Storia evolutiva delle api: percorsi di resilienza ai cambiamenti.

Le api e i fiori stanno al mondo per una ragione comune; le prime per trasportare il polline e fecondare così gli ovari che poi si trasformeranno in frutti e assicurare così alla pianta sicura progenie; i secondi per attirarle, nel punto giusto, con colori, profumi e prelibatezze alimentari: il giusto compenso in nettare e polline per un lavoro così prezioso. E allora, abbiamo un ulteriore motivo per ammirare le api, e gli altri insetti impollinatori: è solo per loro, infatti, che il mondo è così ricco di meravigliose e colorate fioriture con seducenti profumi che, dalla primavera all’autunno, attirano la nostra attenzione rallegrandoci l’animo.

Ma non è sempre stato così. Nella notte dei tempi, il trasporto del polline era affidato esclusivamente al vento e di conseguenza molte delle piante primitive (dal fossile vivente Ginko biloba, agli abeti, ai pini sino alle più “recenti” querce) consegnavano a questo mezzo di trasporto le loro speranze di riproduzione. Le piante erano tutte – o quasi – ad impollinazione anemofila (dal greco ànemos=vento), ma questo tipo di accoppiamento è molto dispendioso, perché il vento non è così preciso come un insetto e la quasi totalità del polline si disperde “inutilmente” nell'ambiente costringendole ad un enorme sperpero di energie. 

Ci troviamo nel Giurassico, circa 150 milioni di anni fa, e i dinosauri erano ancora padroni del mondo; alcune piante “decisero” di cambiare sistema di impollinazione e sono scese a patti con alcuni insetti che già le visitavano per “rubargli” un po’ del polline. È di questo periodo l’inizio della diffusione delle Angiosperme (le piante, per intenderci, che hanno fiori evidenti) che ha reso disponibili grandi quantità di nettare e polline, aprendo una nuova nicchia alimentare. Molti insetti erano già utilizzatori del polline che faceva parte importante della loro dieta, e, probabilmente, alcune piante avevano già ottenuto dei benefici da queste visite che le ha avvantaggiate sulle altre che condividevano la stessa nicchia ecologica. 

Circa 100 milioni di anni fa partì la storia evolutiva degli Apoidei (di cui fa parte anche l’ape da miele) che che hanno tutti un unico progenitore: una piccola vespa dal nome Melittosphex burmensis. Questo insetto è considerato il loro progenitore perché è il più antico tra quelli ritrovati nei fossili datati 100 milioni di anni che ha sul corpo dei peli che gli servivano per intrappolare il polline e raccoglierlo. Hai mai fatto caso che la vera differenza che c’è tra le vespe e le api è che le prime sono perfettamente glabre mentre le seconde molto pelose? La peluria non ce l’hanno per proteggersi dal freddo ma per intrappolare il polline per poi raccoglierlo e trasportarlo nel nido per alimentare la prole.

Tutti gli individui delle specie della superfamiglia degli Apoidei si cibano di nettare e polline e hanno degli organi preposti ad agevolarne la raccolta. Il loro principale ruolo negli ecosistemi è quello di occuparsi del fondamentale compito dell’impollinazione dei fiori e conseguente formazione dei frutti.

È quindi iniziata 100 milioni di anni fa la coevoluzione tra insetti e piante: gli insetti si sono via via specializzati fino ad arrivare, circa 50 milioni di anni fa (ovvero nell’Eocene), a delle api simili a quelle viventi tutt'ora, mentre i fiori hanno perfezionato sempre più i meccanismi di deposizione del polline sul corpo dell'insetto. Ad esempio, la salvia comune (Salvia pratensis) ha una sorta di bilanciere; quando l'ape vi si poggia per raccogliere il nettare nel calice del fiore, questo fa abbassare le antere fino a toccare il torace dell'insetto. I termini del compromesso sono: “tu piante mi dai il cibo sotto forma di nettare e polline e io ape ti trasporto il seme maschile anche per chilometri con estrema precisione”. Un accordo che ha permesso alle piante di produrre molto meno polline, con un conseguente notevole risparmio energetico. Un accordo che ha funzionato alla perfezione visto che le angiosperme sono i 9/10 di tutte le piante esistenti surclassando le gimnosperme in soli 150 milioni di anni.

La socializzazione delle api, invece, parte circa 35 milioni di anni fa, nell’Oligocene. Ancora oggi esistono delle api del genere Halictus, che hanno un tipo di società annuale, con operaie e regine non molto diversificate. In estate nascono sia maschi che femmine che si accoppiano e, in seguito le femmine feconde sverneranno per fondare, nella primavera successiva, un nuovo nido mentre le vecchie regine, operaie e maschi muoiono. Nei bombi troviamo un successivo passo avanti nell’evoluzione, perché vi è una differenziazione più marcata tra regina e operaie sia morfologica che nei lavori. Anche in questo caso è la regina già feconda che sverna e fonda il nido, ma in seguito alla nascita delle figlie che sono più piccole di stazza, alla regina rimarrà poco più che la deposizione delle uova. Mentre saranno le operaie che si occuperanno del lavoro di allargamento del nido, di raccolta di nettare e polline e accudimento della covata. Alla fine dell’estate l’alveare alleverà alcune femmine che diventeranno regine e delle uova non fecondate che daranno origine a dei maschi necessari per l’accoppiamento. Anche in questo caso, la vecchia regina, operaie e maschi moriranno mentre le nuove regine feconde andranno a trovarsi un anfratto tranquillo e riparato per passare l’inverno. La società dei bombi, come quella di molte altre api sociale ma anche delle vespe, è una società annuale.

L’evoluzione delle api in società perenni (che quindi sopravvivono all’inverno) e dalla morfologia simile a quella che conosciamo oggi, si avrà circa 30 milioni di anni fa, probabilmente nel territorio dell’odierna Germania dove è stata trovata la più antica ape da miele fossile: l’Apis vetustus. Le api in quel periodo costruivano un solo favo all’esterno ovvero non come la nostra ape mellifica all’interno di un ricovero. Il clima, in Europa, in quel periodo era di tipo tropicale e, quindi, adatto alla vita di api che nidificano all’aperto. Sempre in Germania è stata rinvenuta l’Apis armbrusteri progenitrice  diretta, almeno sembra, dell’odierna Apis dorsata che vive nell’Asia meridionale. Quest’ape nidifica all’aperto, realizzando un solo favo di grosse dimensioni (fino a 120 x 80 cm) e produce molto miele che viene prelevato dai famosi “Cacciatori delle api” immortalati dal video della National Geographic di Eric Valli.

Per quale motivo un’ape che si è evoluta in Germania la troviamo oggi in India? Semplice: nel Pliocene (quindi circa 5 milioni di anni fa) il clima cominciava a raffreddarsi e a spingere queste api sempre più a sud e ad est, abbandonando così l’Europa. È a sud della catena dell’Himalaia che troviamo 3 delle 4 specie di api da miele che popolano ancora il Pianeta (in realtà è qualcuna in più, ma alcune sono molto simili e divergono solo per piccole caratteristiche). Queste sono la già citata Apis dorsata o ape gigante, l’Apis florea, o ape nana date le sue piccole dimensioni e l’Apis cerana che, come la nostra Apis mellifera, si stabilisce in nidi chiusi dove costruisce più favi riuscendo così a regolare facilmente il clima interno dell’arnia. Questo le ha permesso di trasferirsi verso climi più freddi e, di conseguenza, di riconquistare anche parte della zona settentrionale del continente asiatico. 

Ma riprendiamo il cammino evolutivo della nostra ape mellifica. Conquistata, con il controllo del clima all’interno dell’alveare, una maggiore adattabilità a diversi climi, il progenitore comune alle due api (cerana e mellifera), agli inizi del Neozoico (circa due milioni di anni fa) ha ripercorso il tragitto inverso, questa volta verso ovest, ripopolando l’Europa e l’Africa. Anzi, sembra che sia precisamente da questo continente che si è evoluta la nostra Apis mellifera che, in tempi successivi e proprio in virtù della sua rinnovata adattabilità ha ricolonizzato l’Europa da nord-ovest passando da Gibilterra (con le sottospecie Apis mellifera iberica e Apis mellifera mellifera) e da nord-est passando per la regione caucasica e i Balcani (con le sottospecie Apis mellifera caucasica, Apis mellifera carnica e Apis mellifera ligustica - la famosa ape italiana - più altre meno conosciute). Apis cerana (l’ape da miele dell’estremo oriente) e Apis mellifera (come detto l’ape da miele dei continenti Africano ed Europeo, si sono poi divise in due specie distinte per via dell’isolamento geografico che si è creato con la formazione del deserto arabico.

Se il clima, l’orografia del territorio e il tempo hanno plasmato le api così come le possiamo osservare oggi, è invece stato l’uomo ad aver allargato a dismisura il loro habitat naturale, trasportandole in ogni luogo della Terra dove si è trovato a risiedere, superando (e facendo superare alle api) anche terribili difficoltà. Nel cosiddetto Nuovo Mondo, le api non c’erano perché l’evoluzione le aveva confinate nell’Euroasia e in Africa. In America, invece, vivevano alcune api, già allevate durante le civiltà precolombiane, come le Melipone e Trigone che, però, sono poco produttive (dai 2 ai 5 kg di miele per alveare). Già nel 17° secolo, sia in America del nord che del sud, troviamo allevata l’ape europea e più precisamente la sottospecie Apis mellifera iberica (data la sua vicinanza con i porti dai quali partivano le prime navi). Nel 19° secolo, invece, la troviamo anche in Australia e in Nuova Zelanda, in questo caso la nostra Apis mellifera Ligustica.



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