api lontano dalle malattie. Inoltre, stimola entro certi limiti la raccolta di polline e, per questo, l’impollinazione. Stimola di conseguenza anche lo sviluppo della covata e per di più aumenta la vitalità delle operaie. E questo può indurre l'apicoltore verso una alimentazione forzata almeno nei periodi in cui manca il raccolto.
Se per esigenze aziendali hai deciso di utilizzare la nutrizione stimolante devi avere familiarità con alcuni fondamenti. Dato che dalla deposizione dell’uovo allo sfarfallamento dell’adulto di operaia passano circa 21 giorni, la nutrizione stimolante deve iniziare circa un mese, un mese e mezzo prima della prevista fioritura e va eseguita dando poco sciroppo (1:1) all’alveare, ma frequentemente, per simulare una vera e propria fioritura (es. 500 ml ogni 2 gg.).
La preparazione è del tutto simile allo sciroppo 1:2; quindi anche in questo caso conviene scaldare l'acqua intorno agli 80°C e poi versare lo zucchero rimestando per una decina di minuti. Questo velocizzerà la sua preparazione.
Un’ultima notazione merita la nutrizione che deve essere effettuata in contemporanea al trattamento anti-varroa estivo. Se in estate decidi di trattare gli alveari dopo averne asportato la covata certamente devi effettuarla. In questo modo le api di casa costruiranno subito i fogli cerei che hai messo al posto di quelli con la covata che hai tolto e la regina inizierà velocemente a covare. L’alimentazione con sciroppo 1:1 può essere opportuna anche nel caso in cui dopo il trattamento ci sia un prolungato periodo di siccità. In realtà anche in questo caso in azienda preferiamo utilizzare il candito perché non stimola il saccheggio e non aumenta di tanto il metabolismo delle api.
È importante che la covata estiva sia ben alimentata perché è da essa che nasceranno le “api invernali”. Queste saranno più “vitali” e supereranno con maggior facilità i rigori dell’inverno se ben alimentate e non danneggiate dagli acari della varroa che affliggono loro dannose punture.
L’ho già detto in apertura di capitolo: le api sono animali selvatici e, come tali, non dovrebbero essere alimentati. Questo vale per l'alimentazione zuccherina e, a maggior ragione, per quella proteica. Se durante la stagione ti trovi nella situazione per la quale dubiti che i tuoi alveari abbiano una carenza di polline ‒ e lo puoi valutare esaminando l'espansione della covata che dovrebbe esserci rispetto al momento della stagione e alle condizioni climatiche ‒ è perché hai fatto un qualche errore: hai apiari con un numero di alveari esagerato rispetto alle potenzialità del territorio circostante, o hai esasperato la selezione genetica per cui le tue colonie allevano troppa covata rispetto alle esigenze ambientali e quindi non sono in equilibrio con l'ambiente. Questo le fa consumare polline in maniera esagerata. Il polline a disposizione delle colonie può non essere sufficiente anche se hai i tuoi apiari collocati in zone dove regna la monocoltura. Infatti in tale tipo di situazione hai due tipi di problemi: le colonie trovano il polline solo quando la monocoltura è in fiore ma sono in carestia durante il resto della stagione; il polline può essere di scarsa qualità e, provenendo tutto da una sola fonte floreale, costituisce per le api una dieta incompleta. Un altro motivo potrebbe essere che alcune colonie (e quindi la mancanza non la osserverai su tutti gli alveari) sono infestate da varroa. In questo caso si spopolano mancando così le bottinatrici capaci di stoccare il polline nei favi. Si produrrà una carenza nell'ultima parte della stagione anche se il trattamento di contenimento della varroa avrà avuto successo.
Se è abbastanza semplice capire quando gli alveari hanno bisogno di essere alimentati con dello zucchero, molto più difficile è determinare con certezza quando hanno necessità di proteine. La loro mancanza, infatti, ha un ruolo decisivo sull'allevamento della covata e spesso non riusciamo a valutarlo con precisione. Come oramai avrai capito la covata è quella che tra tutti i componenti dell'alveare consuma più energia e lo fa in maniera esorbitante rispetto al resto degli individui che lo popola. Sono quindi le api nel loro stadio giovanile a soffrire maggiormente di una carenza proteica.
Spesso gli apicoltori credono in maniera dogmatica al benefici che si possono ottenere con l'alimentazione proteica, eppure la ricerca scientifica sembra oramai concorde sul fatto che i risultati di questo tipo di alimentazione, se fatto con sostituti del polline, sono scadenti sia dal punto di vista economico che sanitario. Intanto di solito questa aggiunta non è necessaria perché, quando è in atto una alimentazione zuccherina (anche naturale), le api bottinatrici vengono stimolate dalla colonia alla raccolta di polline. Quindi se il polline è presente nell'ambiente le api lo vanno a cercare.
Per quanto riguarda la salute delle api va sottolineato che l'alimentazione proteica è tra le tecniche apistiche oggetto di ricerca per valutare se la mancanza di proteine può avere un qualche legame con la sindrome dello spopolamento degli alveari, conosciuta anche come Colony Collapse Disorder. Gli ultimi studi eseguiti sono concordi nell'affermare che l'alimentazione artificiale con alimenti proteici può sì aiutare l'accrescimento della popolazione di api negli alveari alimentati in modo che siano più efficienti in primavera - ed è quindi posto alla fine dell'inverno il suo uso più proficuo - ma da sola non riesce a migliorare la salute e la sopravvivenza delle colonie anche se effettuata per periodi prolungati durante l'inverno. Alimentando gli alveari con i succedanei proteici più frequentemente utilizzati dagli apicoltori (derivati dalla soia, farina di orzo e uova) la percentuale di mortalità invernale degli alveari è del tutto simile a quelli non alimentati. Un qualche miglioramento si ottiene solamente se le api sono alimentate con polline fresco; meglio ancora se le api possono raccoglierlo in maniera naturale su fioriture precoci. Le colonie alimentate artificialmente rispetto a quelle che si procurano il polline in fioriture spontanee o coltivate ma di buona qualità proteica, hanno un livello di patogeni più alto ed hanno dimostrato anche una perdita maggiore di regine. Inoltre, il valore nutrizionale delle proteine naturali si è dimostrato maggiore dei succedanei e così anche la loro digeribilità.
Affermare che le proteine del polline sono superiori a tutte le altre sembrerebbe la scoperta dell'acqua calda, eppure non è così, se molti apicoltori si affidano senza troppe remore all'alimentazione artificiale. Il semplicistico modo di ragionare di coloro che legano in maniera indissolubile il loro allevamento alla nutrizione risponde in maniera superficiale ad un fenomeno complesso che può procurare alle colonie allevate dei forti scompensi che, però, verranno imputati erroneamente a qualche malattia o avvenimento esterno, entrando in un perenne circolo vizioso.
Se l'apicoltore si trova nella condizione di dover nutrire costantemente gli alveari dovrà quindi rivedere il proprio modello di apicoltura. Alle aziende certificate bio non è permesso nutrire le proprie colonie con alimenti proteici, neppure il polline. Il legislatore ha evidentemente visto in tale tipo di alimentazione, seppure con un alimento del tutto naturale, un inaccettabile stimolo alla produzione di covata. Le aziende che si dovessero trovare in difficoltà intanto dovranno considerare di alimentare le api con alimenti il più possibile naturali. Quindi polline e, in mancanza, il lievito di birra che sembra essere quello più vicino in fatto di naturalità e affinità di composizione al polline dato che contiene una buona quantità di proteine (circa il 50%), una equilibrata serie di amminoacidi e un accettabile contenuto di grassi. Ma se il polline può essere somministrato in tutta tranquillità alle api (a parte le stesse precauzioni sanitarie che si devono avere con l'uso del miele, di cui abbiamo già detto nel paragrafo sull'integrazione delle scorte invernali), con il lievito non si può eccedere perché in forti dosi può diventare tossico e, comunque, il candito prodotto con una dose eccessiva di lievito sarà mangiato più lentamente dalle api o affatto. Il consiglio è, quindi, di non eccedere e di aggiungerlo al candito in dose del 5%.
Importante è anche sapere che la granulometria del cibo somministrato alle api deve essere inferiore a 500 micron e devono essere accuratamente evitati alimenti ricchi di grasso e di minerali che possono essere tossici per le api. Infatti, le farine di semi proteici, quando sono utilizzare per alimentare le api, devono essere sgrassate.
Durante il lavoro di raccolta del nettare dai fiori, le api accumulano passivamente il polline sulla fitta peluria che ammanta il loro esoscheletro. Questo è necessario perché, di visita in visita, le piccole particelle di polline si trasferiranno sul pistillo del successivo fiore ispezionato, assicurando la sua fecondazione. Ma il polline non viene portato in alveare in questo modo perché ci sarebbero dei problemi di stoccaggio. Allora, durante il volo che le impegna per passare da un fiore all’altro o quello di ritorno in alveare, le api si cimentano in un funambolico recupero dei singoli granelli di polline dalla folta pelosità per edificare delle pallottoline. Il complesso lavoro inizia con il primo paio di zampe (quelle anteriori) dove, tra i vari elementi importanti per la pulizia di occhi e antenne, vi sono dei pettini composti di robuste setole che raccolgono il polline del capo. Le stesse robuste setole le hanno il secondo paio di zampe, quelle mediane, che prendono in consegna il polline dal primo paio di zampe e lo uniscono a quello spazzolato dal torace. Il terzo paio di zampe (quelle posteriori) sono decisive per la raccolta del polline e la formazione delle multicolori pallottoline che sicuramente avrai visto adornare le zampe posteriori di molte delle api intente a visitare i fiori. Pettinano l'addome e accolgono il polline raccolto dal secondo paio di zampe e lo trasferiscono, grazie all'auricola della tibia che ha funzioni di pinza, alle cestelle, che sono dei lunghi peli (uno per zampa) attorno ai quali le api costruiscono le due pallottole di polline che porteranno in alveare. Mentre costruisce le pallottoline, l'ape rigurgita del nettare con il quale impasta i vari componenti.
Una volta ritornata in alveare, l'ape deposita il polline, distaccato con l'aiuto del secondo paio di zampe, in una celletta del favo di solito tra quelle vicine alle cellette di covata poste più in alto, ovvero tra covata e miele. A questo punto l'ape si gira di 180° e infila la testa nella celletta che usa per pressare le pallottoline. A lei seguirà un’altra ape che lascerà il suo carico e poi altre ancora fino a riempire la cella per ¾ della sua capienza. Siccome le pallottoline di polline sono raccolte da più api che possono aver visitato fiori di diversa specie, il polline contenuto in una celletta potrebbe avere colori differenti. A questo punto le api di casa aggiungono un po’ di miele per sigillare il polline stivato.
All’interno delle cellette del favo nel polline così stoccato si moltiplicano una serie di batteri lattici, probabilmente aggiunti dalle api durante il rigurgito del nettare utilizzato per la formazione delle pallottoline. Questi batteri metabolizzano parte degli zuccheri nel polline, producendo acido lattico e abbassando il pH da 4,8 a circa 4,1. Il polline stoccato nei favi che ha subito la fermentazione lattica prende il nome di pane delle api. La fermentazione del polline da parte di batteri lattici è sicuramente in funzione della sua conservazione mentre è ancora dubbio che abbia anche il compito di migliorare la sua digeribilità.
Se hai intenzione di utilizzare il polline nell’alimentazione proteica delle tue colonie, puoi somministrarlo tal quale o aggiunto come componente del candito.
Alejandra Vásquez and Tobias C. Olofsson - The lactic acid bacteria involved in the production of bee pollen and bee bread. Journal of Apicultural Research 48(3):189-195 · July 2009
Vanessa Corby-Harris, Patrick Maes and Kirk E Anderson - The Bacterial Communities Associated with Honey Bee (Apis mellifera) Foragers. PLoS ONE 9(4):e95056 · April 2014
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