Quando sono stato in Cina per lavoro (ero stato mandato in avanscoperta da un'azienda che commercializza pappa reale per sapere di più sul processo produttivo, se era possibile acquistarla certificata bio e se rispettasse gli standard italiani) mi ha molto stupito che i cinesi chiamano il miele Feng-mi (letteralmente "il miele dell'ape") e le api Mi-feng (letteralmente "l'insetto del miele"). In particolare mi incuriosiva il fatto che "Mi" e miele si assomigliano molto: vuoi vedere, mi sono detto, che il miele è una parola così antica che tutti i popoli utilizzano parole con una certa assonanza tra loro per indicare questo prodotto?
Le lingue a volte si comportano come l'evoluzione delle specie: gli individui dello stesso genere si assomigliano molto, quelli della stessa famiglia un po' meno, ma si capisce che derivano da un antenato comune. Il tipico esempio lo abbiamo con gli Apoidei, la superfamiglia degli impollinatori specializzati: tutti hanno un apparato lambente succhiante, tutti hanno metodi simili per portare il polline a casa, tutti sono pelosi a differenza delle vespe, loro parenti strettissimi, che hanno peli semplici e lisci.
In Europa il miele ha la stessa radice: nei paesi latini deriva da mel, ovvero miele in latino (miel in francese e spagnolo, mel in portoghese). In polacco è miód, che discende, come il sanscrito madhu, dalla stessa antichissima radice indoeuropea medhu — così come il russo mjod e, in generale, tutte le lingue di origine slava. Però in inglese e in tedesco miele è rispettivamente honey e honig (stessa origine) e questo mi ha un po' cambiato le carte in tavola. Qui, però, dopo un'attenta ricerca, ho capito che è un cambiamento nella lingua relativamente recente, che forse deriva da "dorato" — ed infatti l'idromele, la bevanda fermentata ottenuta dal miele, nelle stesse lingue è rispettivamente mead e met, non lontano da come i popoli slavi chiamano il miele.
Rinforza questa mia tesi il fatto che in ungherese, tipica lingua che non ha origine indoeuropea come le altre citate, miele si dice méz. In questo caso la parola risale al proto-ugrofinnico mete. In polacco l'idromele è miód pitny "miele bevibile"; in russo mjod (la stessa parola del miele); in molti paesi slavi medovina (Cechia, Slovacchia, Macedonia, Croazia e Montenegro). Med è invece il termine usato dai croati per il miele. Per finire il discorso sull'idromele, in Francia, Spagna e Portogallo si usano parole molto simili (rispettivamente hydromel, hidromiel, hidromel). Però in questo caso il termine è un cambiamento relativamente recente (forse medievale), perché a Roma, quando si ordinava l'idromele, si chiedeva aqua mulsa se lo si voleva senza aggiunte, solo acqua e miele fermentati; mulsum se il cliente voleva un vino rinforzato al miele, a volte speziato (per intenderci, un Martini, un Campari o un Vermouth ante litteram); e melitites, invece, se aveva voglia di un vino d'uva rinforzato col miele fin dal mosto. Dato che la tecnologia di allora non permetteva di avere uva con un grado zuccherino adeguato a produrre un vino stabile (diventava aceto in un attimo), era uso aumentare il grado zuccherino con il miele per ottenere un vino di maggiore qualità e più facilmente conservabile. Sul nome melitites non c'è concordanza di pareri, tuttavia che esistesse un vino rinforzato col miele è un dato di fatto.
Quindi la mia teoria regge? Ma manco per niente! Quando si esce dall'Europa le cose cambiano radicalmente: le lingue come il turco e altre dell'Asia centrale dicono bal, una radice completamente diversa, poi prestata anche al mongolo. In tibetano: sbrang rtsi, ovvero "succo d'ape". E nelle Americhe, prima della colonizzazione europea? Qui non c'era l'ape da miele come la conosciamo noi, ma avevano api senza pungiglione (Melipona beecheii) che producono un po' di miele, abbastanza diverso da quello a cui siamo abituati in occidente. I Maya chiamavano il miele kaab, mentre in nahuatl (lingua azteca) il miele era necutli. Anche i Maya avevano un idromele rituale chiamato balché e persino una divinità dedicata a questa bevanda.
E allora la Cina, che mi aveva fatto partire questo film? Mi deriva da una parola del tocario, lingua indoeuropea di una popolazione confinante, parlata nel deserto del Tarim lungo l'antenata della Via della Seta. Questo popolo il miele lo chiamava mit, parola diretta discendente di medhu. Da lì, il prestito ha continuato a viaggiare: in giapponese il miele è mitsu, in vietnamita mật, mentre il coreano ha preferito una parola tutta sua, kkul.
La cosa più bella, però, è che l'ape, l'animale che lo produce, ha seguito una logica completamente diversa. Mentre la parola per il miele resta stabile per millenni, il nome dell'ape si frantuma da una lingua all'altra. In latino è apis, in greco mélissa (letteralmente "quella del miele", per non nominare l'insetto direttamente), in germanico bee, in slavo pčela (dal ronzio). I linguisti lo spiegano con un fenomeno documentato altrove, il tabù linguistico. Le cose più sacre, a volte, è meglio non nominarle.
Tipo: "non nominare il nome dell'ape in vano…"
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